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giovedì 13 agosto 2020
 
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1943: l’abbraccio al ritorno dalla Campagna di Russia

01/07/2020  Il ritorno del soldato Attilio a Guanzate e a casa: le pagine più emozionanti del diario

“Io sentivo tutto questo e mi dicevo sono proprio tornato”

 

Arrivato alla Stazione centrale notai un gran movimento di fascisti, di persone che commentavano la caduta di Mussolini. Io cercavo di evitare i gruppetti di persone che discutevano di tutto questo. Era interessante sapere qualcosa più di preciso di quanto è accaduto, ma per me era più importante raggiungere il paese e ritrovare i miei cari.

Arrivato alla Stazione nord presentai la mia licenza. il biglietto era già pagato. Salii sulle solite vetture dai sedili di legno, e avvicinatomi al finestrino guardavo tutte le case. E se qualche casa nei dintorni della stazione ha sentito la guerra. Si era saputo che anche Milano era stata bombardata e notai che un muro della stazione verso il parco era tutto crollato per il bombardamento. Poi sentii la vettura muoversi e in me sentii un sollievo.

Fra poco sarò a casa. E sempre affacciato al finestrino vedevo i paesi che già conoscevo passare uno a uno avvicinandomi di più alla meta, molte persone che erano poco lontane da me e mi vedevano cosi entusiasta nel vedere quei posti, mi chiesero se era molto tempo che mancavo da casa, io gli dissi poco, ma per me è tanto, questi posti, questa Italia e la mia casa mi è mancata da molto. Io torno dalla Russia. Molti si avvicinarono, chiedendomi se faceva tanto freddo, chissà quanti morti, quanti prigionieri, e tu come ce lai fatta a tornare, avrai sofferto molto. Perfino qualcuno mi diceva se avevo bisogno di qualcosa e mi offrivano delle sigarette, che non acettai. Ma la mia risposta nel sentire quanto questa gente voleva sapere del mio passato e delle sofferenze, e rammentando tutto il passato, per un attimo me lo vidi davanti in poco tempo, e non ebbi la forza di parlare. Solo poche lacrime dei miei occhi fecero capire a quella gente tutto. Poi riuscii a dire: ho voglia di rivedere mia mamma che tanto mi è mancata. A sentire queste parole da un soldato restarono per un attimo in silenzio e mi guardavano e comprendevano in me il gran desiderio di ritornare a casa e riabbracciare i miei cari mentre una donna del gruppo si asciugava gli occhi e diceva in dialetto “por fio”, povero figliolo.

A un certo momento un signore disse: siamo a Lomazzo. Io gli dissi che scendevo a Cadorago (Lomazzo e Cadorago sono le fermate delle Ferrovie Nord più vicine a Guanzate, il paese di Attilio, e si trovano sulla linea Milano Cadorna-Como, ndr). Cosi, arrivato alla stazione, mi preparavo a scendere. e dal gruppo che si era unito per sentire qualche cosa mi davano la mano e mi battevano leggermente le mani come segno di coraggio, e qualche donna diceva: “Quanto avranno sofferto questi giovani”.

Sceso alla stazione di Cadorago che già conoscevo bene mi avviai per Guanzate, cercando di allungare il passo. Quando vedevo qualche persona che col carro andava a fare il fieno o nei campi mi salutavano, e io contraccambiavo il saluto. E sentivo che fra loro dicevano “quel l’è ul fiò dei Curengia che jera in Russia e le turnà a ca’” (in dialetto comasco, quello è il figlio dei Corengia che era in Russia e che è tornato a casa, ndr).

Io sentivo tutto questo e mi dicevo “sono proprio tornato”. Arrivato alla Madonna feci il segno della Croce. e poi via sul viale fino ai quattro uomini (qui l’autore si riferisce al Santuario di Guanzate che si trova alla fine di un viale preceduto dalle statue dei quattro Evangelisti, “I quattro uomini” appunto; anche i nomi dialettali che seguono si riferiscono a particolari punti e case del paese che hanno tutti una loro storia, ndr). Già vedevo tutto il paese, ma a me interessava raggiungere la mia casa. Per non perdere tempo non andai fino alle quattro strade. (andai invece) alla fontana dove cera la macchina trebbiatrice e verso il “miribel”, facendo quella strada avrei abbreviato il percorso e sarei arrivato prima. Poi passai i campi del “magher” e ecco avanti a me il “funasun” e la casa dei “valceppina” dove abitavamo e incominciavo ad attraversare i prati avvicinandomi di più alla casa.

Ed ecco che qualcuno che mi vide e mi ha riconosciuto incominciò a gridare “Giuseppina, ghe scià ul tò fieù” (in dialetto comasco: Giuseppina, sta arrivando tuo figlio, ndr) e vidi mia madre sotto il porticato col suo grembiule nero. Lei usci sulla stradina, io da quel momento corsi… corsi… lasciando tutto quello che avevo nelle mani finché la raggiunsi, e piangendo tutti e due ci abbracciammo abbandonandoci a qualche bacio. Che era da molto che non si baciava da madre e figlio. Anche per i presenti è stato un po’ di meraviglia vederci cosi.

Il papà che era al lavoro alla cava era venuto a saperlo e tornò subito, poi arrivarono le sorelle dal lavoro il cognato Enrico.

Abbracci con tutti. Anche qualche zio è venuto a trovarmi.

Alla sera ci fu una bella festicciola, io mi guardavo attorno e vedevo tutto quanto ho lasciato prima, e ogni tanto al fronte rivedevo nel pensiero, con la speranza di ritornare. E mi dicevo in silenzio: ce l’ho fatta e sono ancora con voi.

Dopo la festa il cognato e vari parenti che sono venuti a trovarmi mi chiedevano, “com’è la Russia”, se ci son stati tanti morti e tante tante altre domande. Cercai di raccontare più o meno alle domande che mi facevano, ma poi qualcuno (disse) “non parliamone ora, oggi si fa festa e basta”.

 

Dal diario di Attilio Corengia, Milano 1995, pp. 347-349 (depositato presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, sito: www.archiviodiari.org, Lista d’Onore Premio Pieve 1997).

Storia del diario, scansione e ritrascrizione integrale sul sito www.parolediguerra.it, giugno 2020.

 

Grazie a voi e un cordiale saluto.

Teresita Corengia

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