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martedì 18 gennaio 2022
 
Italia al bivio
 

La sindrome dell'ultima spiaggia

24/06/2014  Cuore caldo e testa fredda, come dice Buffon. Ecco come l'Italia può e deve battere l'Uruguay. Centrando l'obiettivo più importante e dando il meglio come in passato negli appuntamenti chiave.

Questione di testa e di cuore. È lì, molto più che nelle gambe, che si gioca tutto. Nella storia dell’Italia, ma anche un po’ nella storia d’Italia, sembra un destino o una maledizione: per tirare fuori il meglio serve sfiorare il fondo.

È accaduto ai mondiali di Spagna, nel 1982, tre pareggi e passeggiata attorno al baratro sull’orlo degli ottavi, poi il trionfo. È accaduto ancora nel 1994: esordio sotto di uno con l’Irlanda, brividi freddi in dieci e portiere espulso con la Norvegia, e capitan Baresi, col menisco rotto a mondiale iniziato. Si perse ai rigori in finale, ma di là c’era il Brasile di Bebeto e Romario. E poi di nuovo nel 2006: una squadra nel fortino dopo calciopoli, attaccata da tutti e amata da nessuno fece squadra fino ad alzare la Coppa. E più l’aria tirava al brutto più scattava l’orgoglio.

Forse non è un caso nemmeno che la Costituzione, tra le meglio scritte d’Europa si dice, sia uscita da un’Italia schiantata dalla dittatura e dall’occupazione nazista, inginocchiata dalla guerra.
E neanche che uno Stato, spesso poco consapevole di sé, abbia trovato compattezza proprio nella stagione cupa del terrorismo. E che la coscienza collettiva abbia reagito per una volta compatta, anche se non abbastanza a lungo, sull’onda tragica delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

Perché ci serva sentirci in guerra per vincere l’atavica propensione all’individualismo è un mistero che trova radici nell’anima profonda di un Paese diviso in miriadi di campanili
, nel volgo disperso che nome non ha di cui parlava Alessandro Manzoni. Ma poi succede che nei giorni bui scatti qualcosa che ci faccia sentire per una volta Italia, per dirla ancora con Manzoni, «una d’arme, di lingua, d’altare». Qualcosa che somiglia a uno scatto d’orgoglio.

È quello che ci servirà stasera su quel campo di pallone: l’orgoglio di andare tutti nella stessa direzione, senza egoismi, senza strafare, ma dando tutto. Magari stavolta provando a concentrarsi sullo schema che ha funzionato con l’Inghilterra: verticalizzazioni veloci sulle fasce e cross, ché prima o poi, con un po’ di fortunella, a forza di trovarsi lì davanti qualcosa entra, invece di andarsi a complicare la vita sull’asse centrale. Poi certo non sarà semplicissimo in difesa: occorrerà farsi trovare concentrati e occhiuti davanti a Cavani e Suarez che di certo non mollano l’osso. Ma sono cose che tutti sanno, che qua seduti sono facilissime, là in mezzo molto meno. Ma non è scritto da nessuna parte che alzare la coppa sia una cosa facile. E, comunque, a noi, le cose facili non sono mai piaciute. Dunque: giochiamocela.    

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