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martedì 29 settembre 2020
 
L'ALTRO MONDIALE
 

Manaus, quando gli italiani erano schiavi

14/06/2014  Nel 1888 il Brasile abolì la schiavitù. Ma molti nostri connazionali continuarono a essere sfruttati nei settori del caucciù, del caffè e delle costruzioni.

Vila Paricatuba.
Vila Paricatuba.

San Paolo,
nostro servizio

Se Hollywood volesse fare un film sui misteri dell'Amazzonia, le rovine di Paricatuba sarebbero il luogo ideale. Radici enormi fanno capolino tra le fondamenta di un edificio neoclassico signorile nei pressi di Manaus, dove sabato 14 giugno si gioca Italia Inghilterra. L'edificio venne inaugurato nel 1898 nel momento di massimo splendore dell'industria della gomma che fece della capitale dell’Amazzonia una delle città più ricche al mondo.

Vila Paricatuba fu costruita a partire dal 1890 con uno scopo ben preciso: ospitare migliaia di immigrati italiani, in fuga dalla miseria che all’epoca regnava in molte regioni del nostro Paese. L’anno prima, nel 1889, qui era iniziata la cosiddetta “febbre da caucciù” dopo che la Goodyear aveva scoperto la vulcanizzazione della gomma e la domanda mondiale del prodotto più tipico di Manaus registrò un boom pazzesco.

Lavoratori sfruttati e padroni delle piantagioni di caucciù nei pressi di Manaus, in una foto d'epoca.
Lavoratori sfruttati e padroni delle piantagioni di caucciù nei pressi di Manaus, in una foto d'epoca.

Come se non bastasse la “febbre”, nel 1888 il Brasile aveva abolito la schiavitù e, insieme agli indios amazzonici che furono sfruttati ed uccisi a migliaia, fu proprio la manodopera degli italiani a sostituirsi a quella prestata fino ad allora dagli schiavi. Una parte di storia poco nota ma confermata a Famiglia Cristiana da José Longo, italiano di terza generazione di quasi 80 anni: «quando mio nonno arrivò qui fece per parecchi anni lo schiavo nelle piantagioni, sfruttato dai "baroni del caffè". Poi per fortuna riuscì ad arrivare in città dove trovò un lavoro da muratore, un lavoro retribuito».

Bene, a Manaus succedeva la stessa cosa, non solo che con il caucciù ma anche con l’edilizia ed il tessile. In quanto bianco e cattolico in nostro immigrato era trattato diversamente dagli schiavi di colore, ma la qualità effettiva della sua vita era di poco superiore, con condizioni di lavoro al limite dell’umano e con la mentalità schiavista che molti proprietari terrieri verde-oro continuarono ad avere anche dopo la legge abolizionista del 1888.

Un'immagine aerea dei sobborghi poveri di Manuas, oggi. Foto Reuters.
Un'immagine aerea dei sobborghi poveri di Manuas, oggi. Foto Reuters.

Il problema degli schiavi italiani nel Paese del samba diventò così palese che nel 1902 il governo di Roma decise di proibire qualsiasi tipo di emigrazione in Brasile con una legge che passò poi alla storia come il “decreto Prinetti”. Con questa norma che bloccò il flusso di braccia e la contemporanea esportazione in Asia dei semi dell’albero della gomma (la seringa), Manaus iniziò il suo declino e Vila Paricatuba si trasformò prima in una scuola d'arte gestita da sacerdoti francesi, poi in una prigione e, infine, in un lebbrosario.

Oggi il locale è abbandonato ma restano le sue affascinanti vestigia che la fitta vegetazione amazzonica che le ricopre sempre più con il passare degli anni. Forse nessuno dei nostri tifosi che seguono gli Azzurri contro l’Inghilterra pensa di visitare le rovine di Paricatuba. Un peccato perché contattando tramite le agenzie turistiche locali i proprietari potrete fare un viaggio nella nostra storia, di quando l’Italia non aveva il “problema” degli immigrati con la vergogna di Lampedusa ma esportava braccia a costo zero in questa parte di Brasile.

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