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giovedì 21 ottobre 2021
 
il dialogo
 

«I cambiamenti climatici minacciano la nostra sopravvivenza sul Pianeta»

04/09/2021  Dopo l’estate degli eventi metereologici estremi, al Festival della Mente di Sarzana il 5 settembre il dialogo tra Antonello Provenzale, direttore dell’Istituto di Geoscienze del Cnr, e Sara Segantin, scrittrice e alpinista, tra i fondatori del movimento italiano FridaysForFuture, sul tema “Cambiamento climatico: origini, catastrofi e speranze”. Li abbiamo intervistati in quello che è anche un confronto generazionale: «Siamo a un bivio, dobbiamo ridurre le emissioni di gas serra e cambiare le nostre abitudini prima che sia troppo tardi»

È stata l’estate degli eventi estremi: incendi sempre più frequenti e devastanti che hanno distrutto ettari di foreste, dagli Stati Uniti all’Europa. Lunghissimi periodi di siccità e di temperature torride con il record di 48,8 gradi registrati a Floridia, in provincia di Siracusa, l’11 agosto scorso. Alluvioni violentissime che, dalla Germania ai Paesi Bassi fino al Nord Italia, hanno messo in ginocchio intere città e provocato migliaia di vittime.

L’Ipcc, l’ente inter-governamentale delle Nazioni Unite che periodicamente misura la febbre della Terra, nel suo Rapporto diffuso un mese fa, ha lanciato l’ennesimo allarme: «Molti di questi cambiamenti climatici sono senza precedenti in migliaia, se non centinaia di migliaia di anni, e alcuni tra quelli che sono già in atto, come il continuo aumento del livello del mare, saranno irreversibili per centinaia o migliaia di anni». Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres l’ha definito un «codice rosso per l’umanità». Siamo ancora in tempo a invertire la rotta? Al Festival della Mente di Sarzana ne discutono Antonello Provenzale, direttore dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR, esperto di dinamica del clima e autore di numerose pubblicazioni, e Sara Segantin, scrittrice, alpinista, tra i fondatori del movimento FridaysForFuture Italia. Il tema del loro dialogo, in programma il 5 settembre, è “Cambiamento climatico: origini, catastrofi e speranze”. È anche un confronto tra generazioni: Provenzale ha 62 anni, Segantin 24.

Il clima della Terra è sempre cambiato, fra periodi in cui la temperatura era di 10 gradi più alta rispetto a oggi, ed epoche in cui il pianeta era interamente coperto di ghiaccio. Quindi, se i cambiamenti ci sono sempre stati, perché ci preoccupiamo per quei pochi gradi in più che ci attendono alla fine del secolo? È davvero così grave?

Segantin: «I cambiamenti climatici ci sono sempre stati nella storia, è vero, ma hanno richiesto ere geologiche per realizzarsi. Ora invece viaggiano a un ritmo velocissimo e la causa principale, che gli scienziati definiscono chiara ed inequivocabile, è di origine antropica, dovuta alle emissioni inquinanti di gas serra, principalmente CO2 e metano. Oggi siamo a un bivio perché qui non è in discussione il pianeta ma la nostra sopravvivenza su questo pianeta».

Provenzale: «Nella lunga storia della Terra abbiamo avuto cambiamenti climatici anche molto più estremi di quelli attuali, per quantità e impatto. Ma nella storia umana negli ultimi 10-12mila anni, da quando siamo usciti dal picco glaciale e si è sviluppata la civiltà umana, la temperatura è rimasta più o meno stabile, con cambiamenti limitati e molto lenti. La grande novità dell’ultimo secolo è stato l’aumento rapidissimo di concentrazione di CO2 nell’atmosfera a causa delle emissioni antropiche e un corrispondente aumento, altrettanto rapido, della temperatura globale come non si era mai verificato negli ultimi 800mila anni. Faccio un esempio: il massimo di CO2 misurato dalle bolle intrappolate nel ghiaccio antartico è di 300 parti per milione, oggi invece siamo a 420 e continua a salire. Stiamo andando verso una situazione che non è nuova per il pianeta ma lo è per l’umanità. Alcuni dati storici dicono che nel Medioevo era un po’ più caldo che dei secoli successivi. È vero, ma rispetto a quanto stiamo sperimentando ora, la situazione era comunque meno estrema. Oggi invece la temperatura è aumentata rapidamente su tutto il globo con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. I ghiacciai artici ed antartici e la copertura nevosa sono sempre più ridotti e questo si riflette sul ciclo dell’acqua: precipitazioni violente con alluvioni devastanti e periodi di siccità molto più prolungati con incendi sempre più frequenti. I dati degli ultimi quarant’anni evidenziano chiaramente l’aumento delle precipitazioni nel Nord Europa e la diminuzione nel Sud con conseguenze gravi, tra le altre cose, sull’agricoltura».

Antonello Provenzale e Sara Segantin

Nonostante gli eventi estremi cui stiamo assistendo, e che gli esperti dicono saranno sempre più frequenti, c’è, da un lato, chi nega il cambiamento climatico e, dall’altro, chi paventa la fine del mondo da qui a qualche anno. Come regolarsi tra questi due opposti estremismi?

Provenzale: «Non mi piace il termine “negazionista” che ha origini storiche precise e in un quadro molto drammatico come le persecuzioni naziste e l’Olocausto. Perciò preferisco chiamarli “clima-scettici”. Peraltro, sono molto pochi, soprattutto in ambito scientifico. Se ragioniamo con calma, vediamo che non ci sono due campi opposti. Alcuni “clima-scettici”, ad esempio, muovono obiezioni talvolta fondate sui modelli climatici, ai quali non si può sempre credere ciecamente. Ma il riscaldamento globale è confermato dai dati misurati, che sono inequivocabili e provengono da reti di misura in tutto il mondo e dalle osservazioni satellitari. Dall’altra parte, anche il catastrofismo non serve a nulla, e non aiuta a risolvere i problemi. Credo che la discussione vera sia questa: a fronte dei cambiamenti climatici molto intensi e per gran parte generati dall’attività umana, cosa facciamo? Questo sì che diventa un dibattito molto “caldo” dove qualsiasi scelta geopolitica ha un impatto economico sulla vita delle persone: quale energia è meglio utilizzare? Rinnovabile o nucleare? Quali strategie agricole e di produzione del cibo? Discutere se i cambiamenti siano veri o falsi significa perdere tempo prezioso e ci costerà molto di più nel riparare i danni. Bisogna evitare il catastrofismo e discutere su quali tecnologie utilizzare per risolvere il problema e su come tagliare rapidamente le emissioni».

Segantin: «A livello scientifico la comunità è concorde sul fatto che la crisi climatica abbia origini antropiche, a livello sociale non tutti ne sono coscienti. Questo anche nei Paesi occidentali, dove in larghe fette della popolazione c’è una mancanza di consapevolezza della crisi climatica e di che cosa significhi per l’immediato futuro, nonostante il moltiplicarsi degli eventi estremi e le conseguenze del sovrasfruttamento del territorio e dell’inquinamento stiano già sconvolgendo anche il nostro Paese. E anche là dove c’è consapevolezza, il problema appare troppo grande e complesso per poter essere affrontato, così si cade spesso nel catastrofismo impotente o nella rassegnazione: “finirà il mondo, ma non possiamo farci niente” è un’affermazione diffusa e pericolosa, perché oltre a impedire l’assunzione di responsabilità da parte di tutti e a tutti i livelli, porta a giustificare l’ingiustificabile. Tutto questo può essere superato spesso e volentieri con una corretta comunicazione, che dia alle persone un quadro della gravità della situazione, ma fornisca anche scenari di possibilità, di opportunità, dia, in poche parole, speranze concrete per cui impegnarsi e per le quali lottare. Tenendo conto sempre che la lotta alla crisi climatica è anche la lotta per la pace, per i diritti umani e per la giustizia sociale in tutti i suoi aspetti. La scienza, la tecnologia e la politica hanno già gli strumenti necessari ad affrontare la questione. È arrivata l’ora – l’abbiamo già passata da un pezzo anzi – di iniziare a usarli».

Gli esperti dell’Ipcc hanno chiesto “serietà” agli Stati sottolineando come pochissime nazioni abbiano presentato nuovi piani contro il cambiamento climatico in vista del prossimo vertice (COP26) che si terrà a Glasgow a novembre. A parte le politiche dei Paesi, importantissime, cosa bisogna fare concretamente per invertire la rotta?

Segantin: «Io credo che ci siano due livelli correlati. Il primo riguarda le nostre piccole azioni, perché cambiare il nostro modo di stare al mondo è la premessa fondamentale per compiere scelte su larga scala a livello politico, sociale ed economico. Gran parte delle emissioni climalteranti arriva però da una piccola fetta d’industria e non possiamo quindi dimenticare l’impatto di decisioni ai cosiddetti “livelli alti”. C’è bisogno quindi di leggi adeguate e di controlli e sanzioni che ne permettano l’applicazione su larga scala. Cosa può fare in questo l’individuo? Informarsi, discutere, porsi domande, votare con consapevolezza. Perché se le decisioni politiche condizionano le vite degli individui, quelle delle persone condizionano le scelte degli Stati. Ognuno nel suo ambito, che sia scienziato, politico o semplice cittadino, deve cambiare il modo di svolgere la sua professione, del suo essere nel mondo. L’importante è davvero cambiare le premesse e rendersi conto – e comportarsi di conseguenza – che viviamo in un sistema mondo di cui l’essere umano è parte. Bisogna pensare alla lotta contro la crisi climatica non solo come necessità ma anche come opportunità per mettere in campo tutto l’ingegno umano per compiere i cambiamenti necessari. Siamo andati sulla luna, non riusciamo a risolvere un problema che noi stessi abbiamo creato? Sarebbe un bello smacco!».

Provenzale: «La sensibilità dei singoli è importante. Penso ad esempio a un utilizzo più razionale dell’acqua. Oppure a politiche che rendano i trasporti pubblici più efficienti e permettano di utilizzare il meno possibile l’auto privata. Il livello principale e più grande però resta la riduzione drastica delle emissioni di CO2, che riguarda i governi e le industrie degli Stati di tutto il mondo. Quindi attenzione a non insistere solo sul concetto, che a volte può anche essere vago, di sostenibilità delle azioni individuali perché non basta. Inoltre, la crisi climatica è un problema che ne incrocia tanti altri: la perdita di suolo e della biodiversità, l’erosione del suolo, lo stravolgimento del ciclo dell’azoto con i fertilizzanti azotati. Tutti problemi che hanno cause diverse ma che interagiscono tra di loro. Dobbiamo capire che abbiamo limiti di manovra ampi ma non infiniti e che sottostiamo anche noi, come tutti i viventi, alle leggi della natura».

Un leader globale come papa Francesco sta dedicando grande attenzione a questo tema consapevole, come dice la Bibbia, che noi non siamo padroni ma custodi della “casa comune” che ci è stata affidata per conservarla e non distruggerla. Quanto è importante che il Pontefice levi la sua voce su questi temi?

Provenzale: «Moltissimo perché parla a milioni di credenti e si pone come punto di riferimento culturale anche per molti non credenti. Le ultime encicliche, a cominciare dalla Laudato si’, sono fondamentali. Più leader religiosi, culturali e politici ne parlano, meglio è. Il Canada non è una nazione nota per l’attenzione ai cambiamenti climatici ma dopo gli ultimi incendi ci sono state dichiarazioni molte nette da parte di diversi esponenti politici».

Segantin: «L’atteggiamento umile e profondo di papa Francesco e le sue coraggiose prese di posizione hanno un grande impatto. Si sta assumendo la responsabilità che il suo ruolo gli impone, i suoi interventi non sono sufficienti a risolvere il problema, certo, ma sono preziosi e necessari. Inoltre, per i giovani il suo impegno è diventato un vero e proprio esempio di cittadinanza attiva e responsabile».

Provenzale: «In conclusione, vorrei riflettere su un aspetto sociologico interessante. La generazione “intermedia”, di chi oggi ha 35 o 40 anni, è stata forse la meno sensibile al problema dei cambiamenti climatici mentre sono rimasto molto colpito dall’attenzione data dalla generazione dei ragazzi di FridaysforFuture, molto trasversale politicamente e che dimostra che il problema è sentito davvero».

Antonello Provenzale è direttore dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR, ricercatore invitato presso l’Università Ben Gurion in Israele, l’Università del Colorado in USA, l’École Normale Supérieure di Parigi. Si occupa di dinamica del clima, interazione fra geosfera e biosfera e impatti dei cambiamenti globali su ecosistemi e biodiversità. È autore di più di 160 pubblicazioni scientifiche internazionali e del libro Coccodrilli al Polo Nord e ghiacci all’Equatore (Rizzoli, 2021).

Sara Segantin è una scrittrice, alpinista e narratrice scientifica. Autrice di tre romanzi – l’ultimo, Non siamo eroi (Fabbri, 2021), sulla crisi climatica –, cura per Geo (Rai 3) una rubrica su giovani e ambiente. Ha realizzato numerosi progetti internazionali per la tutela del pianeta e la promozione del turismo ecocompatibile ed è tra i fondatori di FridaysForFuture Italia.

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