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sabato 25 settembre 2021
 
Indice globale della fame
 

850 milioni di persone non mangiano abbastanza

02/11/2014  Risulta dallo studio presentato dal Cesvi, Ong di Bergamo. I dati sono bel lontani dall’Obiettivo del Millennio di dimezzare la fame entro il 2015. Il Rapporto parla anche della “fame nascosta” e dell’urgenza di frenare il fenomeno del “land grabbing”.

Nel mondo ci sono ancora 850 milioni di persone che non hanno accesso a quantità di cibo sufficienti per vivere. Lo dicono i dati dell’Indice globale della fame 2014 (Global hunger index) presentato nei giorni scorsi dal Cesvi.

Il rapporto annuale curato dalla Ong italiana aggrega i rapporti delle agenzie delle Nazioni Unite che calcolano la mortalità infantile, la proporzione dei bambini con meno di 5 anni sottopeso e la percentuale di popolazione denutrita. Il risultato è un indice che misura la “temperatura” della fame in 120 Paesi in via di sviluppo: da un minimo di cinque fino ad un massimo di 35,6 punti.

L'incidenza della fame dagli anni '90 ad oggi si è dimezzata: 24 anni fa una persona su quattro era denutrita. Oggi è una ogni otto. Nonostante il miglioramento, però, sarà impossibile raggiungere l'Obiettivo del Millennio di dimezzare gli affamati entro il 2015. Sedici Paesi si trovano ancora in zona rossa, ad alto rischio "emergenza nutrizione". Nel 1990 erano 44, segno anche questo di positivi passi in avanti.

Alle ultime due posizioni, con un indice di 35,6 e 33,8, si trovano Burundi ed Eritrea. Di otto Paesi, invece, ancora non ci sono dati: si tratta di Somalia, Repubblica democratica del Congo, Myanmar, Papua Nuova Guinea, Georgia, Afghanistan, Guinea francese e Sahara occidentale. Alcuni di questi potrebbero in realtà trovarsi in condizioni simili a Burundi ed Eritrea, purtroppo. Mautritius, Thailandia, Albania e Colombia sono invece i Paesi con un indice della fame più basso, compreso tra 5 e 5,4.

Le sacche di povertà alimentare restano ancora l'Africa subsahariana (indice medio di 18,2) e l'Asia Meridionale (indice medio 18,1). Sono zone dove cambiamenti climatici improvvisi, epidemie e guerre hanno contribuito ad affamare ancora di più la popolazione.

L'Indice analizza poi un'altra fame, la "fame nascosta": si verifica quando il cibo assunto giornalmente non soddisfa le esigenze energetiche e nutrizionali di una persona. Casi comuni persino in Europa. Il 45% della popolazione del Vecchio continente non assume la giusta quantità di iodio, a causa dei terreni poveri di questi elemento. Questa mancanza può provocare (non è il caso degli europei, per fortuna) il gozzo, e nei bambini sotto i cinque anni deficit intellettivi.

In Africa subsahariana e Sudest asiatico sono forti le carenze di altre vitamine e minerali: ferro, zinco e vitamina A. Le Nazioni Unite calcolano che la perdita di produttività dovuta ad alimentazioni sbagliate in queste zone si aggira attorno ai 2 miliardi di dollari. La strategia indicata dall'Onu mira a potenziare l'agricoltura domestica, a cambiare le abitudini alimentari nei Paesi più ricchi, arricchire di nutrienti i cibi industriali.

Tra le raccomandazioni indicate da Cesvi al primo posto per combattere la fame, la prima è proprio rendere prioritaria la lotta alla "fame nascosta". «Ci troviamo nella paradossale condizione in cui ad Ho Chi Minh City, ad esempio, si trovano bambini obesi e denutriti contemporaneamente. Questo assurdo riguarda anche le economie ricche», commenta Giangi Milesi, presidente del Cesvi.

A cercarli, i segnali positivi all'interno del rapporto si trovano. Come il caso India, serbatoio di malnutrizione, almeno fino ad oggi. Nel 2014, grazie a delle buone politiche a sostegno di salute e nutrizione, il Paese esce dalla classifica dei più affamati.

In un mondo dove non c'è più terra disponibile, l'ultima sfida lanciata dal Cesvi è ridurre il fenomeno del land grabbing, ossia l'accaparramento di terre. Si tratta di un fenomeno che colpisce i Paesi più poveri, depredati da multinazionali e businessman locali di terre destinate alla produzione di alimenti. Diventano poi terre per coltivare biocarburanti o fibre per tessuti.

«Gli investimenti potrebbero anche portare sviluppo», aggiunge Milesi, «ma il tema è chi li promuove. Spesso i governi locali non fanno altro che alimentare combriccole locali e internazionali a cui importano solo i propri affari». E il risultato è, ancora una volta, l'aumento della fame nella popolazione.

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