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venerdì 25 settembre 2020
 
Assassinio virale
 

Alison Parker e Adam Ward, omicidio in diretta

27/08/2015 

È impressionante la similitudine delle immagini dell’omicidio di Alison Parker e Adam Ward, i due cronisti della WDBJ7, con le immagini prodotte dai videogiochi sparatutto. Fotogrammi tremendi, freddi, con la canna della pistola inquadrata in soggettiva come nella peggiore simulazione elettronica, tanto da  far assottigliare al minimo, nello sguardo dell’uomo che ha sparato, il confine tra finzione e realtà. Pixel calcolati al millesimo, da giocarsi in tempo reale nei social media, tanto precisi da attendere che il cameraman  inquadrasse direttamente la giornalista per far sì che la sparatoria finisse inequivocabilmente sugli schermi di migliaia di spettatori.

Vester Lee Flanagan, l’uomo che esploso i colpi di pistola, conosceva molto bene i meccanismi dei social media e probabilmente conosceva bene anche le scene dei giochi digitali, tanto ne ha ricalcato lo schema. Ha progettato consapevolmente la sua vendetta in diretta tv, raccontandone la sua versione con la videocamera dello smartphone, certo che il suo gesto avrebbe avuto un’amplificazione planetaria complice la curiosità per gli episodi cruenti che alimenta la viralità dei social media. Le immagini televisive raccontano un omicidio crudissimo e senza ragione, la soggettiva del suo telefono, insieme al commento postato su twitter vedono la risposta alla ferite dell’anima.

Preferisco indicarlo con la dicitura “l’uomo che ha sparato” perché, se il gesto che ha compiuto è gravissimo e non ha scusanti, la sofferenza che lo ha portato a questa azione assurda merita un minimo di considerazione. Il suo testamento è vergato nelle 23 pagine inviate via fax all’emittente Abc News, dalle quali sembra emergere un desiderio di vendetta per le discriminazioni subite sia a livello lavorativo che sessuale e personale. L’episodio che ha fatto tracimare la misura sembra essere la strage dei nove afroamericani nella chiesa di Charleston, ma sono fatti che risalgono a giugno.
 
Chissà quale dolore e quale risentimento hanno covato per mesi nelle pieghe dell’esistenza di Vester Lee Flanagan, senza trovare sollievo o guarigione. Da quanto trapela dalla Abc News sembra che l’uomo li avesse contattati più volte nell’ultimo periodo, forse un segnale disperato lanciato ad un interlocutore che poco avrebbe potuto per prendere in carico il suo problema. La polemica sulla vendita facile delle armi suona più da campagna politica che da attenzione per prevenire episodi simili.

Uno dei percorsi virtuosi per prevenire queste uccisioni è allertare i sensori in grado di captare i disagi profondi. In questo non sempre siamo efficaci. Flanagan non lavorava più alla Wdbj7, la stessa emittente delle sue vittime, da un paio d’anni. Jeff Marks, il direttore che l’ha allontanato, ne ha parlato come una persona infelice accompagnata alla porta dalla polizia il giorno del licenziamento. Non se l’è presa con lui, ma con due giovani nel fiore della loro carriera e dei loro futuri affettivi, ovvero quello che lui non era e non aveva. Una protesta contro l’insuccesso nella vita messa in atto da un abile social media manager. La nostra insana curiosità cogliere in diretta il momento in cui la vita terrena cede il passo alla morte ha fatto il resto.
 
«Quando lascerò questa terra l’unica cosa che sentirò sarà pace» ha scritto Flanagan prima di suicidarsi. Forse questo ha cercato nel più tremendo e orribile dei modi.

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