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domenica 28 novembre 2021
 
Intervista
 

Vi racconto il mio sogno azzurro

09/06/2014  Il ct, alla vigilia dei Mondiali, svela la sua squadra ideale: «Capace di soffrire e piena d'entusiasmo»

Mani alzate, sorrisi stravolti, Coppa puntata al cielo. Vittorio Pozzo, Enzo Bearzot, Marcello Lippi, colti nell’attimo del trionfo. E poi quel lungo elenco bianco su fondo blu. L’infinita lista dei ct, da che Nazionale è Nazionale: ciascuno corredato con data di inizio e di fine mandato. Dai muri di Coverciano guardano tutti lui, Cesare Prandelli, l’ultimo della lista, fresco di rinnovo, l’unico con solo la data del calcio d’inizio: dal 2010 a data da destinarsi.
E tutti i predecessori sulle spalle. Ci sarebbe di che sentirsi tremare le vene ai polsi, adesso che il Mondiale è qui e che si parte davvero. Ma Prandelli è Prandelli e ha deciso che – per quanto si vada a casa dei più forti sulla carta – la paura non è di questo mondo. Pardon, di questo Mondiale.

Sa per esperienze, ben più dure del pallone, che la vita prende e dà e ha deciso di prendersi tutto il bello, di fare collezione di attimi. A chi gli chiede del suo sogno brasiliano risponde così: «Non ci vogliamo perdere nulla, ci dobbiamo godere tutto minuto per minuto. La preparazione è già cominciata da tanto, mentalmente e dal punto di vista organizzativo, ma ora siamo nel pieno e io continuo a dire ai miei giocatori che quella che andiamo a fare è un’esperienza meravigliosa, da vivere con entusiasmo straordinario. Deve essere un sentimento contagioso, perché partiamo per un’avventura stupenda. Ci manca solo che ci avvitiamo nelle preoccupazioni. Dobbiamo arrivare preparati ma non stressati: andiamo a giocare a calcio con i migliori al mondo, mica a lavorare».

Sia chiaro, Prandelli è professionista serio, sa che il suo è un lavoro sempre sotto la lente, ma vorrebbe tanto dire a quei ragazzi in azzurro che stanno portando in Brasile il sogno di una vita del bambino Cesare, che toccava il cielo con un dito solo per aver conquistato la maglia delle giovanili della Cremonese e adesso non sta più nella pelle.
Ripete che quel sogno, che tutti loro hanno cullato da piccoli, adesso se lo devono leccare come il gelato più buono del mondo, perché il talento è un regalo che non capita a tutti e giorni da leoni così sono un privilegio della meglio gioventù. Pensieri inconsueti, per lo standard medio di un ritiro per tradizione in assedio permanente effettivo, ma così è la vita al tempo di Mister Cesare I, che pure da ct all’esordio mondiale ha un’idea precisa dell’Italia che vorrebbe: «Una squadra che sa stare in campo contro tutti, capace di soffrire, senza perdere la consapevolezza che può giocarsela con chiunque: questo, secondo me, un allenatore deve sognare a occhi aperti. È chiaro che non si improvvisa, non ti svegli una mattina e dici: adesso vado a fare chissà che. Ci si prepara ma un po’ di sano ottimismo aiuta».

Sono lontani anni luce i tempi degli interminabili ritiri bunker: gli azzurri chiusi dentro una stanza e tutto il mondo fuori. Prandelli d’accordo con la squadra ha immaginato un Mondiale a misura di famiglie: «Abbiamo deciso dopo l’esperienza dello scorso anno in Confederations con i familiari al seguito: abbiamo capito che la presenza della famiglia placa le tensioni, perché a chi ti vuol bene e ti conosce basta uno sguardo. Non c’è bisogno di tanti discorsi. Nei momenti importanti avere attorno la tua bolla di affetto ti può aiutare. E poi ci sono i bambini: niente come la loro spontaneità ti costringe a mettere da parte le tue ansie».

Sia chiaro, serve equilibrio tra ordine e caos: «La lista dei divieti non è nel mio stile, preferisco responsabilizzare le persone, a partire dalla consapevolezza che il comportamento sopra le righe di uno danneggia tutta la squadra». Impossibile non chiedere se anche il ct abbia bisogno di affetti vicini o se l’ontologica solitudine del ruolo sia irrimediabile come dicono, a dispetto di un sentimento che – ormai lo sanno tutti – s’è affacciato alla sua vita.
Prandelli risponde, con quel sorriso timido, che è la finestra sul mondo del suo Dna: «Anche il ct ha bisogno degli affetti (ride) però poi, per ruolo, sei solo per definizione: solo nelle tue decisioni, solo nelle tue riflessioni e solo nel momento in cui devi dare spiegazioni. Però aiuta sentire che intorno tutti sono e si sentono al posto giusto». Adesso il posto giusto di Prandelli è su una caldissima panchina brasiliana, da cui spera di alzarsi lontano nel tempo ma vicino al calcio dei suoi desideri: «Uno spettacolo cui si assiste per passione come a un concerto, dove si può accettare che un avversario sia stato più bravo, ma solo dopo aver dato fino all’ultima goccia, in una squadra in cui ciascuno abbia fatto prevalere il “noi” sull’io. E lo dico prima a me stesso». Dopodiché vinca il migliore. Anche se, il ct non lo nega, 3 punti con l’Inghilterra farebbero piacere. E comodo.

 
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