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mercoledì 14 aprile 2021
 
Campionato al via
 

Paolo Rossi: «Vogliamo tornare a vincere? Copiamo l'Atletico Madrid»

30/08/2014  Intervista al "Pablito" nazionale: «Il calcio italiano ha bisogno di un'infornata di campioncini. Dall'estero, più che giocatori, dovremmo importare l'esempio della squadra di Diego Simeone»

Il carrozzone del campionato sta per ripartire, il gran circo del calcio ha cambiato l’impresario e il capocomico. Ce la farà a cambiare copione, anche se gli acrobati sono pochini e tentati da altri lidi? Abbiamo chiesto a Paolo Rossi impressioni sulla stagione in arrivo.

- Tavecchio presidente federale, Conte ct, Allegri alla Juve, Balotelli all’estero. Sarà un campionato “nuovo”?
«Vedremo: condivido la scelta di Conte ct, mi pare la migliore possibile. Ma a far la differenza saranno come sempre i giocatori in campo e al calcio italiano occorrerebbe più di tutto una bella sfornata di campioncini».

Ne vede qualcuno all’orizzonte?
«Mattia Destro mi piace molto, ha sfiorato il Mondiale per un soffio: mi aspetto da lui un grande campionato. Anche Berardi del Sassuolo ha fatto bene: diamogli tempo di maturare».

- Pochi e solo italiani?
«Preferisco osservare loro, del resto dall’estero non sono arrivati acquisti eclatanti. Non abbiamo le possibilità del Real, del City, del Bayern o del Psg: volano cifre enormi, si pensi a Bale al Real per 110 milioni lo scorso anno. Chi può permettersi cifre così?».

- È un buon segno che acquistino anche italiani come Verratti?

«È segno che alcuni sono appetibili su altri mercati, ma le nostre squadre spesso se li lasciano scappare: Giuseppe Rossi aveva giocato benissimo al Parma, perché nessuno si è fatto avanti prima che lo scovasse il Villareal?».

- Con la Juve in spending review e la Roma in campagna acquisti vedremo più equilibrio?
«Forse sì. Credo molto nella Roma: le squadre non nascono in una stagione, hanno bisogno di una gestazione di 4-5 anni per crescere dal punto di vista della mentalità vincente. La Juve resta la più forte sulla carta, ma potrebbe patire un fisiologico appagamento: restare tre anni al comando mantenendo gli stimoli non è facile. Il Napoli è cresciuto. Se ci fosse anche la Fiorentina ancora meglio. Le milanesi soffrono un po’. Di certo, rispetto al passato, il divario tra le prime e le piccole è cresciuto».

- Perché diciamo di voler copiare dai vivai spagnoli e poi non lo facciamo?
«Sarebbe importante sviluppare il settore giovanile, a patto di sapere che non a ogni generazione nascono, com’è stato in Spagna, nidiate da 6-7 campioni del mondo. È vero, però, che noi prendiamo troppi giocatori da fuori».

- Le regole europee non consentono tetti agli stranieri, come rimediare?
«In Europa società come il Borussia Dortmund e l’Atletico Madrid fanno politiche intelligenti: acquistano giovani, li valorizzano e li vendono. I bilanci restano sani e se qualcuno intanto cresce bene arrivano pure i risultati: non sarebbe il caso di imitarle?».

- Club e Nazionale hanno interessi contrastanti: dov’è l’equilibrio?
«Nel tentativo di mediare tra le esigenze. Non è facile. Ma è vero che una Nazionale capace di risultati continuativi indica un movimento in salute».

- A questo proposito la Germania ha mostrato un modello da studiare?

«Sì: una squadra con giocatori solidi, un piacere da vedere. Noi facciamo drammi, se fossimo più razionali studieremmo quello che fanno gli altri».

- La crisi è anche di valori: si muore ancora per una partita. Si fa qualcosa di concreto o se ne parla solo?
«È un problema di cultura sportiva: altrove non si va armati allo stadio e non si schierano migliaia di agenti a ogni giornata di campionato. A proposito, quanto ci costa tutto questo?».

- Dovremmo chiederlo alle società che coltivano rapporti con certi tifosi.
«Coltivare forse non è la parola giusta: non è che li accettino volentieri, ma, insomma, fanno buon viso a cattivo gioco. Qualche presidente si sforza di opporsi, ma bisognerebbe essere tutti d’accordo».

- Abolite le sanzioni sulla discriminazione territoriale, sono ricominciati i cori contro il Napoli...

«Forse non era giusto che pagassero tutti per 20 imbecilli, ma credo che bisognerebbe essere un po’ più duri con certi comportamenti. Prendiamo a esempio gli inglesi con gli hooligans: si individuino i responsabili e li si punisca con severità. Invece di fare sempre gli italiani, aspettando la prossima tragedia».

- Il calcio resta un collettore di emozioni: il 1° settembre si gioca la Partita della pace voluta dal Papa. I messaggi positivi passano nonostante tutto?
«Per fortuna sì, il calcio è ancora una passione universale, la sua capacità di mobilitazione attorno a temi solidali è aumentata rispetto ai miei tempi, ma c’è bisogno di recuperare un po’ di immagine: nel calcio si parla troppo di soldi e in tempi di crisi certi eccessi riescono incomprensibili all’opinione pubblica. In passato c’era un po’ più di poesia, dobbiamo recuperarla».

- A ogni Mondiale si cerca un nuovo Paolo Rossi. Che cos’è cambiato rispetto al suo calcio?

«Non chissà che, c’è solo meno spazio. Ma anch’io, ai tempi, sono andato in B, al Vicenza: un giovane per maturare deve giocare. I campionati sulle panchine non fanno crescere».

- Dopo una vita nel calcio, che cosa la appassiona ancora?

«Vedere le partite, i giocatori che si impegnano, il bel gesto tecnico. Ma con un po’ di sano disincanto».

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