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martedì 24 maggio 2022
 
ALDO RABINO
 

«Io, il "don" di Darmian, Cerci e Immobile»

16/06/2014  Parla il cappellano del Toro, un sacerdote salesiano che da sempre si spende per il Brasile più povero. E che dei tre giocatori granata (ma anche di molti altri) ricorda che...

Don Aldo Rabino. Nella foto in alto: il cappellano del Torino con l'ex allenatore granata Emiliano Mondonico.
Don Aldo Rabino. Nella foto in alto: il cappellano del Torino con l'ex allenatore granata Emiliano Mondonico.

Ciro Immobile, capocannoniere della Serie A, che si propone per leggere le preghiere dei fedeli. Alessio Cerci, primo nella classifica assist-man del campionato, che finita la Messa si avvicina, «Don, facciamo una foto insieme?». Matteo Darmian che, poco prima di partire per il Brasile con la Nazionale, chiede una piccola croce di legno da portare al collo. Calcio e fede, partite e liturgie, preghiera e allenamenti: ecco la particolarissima missione di don Aldo Rabino, da 43 anni cappellano "ufficiale" del Torino Calcio.

Ufficiale per modo di dire: «non ho ricevuto alcuna nomina dal Vescovo: è stata la società a chiamarmi». E di fatto il Toro è diventato quasi la sua parrocchia: le domeniche in cui la squadra non è in trasferta don Aldo celebra l'Eucarestia con i calciatori e lo staff. In varie occasioni, poi, incrocia la vita degli sportivi, cominciando dagli aspetti più concreti, da quella «catechesi dei piccoli gesti» imparata alla scuola di don Bosco. Una presenza discreta ma tenace, la sua. Un'esperienza unica nel calcio italiano (almeno in quello dei grandi club), resa possibile da una serie di circostanze favorevoli. Non solo. Secondo il sacerdote «la storia del Toro, assolutamente unica, è quasi una metafora della vita», con le sofferenze e i momenti di splendore, le batoste e le sudate vittorie.

La squadra del Torino si reca a Superga, per rendere omaggio e per pregare per le vittime della tragedia avvenuta il 4 maggio 1949.
La squadra del Torino si reca a Superga, per rendere omaggio e per pregare per le vittime della tragedia avvenuta il 4 maggio 1949.

Ascoltando la storia di don Aldo verrebbe da pensare a una specie di "predestinazione". Il 4 maggio del '49, lui è stato tra le ultime persone a scorgere l'aereo che riportava a casa il Grande Torino, poco prima dell'incidente contro la collina di Superga, una tragedia impressa ancora oggi nella memoria collettiva. «Facevo quarta elementare ed ero, già allora, un tifoso granata. In quel periodo mi trovavo in colonia a Loano, in Liguria. Alle 16,15 una giovane assistente, che aveva una simpatia per il calciatore Rigamonti, ci disse di alzare gli occhi: "Guardate, quello potrebbe essere l'aereo del Toro". Era vero: ho potuto verificarlo anni dopo, confrontando i dati relativi alla rotta del velivolo».

Crescendo, il giovane Aldo dimostra un notevole talento per il calcio e inizia a militare nello Spartanova, un vivaio che in quegli anni poteva rappresentare la via d'accesso a squadre di prima grandezza, come il Torino e la Juventus. Nel '55 viene perfino convocato per un'amichevole da disputare prima di Italia - Iugoslavia. Ma è proprio in quel periodo che arriva ben altra "convocazione": «per me l'oratorio era tutto: lì riuscivo a respirare la pienezza di vita». Ecco allora la scelta: non calciatore, ma prete salesiano.

Inizia così un lungo cammino, nel quale Vangelo e sport procedono fianco a fianco: la missione in Mato Grosso (Brasile), dove don Aldo è stato di persona alla fine degli anni '60 e che tutt'ora segue attraverso l'associazione O.a.s.i., ma anche l'impegno con generazioni di giovani, dentro e fuori l'oratorio, sui campi di calcio come nella vita quotidiana. Poi, dal '71, la singolare esperienza come padre spirituale del Torino Football Club, sia della prima squadra che dei settori giovanili.

Da sinistra: Alessio Cerci e Ciro Immobile. Foto Getty
Da sinistra: Alessio Cerci e Ciro Immobile. Foto Getty

Le memorie granata di don Aldo sono un annuario pieno di vita: volti da album di figurine che però hanno una storia, uno spessore. A volte anche sofferenze che non trapelano all'esterno. In 43 anni sono nate amicizie durature con grandi calciatori, da Pulici a Zaccarelli, da Sala a Comi, tanto per citarne qualcuno. Oggi tutto sembra più faticoso. «Il calcio attuale è solo un lontano parente di quelle che praticavo io. Tante cose sono cambiate, e non certo in meglio». I problemi sono sotto gli occhi di tutti: un giro d'affari completamente fuori controllo, calciatori che diventano milionari nel giro di una stagione, una cultura dell'usa e getta che crea idoli e un attimo dopo li mette da parte.

«Anche il continuo avvicendamento dei calciatori all'interno delle squadre non facilita l'instaurarsi di legami profondi». Ma don Rabino, 75 anni e l'energia tipica degli atleti di razza, non ha nessuna voglia di lasciarsi sopraffare dallo sconforto o dalla nostalgia: «Bisogna andare in profondità, privilegiare sempre il rapporto umano. E scoprire che i ragazzi non sono affatto vuoti: anzi, tanti di loro hanno sete di verità e bellezza. Anche con calciatori di altre religioni e altre culture si riescono a costruire amicizie preziose. E' solo un po' più difficile, ma si può fare».

Don Aldo Rabino, al centro, con il maglioncino granata,  insieme con alcuni ragazzi dell'associazioine Oasi.
Don Aldo Rabino, al centro, con il maglioncino granata, insieme con alcuni ragazzi dell'associazioine Oasi.

Nell'ultima stagione, in campo il Toro ha ottenuto risultati lusinghieri. «Sotto tanti aspetti è avvenuta una vera risurrezione - commenta il sacerdote - Anche sul piano umano si è creato un bel gruppo: giovani solidi, capaci di "fare spogliatoio"». Forse è questo il segreto: «il Torino mi piace anche perché ha una tradizione di comunità. La squadra funziona quando tutti, dal magazziniere all'allenatore, sono consapevoli dell'importanza del loro ruolo, sono valorizzati e trattati con rispetto».

Ecco perché «il calcio è oggi l'arma più forte che abbiamo per incontrare i giovani. E' un'opportunità incredibile, uno strumento per portare i ragazzi in oratorio. Sul campo si impara a rispettare tempi, spazi, ruoli. E a faticare. Il problema è che ci vogliono le persone giuste. Non mercenari, ma profeti, gente capace di testimoniare anche pagando di persona. Educatori veri, sull'esempio di don Bosco».

 

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