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L'ANNIVERSARIO
 

35 anni dopo, Černobyl è ancora un incubo dai contorni inafferrabili

25/04/2021  Il 26 aprile 1986, a Pripyat’, in Ucraina, due esplosioni quasi consecutive devastarono il reattore numero 4 della centrale nucleare intitolata a Cernobyl. Segnarono la fine dell'Unione Sovietica e conseguenze umane, ambientali e politiche non ancora esaurite

All’una, ventitré minuti e 45 secondi del 26 aprile 1986, a Pripyat’, in Ucraina, successero due cose parimenti drammatiche. La prima è che due esplosioni quasi consecutive devastarono il reattore numero 4 della centrale nucleare che, per i misteri della pianificazione sovietica, era stata intitolata a Cernobyl, cittadina lontana una ventina di chilometri, mentre le case dei tecnici e degli operai di Pripyat’ (50 mila abitanti, due ospedali, due hotel, un cinema, un teatro e il soprannome di “città dei fiori” per la sua modesta grazia) erano a un tiro di sasso dall’impianto. Era in corso un test di sicurezza quasi banale (dal 1982 era stato condotto tre volte senza problemi) ma, stando almeno alle conclusioni dell’inchiesta ufficiale, una serie di errori di procedura compromise la stabilità del reattore. La prima esplosione sparò via il “disco” che copriva il nocciolo: mille tonnellate di cemento e metallo che saltarono come un tappo e poi ricaddero sul reattore. Poi l’idrogeno e la grafite, ormai surriscaldati, entrando a contatto con l’aria scatenarono un’altra bomba che distrusse il tetto dell’edificio. Infine la grafite contenuta nel nocciolo del reattore prese fuoco e riversò nell’atmosfera un’enorme quantità di isotopi radioattivi.

Il secondo evento di quel giorno e quell’ora fu la fine dell’Unione Sovietica. Certo, il funerale arrivò qualche anno dopo, ma con Cernobyl si capì che il sistema non poteva più reggere. Mikhail Gorbaciov era segretario generale del Pcus da un anno, le parole d’ordine perestrojka e glasnost’ già circolavano. Ma al momento del disastro entrarono in azioni tutti i vecchi automatismi. Silenzio fuori. Non una parola su quella nube radioattiva che i venti intanto spingevano sulla Bielorussia, poi verso i Paesi baltici e infine verso Svezia e Finlandia. Furono i tecnici della centrale svedese di Forsmark, il 28 aprile, a rilevare i livelli abnormi di radioattività e a dare l’allarme. Gorbaciov ammetterà l’incidente solo il 14 maggio, tre settimane dopo il disastro. E silenzio in patria. I tecnici della centrale minimizzavano con i dirigenti politici ucraini. Questi minimizzavano con i loro capi a Mosca, che a loro volta raccontavano a Gorbaciov e al primo ministro Ryzhkov di una “esplosione”, senza troppi particolari. Il ministro per l’Energia Mayorec volò a Pripyat’ e capì subito di quale tragedia si trattasse ma non ebbe il coraggio di ordinare l’evacuazione. Gli abitanti furono spostati solo due giorni dopo per ordine di Boris Scerbina, capo della Commissione d’inchiesta nel frattempo nominata, che in un primo tempo si era rifiutato di farlo per “non essere umiliati davanti al mondo intero”. E poi lo spettacolo penoso dell’incidente dovuto a trascuratezza e incuria, dei “liquidatori” (pompieri, soldati, civili) che eroicamente combattevano le radiazioni protetti quasi solo da maschere e guanti di gomma, della generale disorganizzazione di fronte all’unico dramma nucleare civile, prima di Fukushima, a essere classificato di settimo livello, il massimo della scala di catastroficità Ines.

Anni dopo ebbi modo di incontrare Nikolay Fomin, uno dei tre dirigenti della centrale (insieme con il direttore Viktor Bryukhanov e l’altro capo ingegnere Anatolyj Dyatlov) che furono subito indicati come i responsabili dell’incidente, cacciati dal partito, sbrigativamente processati e condannati. Altri 67 dipendenti furono licenziati e 27 espulsi dal Pcus. Fomin era stato in carcere, aveva tentato il suicidio, era ossessionato da quanto era successo. Viveva con la figlia, ingegnere nucleare anche lei, e non doveva parergli vero che ci fosse qualcuno, in quel caso il sottoscritto, che avesse voglia di ascoltare anche la sua versione. Passai un pomeriggio piovoso con lui, che riempì il tavolo della cucina di carte, prospetti, diagrammi, disegni, tabelle, per convincermi che non era stata colpa sua. Come se il parere di uno sperduto giornalista italiano contasse qualcosa. Una tristezza infinita.

Cernobyl è stato uno spettro per la coscienza dei russi. E potremmo dire che solo con l’enfasi nazionalista e l’efficientismo militarista di Vladimir Putin quei ricordi sono stati accantonati. Ma per molti anni la tragedia tecnologica, quella umana e quella politica restarono strettamente intrecciate. Capitai a Cernobyl per la prima volta nel 1992, in pieno inverno. Il cerchio con una circonferenza di trenta chilometri, chiamato “la Zona”, in cui erano stati chiusi Pripiat’, la centrale, Cernobyl e numerosi piccoli villaggi, era accessibile solo con un permesso speciale. Un posto maledetto che sembrava il paradiso. La natura, liberata dall’uomo, fioriva rigogliosa. I boschi coperti di neve che luccicava sotto il sole. Gli animali si muovevano senza timore, più numerosi che mai. Ricordo un elegante gruppetto di daini che ci tagliò la strada, quasi irridente. In alcuni villaggi appartati tornavano di nascosto a vivere i più anziani, che non volevano saperne di abbandonare i luoghi di sempre, maledetti o no che fossero. In un’izba scaldata dalla stufa una signora volle offrirci mele e funghi, che ci affrettammo a buttar via appena girato l’angolo. Intanto, a Kiev, Vladimir Busunov, direttore dell’Istituto di igiene delle radiazioni ed epidemiologia, si affannava nel tentativo di capire che cosa fosse successo a partire da quell’una, ventitre minuti e 45 secondi del 26 aprile 1986. “Tra il 1986 e il 1987 parteciparono ai lavori di contenimento del disastro 200 mila ucraini di ogni età. Se pensiamo in termini di Urss, furono 600 mila le persone coinvolte. A loro vanno aggiunte le 135 mila che furono evacuate dalla zona dell’esplosione. Allora, con lo sfascio dello Stato sovietico ormai imminente e la mania della segretezza, non fu possibile condurre una vera ricerca epidemiologica: controllare tutti, capire chi era stato, dove, quale esposizione alle radiazioni, quali effetti. Si dispersero ognuno dove poteva. E così c’è un buco enorme nei dati».

E non è tutto. Perché da ciò che uscì dal reattore numero 4 in un modo o nell’altro furono coinvolti quasi 3 milioni di ucraini (tanti vivevano nelle zone contaminate), 10 milioni di bielorussi (la Bielorussia fu tutta colpita, più o meno a seconda dei venti e delle piogge), alcuni milioni di russi. Il tutto dopo un’esplosione che aveva rilasciato radiazioni in quantità 400 volte superiore alla bomba di Hiroshima. Per questo la comunità scientifica internazionale non ha mai trovato un vero accordo nel valutare le conseguenze del disastro. Il Cernobyl Forum, cui partecipavano anche l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica e l’Onu, oltre agli Istituti superiori di sanità di Russia, Ucraina e Bielorussia, tracciò un bilancio tutto sommato consolatorio: 65 vittime, con 4 mila vittime presunte nell’arco di 80 anni a causa di un potenziale aumento di leucemie e tumori che però, proprio per quanto diceva il professor Busunov, nessuno è stato in grado di confermare o smentire. Conclusioni contestate da molti, in effetti. Da Greenpeace, per esempio, che ha parlato di 100-270 mila vittime e di 6 milioni di morti di tumore in tutta la popolazione mondiale. O dalla Commissione ucraina per la protezione dalle radiazioni che, in una valutazione firmata dal professor Nikolay Omelyanec, ipotizzava 34.500 vittime tra i liquidatori e 2 milioni di morti nella sola Ucraina. Trentacinque anni dopo, insomma, Cernobyl resta un incubo umano dai contorni inafferrabili. E il nucleare una maledizione politica del mondo ex sovietico, visto che ora per le centrali litigano la Russia con la Repubblica Ceca e la Bielorussia con i Paesi baltici. Ma questa è ancora un’altra storia.

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