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martedì 29 settembre 2020
 
 

2015, l'anno terribile per la Francia

15/11/2015  Attentati, morti, allarmi in serie. Il Paese di Hollande si è trovato nel mirino dei terroristi. La reazione in atto.

Il presidente francese Hollande (Reuters).
Il presidente francese Hollande (Reuters).

129 morti, 352 feriti. Senza contare i sette kamikaze che si sono immolati azionando le cinture esplosive di cui si erano muniti.  Il tragico bilancio degli attentati che hanno insanguinato Parigi la sera di venerdì 13 novembre sembra purtroppo destinato ad aggravarsi dato che almeno cinquanta tra i feriti sono gravissimi. La Francia, dove il presidente François Hollande ha proclamato tre giorni di lutto nazionale e tre mesi di «stato di emergenza»,  è attonita, il mondo intero è sotto shock. «L’11 settembre della Francia e di tutta l’Europa», hanno titolato i giornali, insistendo sul fatto che nel mirino dei terroristi ci sono tanti altri paesi del Vecchio Continente.  «La Pearl Harbour della Francia», ha dichiarato il filosofo Pascal Bruckner che da tempo denuncia le minacce che il fanatismo islamico fa pesare sul suo paese. 

A parte il fatto che l’inchiesta non ha tardato a svelare i legami tra i kamikaze che hanno terrorizzato Parigi e l’Isis (il cosiddetto «stato islamico» che i francesi preferiscono chiamare «Daesh»), sulla matrice della strage del 13 settembre sussistono pochi dubbi. Se ne fossero rimasti, ci hanno pensato gli stessi fanatici dell’Isis a dissiparli poche ore dopo la tragedia, diramando (via internet) un comunicato farneticante. Vale la pena di citarlo per esteso, per capire meglio il delirio che sconvolge le menti dei capi dell’Isis (o «Daesh» che dir si voglia). 

«In un attacco - sia benedetto Allah - un gruppo di soldati del Califfato - che Allah gli doni la potenza e la vittoria - ha preso come bersaglio Parigi,  capitale  europea dell’abominazione e della perversione, dove sventola la bandiera con la croce. Un gruppo di martiri è avanzato contro i nemici, cercando la morte nel sentiero indicato da Allah per umiliare i nemici. Otto fratelli kamikaze con cinture esplosive e fucili d’assalto hanno preso come bersagli gli angoli scelti minuziosamente nel cuore della capitale francese: lo Stadio di Francia durante l’incontro di calcio fra le squadre di due paesi crociati, Francia e Germania, incontro al quale assisteva l’imbecille di Francia François Hollande. Poi il Bataclan, il locale dove erano riunite centinaia di infedeli in occasione di una festa perversa, così come altri obiettivi nel decimo, undicesimo e diciottesimo arrondissement. Il bilancio è di 200 morti.» 

Il comunicato prosegue con la descrizione sommaria del «modus operandi» dei  kamikaze: «I martiri, dopo aver sparato, si sono fatti esplodere in mezzo ai miscredenti».  Quindi la minaccia finale: «La Francia e quelli che la seguono devono sapere che restano fra i principali obiettivi dello Stato islamico e che continueranno a sentire l’odore della morte per aver preso la guida della crociata, per aver insultato il nostro profeta, per essersi vantati di combattere l’islam in Francia e colpire i musulmani nelle terre del Califfato con i loro aerei che non sono stati di nessuna utilità nelle vie maleodoranti di Parigi. Questo attacco non è che l’inizio della tempesta, un avvertimento per coloro che vogliono meditare su questa lezione». 

Non c’è stato soltanto il farneticante comunicato dell’Isis, ma anche una quantità di messaggi postati su Twitter e sui social dai sostenitori di Isis. Il picco si è avuto con l’hashtag #Parigibrucia scritto in arabo e poi bloccato dagli utenti e dagli hacktivist. «Il sapore del sangue francese è buono» ha scritto un simpatizzante di Daesh che ha postato anche un «emoticon» per ribadire il suo delirante messaggio. E ha aggiunto: «Ma il sapore  del sangue americano è ancora più buono, lo gusteremo presto».

La Francia non ha perso tempo per organizzare le rappresaglie. Nella notte fra domenica e lunedì, 48 ore dopo la strage di Parigi, i cacciabombardieri «Rafale» hanno scatenato una tempesta di fuoco sulla città di Raqqa, in Siria, dove i combattenti dell’Isis hanno stabilito il loro quartier generale. Domenica è salpata la portaerei «Charles de Gaulle», che incrocerà al largo delle coste libanesi e siriane. La nave si muoverà con il suo gruppo di battaglia (composto da alcune fregate, una nave da rifornimento e un sommergibile nucleare) e i 36  aerei da combattimento che si trovano a bordo  consentiranno di intensificare i bombardamenti contro le postazioni dell’Isis. 

Lunedì pomeriggio, François Hollande ha pronunciato un discorso marziale davanti ai deputati e ai senatori riuniti in congresso nella reggia di Versailles (il congresso delle due camere è un fatto assolutamente eccezionale, la sua convocazione avviene esclusivamente in circostanze straordinarie). Il presidente della Repubblica, che subito dopo la strage del 13 novembre aveva dichiarato «a caldo» : «je serai impitoyable» (sarò spietato),  ha annunciato una serie di misure che vanno dall'attribuzione di maggiori poteri (quasi illimitati) alle forze dell’ordine, al potenziamento dei mezzi di cui dispongono le forze armate. Saranno reclutati 5.000 poliziotti supplementari e un migliaio di doganieri, per controllare le frontiere di cui il presidente francese, in barba al trattato di Schengen e alle convenzioni europee, ha decretato il ripristino.

Hollande ha anche annunciato una riforma della costituzione che dovrebbe consentire di lottare più efficacemente contro il terrorismo. In parole povere, una sorta di «patriot act» sul modello di quello che era stato messo in opera negli Stati Uniti dopo l’attentato delle Torri gemelle (11 settembre 2001). E tanto peggio per coloro (oggi sono rimasti in pochi) i quali fanno osservare che tutte le leggi e le disposizioni necessarie per lottare contro il terrorismo esistono già nell’arsenale giudiziario delle democrazie. E’ sufficiente applicarle senza ricorrere a leggi speciali che rischiamo di essere liberticide. Purtroppo, l’opinione pubblica sconvolta dai tragici avvenimenti del 13 novembre non ragiona serenamente, e esige misure che garantiscano la sicurezza. Rispunta, insomma, l’antico dilemma: bisongna davvero sacrificare una parte delle libertà in nome della sicurezza? Dilemma tanto più angoscioso in quanto è impossibile garantire la sicurezza totale, mentre è molto facile limitare le libertà. 

Gli attentati di venerdì 13 novembre sono la risposta dell’Isis alla campagna di bombardamenti avviata dalla Francia in Irak e in Siria, nell’ambito della coalizione guidata dagli Usa. I fanatici islamici avevano promesso rappresaglie, che sono arrivate il 13 novembre senza che i servizi segreti e il dispositivo di sicurezza francese fossero riusciti a prevenirle. Come per l’eccidio dei disegnatori e dei giornalisti di Charlie Hebdo nello scorso gennaio, i terroristi hanno colto di sorpresa gli 007 transalpini.  

Il 2015 è stato un anno drammatico per la Francia: tutto è partito dalla strage al giornale satirico, ma il Paese è stato costantemente nel mirino.

Il 9 gennaio, due giorni dopo il micidiale attacco dei fratelli Kouachy a Charlie Hebdo (12 morti), Amedy Coulibaly, un fiancheggiatore dei due fratelli, assassina 4 persone in un supermercato «kosher» di Parigi.  

In febbraio, un altro allarme: tre militari in servizio davanti a un sito della comunità ebraica di Nizza vengono aggrediti a coltellate da un francese di origine africana.  Pochi giorni dopo viene sventato un attentato contro una chiesa di Villejuif, alla periferia di Parigi.  L’attentatore, lo studente di informatica Sid Ahmed Ghiam, viene arrestato prima di poter realizzare il suo progetto. In agosto scatta l’allarme per tutti i treni d’Europa: un marocchino apre il fuoco contro i viaggiatori di un Tgv, ma viene placcato da tre americani che con il loro coraggioso intervento evitano quella che poteva essere una strage.

Secondo il ministero degli interni, sarebbero circa duemila i francesi legati a organizzazioni coinvolte nella «jihad» islamica o nei gruppi più radicali in Irak e in Siria. Altri 10 mila sono schedati dalla polizia sotto la lettera «S», e cioè sottoposti a sorveglianza speciale perché sospettati di simpatie pro-islamiste. Ma quanti sono i fanatici non schedati, sconosciuti ai servizi segreti, che attendono nell’ombra il momento adatto per unirsi ai gruppi più radicali? E’ una domanda che fa venire i sudori freddi ai governanti e turba i sonni dei francesi. 


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Francia sotto shock: attentati a raffica, 60 morti. Hollande chiude le frontiere. Cordoglio di Obama
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