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domenica 29 maggio 2022
 
 

A 50 anni dal concilio Vaticano II

19/09/2012  Il concilio Vaticano II si presenta come un evento singolare: è stato indetto per ridefinire l’identità cristiana all’interno del contesto storico e culturale dell’umanità globalizzata.

A 50 anni dall’inizio del Concilio, gli ostacoli maggiori alla sua realizzazione non sono venuti da coloro che lo rifiutano, né da coloro che non ne accettano l’una o l’altra riforma, o lo declassano a mero evento di natura «pastorale». La difficoltà maggiore sta nel fatto che si continua a considerare il concilio Vaticano II come uno qualsiasi degli altri venti precedenti, uno dei tanti. Ma le cose non stanno così. Infatti, il Vaticano II rappresenta un unicum nella storia della Chiesa, un caso del tutto singolare, in quanto nessun altro Concilio è stato mai convocato per le ragioni che hanno spinto Giovanni XXIII a indirlo. Lo scopo non era, come per i Concili del passato, di condannare l’una o l’altra eresia o di affermare l’una o l’altra verità di fede, né di contrapporsi a movimenti scismatici. Il Vaticano II è stato convocato al fine di ridire e quasi ridefinire l’identità cristiana, presa nel suo insieme e nei suoi aspetti principali, nel contesto storico e culturale dell’umanità globalizzata. Come annunziare il Vangelo in una società multietnica, multiculturale e multireligiosa? Come dialogare con il mondo, condividendone la sorte, le speranze e i problemi? Come presentare al mondo globalizzato la natura e la missione della Chiesa?

Pertanto il dibattito sulla recezione del concilio Vaticano II non si può ridurre al confronto sul metodo da usare per interpretarne i documenti, cioè se si debba applicare l’“ermeneutica della rottura” oppure l’“ermeneutica della riforma nella continuità”. Nel caso del Vaticano II, più che verificare i contenuti dei singoli decreti, è importante vedere in che misura la Chiesa ha assimilato ed esprime oggi l’identità cristiana, rinnovata sia nella sua comprensione, sia nei rapporti con il mondo e delle diverse componenti ecclesiali tra di loro. Perciò, per un giudizio sulla sua eredità, occorrerà valutare: 1) l’«aggiornamento» teologico del Concilio; 2) il rinnovamento pastorale rimasto a metà; 3) la riforma interna della Chiesa da completare.

L’«aggiornamento» (o ridefinizione) dell’identità cristiana, compiuto dal Vaticano II è frutto soprattutto di alcune fondamentali acquisizioni teologiche, che costituiscono un vero «balzo in avanti» – per usare l’espressione di Giovanni XXIII – dall’“ecclesiologia societaria” all’“ecclesiologia di comunione”; da una concezione atemporale e statica della Verità rivelata al riconoscimento della dimensione storica della Salvezza; dalla concezione strumentale e confessionale delle realtà terrestri, alla riscoperta della loro autonomia e laicità. Questo «balzo in avanti» sta all’origine di tutto il rinnovamento pastorale conciliare e poggia sulla riscoperta del primato della Parola di Dio. Tanto che il documento più importante del Vaticano II non è la costituzione dogmatica Lumen gentium, né quella pastorale Gaudium et spes, ma la costituzione dogmatica Dei Verbum. Vediamo più da vicino questo triplice «balzo in avanti » compiuto dal Concilio.

1. Il primo «balzo in avanti» è stato lo spostamento di accento dall’ecclesiologia societaria all’ecclesiologia di comunione. Ciò significa che la Chiesa non si può considerare, come avveniva prima, una «società perfetta», un tempio chiuso, riservato ai fedeli cattolici, ma è una comunità aperta, «popolo di Dio in cammino attraverso la storia»; è lo stesso Corpo mistico di Cristo, al quale «in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini, dalla grazia di Dio chiamati alla salvezza». Ovviamente il Concilio non nega affatto che il divino Fondatore abbia voluto la Chiesa come un’istituzione visibile, ma mette in luce che l’istituzione è subordinata al mistero di comunione degli uomini tra di loro e con Dio: «La Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». La priorità, come è agevole intuire, va alla comunione non all’istituzione.

2. Il secondo «balzo in avanti» del Concilio è stato l’accento messo sulla dimensione storica della salvezza. Cristo è Dio fatto uomo che entra nella storia del mondo, l’assume e la ricapitola in sé. L’Incarnazione, quindi, si compie nella storia dell’umanità, attraverso tutte le epoche e le culture. Ecco perché la Chiesa, che la continua e la attua, s’incarna nella storia e cammina con il mondo, sentendosi «realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia». Pertanto, la fedeltà nella trasmissione delle Verità rivelate, che compongono il cosiddetto depositum fidei (il “deposito della fede”) non va intesa in forma statica, quasi si trattasse di conservare la verità in una sorta di scrigno sigillato, da trasmettere di generazione in generazione. La fedeltà va intesa in forma dinamica: non solo non vieta, ma esige che si tenga conto dell’evoluzione nella conoscenza delle Verità rivelate, grazie al divenire delle situazioni storiche e culturali. La Verità rivelata aiuta a meglio comprendere la storia e la storia aiuta a meglio comprendere la Verità rivelata.

3. Il terzo «balzo in avanti» sta nella rivalutazione dell’autonomia e della laicità sia delle realtà terrestri, sia della missione propria dei fedeli laici. La salvezza evangelica e la promozione umana, pur essendo distinte, non sono estranee una all’altra; tra i due piani non vi è dicotomia o dualismo, ma integrazione e complementarità. Perciò, il Concilio ha ripensato in modo nuovo il rapporto tra fede e storia, tra Chiesa e mondo. Ora, questi «aggiornamenti» teologici (con le conseguenti ricadute pastorali) sono stati possibili grazie alla riscoperta della Parola di Dio. Infatti, il concilio Vaticano II ha restituito alla Sacra Scrittura il valore di “fonte primaria” da cui promana la teologia, e ha messo in luce l’unione strettissima che c’è tra Sacra Scrittura e Tradizione: «La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa». Pertanto: sebbene «l’ufficio poi d’interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta o trasmessa è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa », bisogna dire che il «Magistero però non è superiore alla Parola di Dio, ma a essa serve, insegnando solo ciò che è stato trasmesso».

Questi «balzi in avanti» di natura teologica quali conseguenze hanno prodotto in termini di riforma pastorale? Si ha la netta sensazione, 50 anni dopo, di trovarci di fronte a un rinnovamento pastorale rimasto a metà. Infatti, in questi decenni di postconcilio, l’attenzione della Chiesa si è rivolta soprattutto all’aggiornamento dei suoi rapporti ad extra con il mondo: alla nuova evangelizzazione, alle relazioni tra Chiesa e Stato, al dialogo interculturale e interreligioso, ai nuovi problemi etici sorti dall’applicazione delle nuove tecnologie alla medicina e alla vita umana, ai problemi della giustizia, della pace, dello sviluppo e della fame. Da qui il forte impegno nel dialogo con il mondo, nella convinzione che la Chiesa non ha solo da dare, ma ha anche molto da ricevere, poiché «parecchi elementi di verità» si trovano anche al di fuori di essa, presso le religioni non cristiane e perfino presso i non credenti. Nonostante questo notevole impegno, il rinnovamento pastorale voluto dal Concilio è rimasto a metà. Infatti, molto più lento e incerto è stato lo sforzo per la riforma interna della Chiesa. Su questo punto, anzi, sembra prevalere un clima di stallo, se non proprio di riflusso.

Certo, nessuno nega che la Chiesa abbia compiuto importanti passi avanti nel rinnovamento anche della sua vita interna; tuttavia maggiori appaiono i ritardi e le lentezze. Perciò erano prevedibili il disagio e le contestazioni che vanno crescendo nella comunità ecclesiale. Benedetto XVI, nell’omelia della Messa crismale celebrata a San Pietro (5 aprile 2012), si è riferito al caso clamoroso dell’«Appello alla disobbedienza», promosso da un’associazione di preti diocesani austriaci. I firmatari dicono di sentirsi obbligati a disobbedire e a risolvere di propria iniziativa una serie di problemi delicati, per smuovere l’immobilismo di Roma e l’inattività dei vescovi.

Fa bene Benedetto XVI a negare con forza che la disobbedienza sia la via per risolvere le questioni e per rinnovare la Chiesa. Giustamente il Papa ricorda ai presbiteri la solenne promessa di obbedienza, espressa proprio durante il giorno dell’ordinazione, nonché la lunga schiera di santi che hanno riformato la Chiesa con la loro obbedienza. Bisogna dire, però, che l’obbedienza da sola non basta a risolvere i problemi. Occorre che l’intera comunità cristiana – composta sia dalla gerarchia e sia dai laici –, prendendo atto dei «balzi in avanti» compiuti dal Concilio, porti a compimento con coraggio la riforma interna della Chiesa, divenuta forse troppo lenta (o “ferma”), così da completare il rinnovamento conciliare che, possiamo dire, è rimasto praticamente a metà.

Per portare a compimento la riforma interna della Chiesa basterebbe trarre le conseguenze pastorali, che derivano dalle acquisizioni teologiche del Concilio: 1) «spirito collegiale » nel rapporto tra gerarchia e le altre componenti ecclesiali; 2) rivalutazione del ruolo proprio dei fedeli laici e della «laicità»; 3) formazione dei fedeli a una fede adulta.

1. «Spirito collegiale» nel rapporto tra Gerarchia e le altre componenti ecclesiali.

Una prima conseguenza delle acquisizioni teologiche del Concilio è il superamento di ogni forma di «clericalismo»: nella Chiesa non vi sono cristiani di serie A (il clero) e di serie B (i laici), ma «comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia dei figli, comune la vocazione alla perfezione. Nessuna ineguaglianza, quindi, in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla razza o nazione, alla condizione sociale o al sesso. Quantunque alcuni per volontà di Cristo sono costituiti dottori e dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli nell’edificare il corpo di Cristo».

La gerarchia non è al di sopra, ma all’interno del Popolo di Dio
; l’autorità nella Chiesa non è burocrazia o amministrazione, ma è “servizio e testimonianza”. Lo stesso primato del Papa va visto insieme all’ufficio d’insegnare che Cristo affida ai vescovi. Il Successore di Pietro non è un semidio, posto al di sopra della Chiesa, ma è il «servo dei servi di Dio», all’interno del corpo mistico di Cristo.

In quest’ottica di comunione Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint invita i vescovi e i teologi al dialogo, per «trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra a una situazione nuova», più conforme allo «spirito collegiale» del Concilio. Questo «spirito collegiale» va al di là della collegialità in senso strettamente giuridico e dovrebbe animare tutte le forme di collaborazione e di partecipazione nella vita della Chiesa.

Lo «spirito collegiale» rende fecondo il rapporto dialettico tra obbedienza e profezia, tra istituzione e carismi che è costitutivo della Chiesa, la quale – come insegna san Paolo – è edificata «sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti» (Ef 2,20), cioè sull’istituzione apostolica e sul carisma profetico. Nessuno nella Chiesa può mettere in dubbio l’obbedienza, di cui Cristo è stato modello. Tuttavia, lo stesso Spirito Santo che affida alla gerarchia la missione di guidare, dispensa pure tra i semplici fedeli di ogni ordine i suoi doni o carismi, utili al rinnovamento e alla crescita della Chiesa, che vanno riconosciuti e accolti con gratitudine. L’obbedienza quindi non esclude, ma postula il “dialogo intraecclesiale” e lo “spirito collegiale”, ai diversi livelli della vita comunitaria.

2. Rivalutazione del ruolo proprio dei fedeli laici e della «laicità».

Un’altra conseguenza pastorale delle acquisizioni teologiche conciliari è la rivalutazione del ruolo proprio dei fedeli laici nella Chiesa e nel dialogo con il mondo. In una Chiesa non più «società perfetta», ma «popolo di Dio in cammino nella storia», i fedeli laici non sono più minorenni, né «preti mancati», né delegati del clero, ma ricevono direttamente da Cristo, nel Battesimo e nella Confermazione, la missione unica, propria di tutto il Popolo di Dio, partecipando – nella loro misura – dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo.

È questa una «svolta» certamente significativa, se si pensa al ruolo meramente “passivo” che la teologia posttridentina assegnava ai laici, quale è rimasto consegnato nelle famose parole di Pio X: «Solo nel corpo pastorale risiedono il diritto e l’autorità necessari per promuovere e dirigere tutti i membri verso il fine della società. Quanto alla moltitudine, essa non ha altro diritto che quello di lasciarsi guidare e, come docile gregge, seguire i suoi pastori».

I fedeli laici, nel loro impegno temporale – afferma ora il Concilio – godono, invece, di una legittima autonomia: «Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che a ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta o che proprio a questo li chiami la loro missione: assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione alla dottrina del Magistero».

Nessuno, però, può presentare la propria scelta come l’unica coerente possibile. Infatti per il cristiano il pluralismo delle opzioni temporali, anche di quelle politiche, è legittimo e normale, perché la mediazione culturale e storica è sempre necessaria per passare dai princìpi alle scelte operative, che sono laiche e tali devono rimanere: «Nelle situazioni concrete e tenendo conto delle solidarietà vissute da ciascuno, bisogna riconoscere una legittima varietà di opzioni possibili. Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi».

3. La formazione dei fedeli a una fede adulta.

A questo punto è chiaro che, per portare a compimento la riforma voluta dal Concilio, s’impone uno sforzo formativo straordinario sul piano della maturazione della fede. È questa la conseguenza pastorale più importante dei «balzi in avanti» sul piano teologico. Infatti, solo da una “fede matura” può derivare nella Chiesa la ripresa di spiritualità di cui ha bisogno per portare a termine il suo necessario rinnovamento interno. La ripresa – insiste sempre il Concilio – troverà il suo alimento soprattutto nella riforma liturgica e nella pratica della lectio divina.

Nello stesso tempo, la formazione a una fede matura esige però un’adeguata preparazione teologica. Prima del Vaticano II, si confrontavano due diversi modi d’intendere la teologia. Il primo, di tipo tradizionale, si preoccupava soprattutto di difendere la verità dogmatica, era quindi di natura prevalentemente apologetica; il secondo, invece, ispirato a una concezione rinnovata della teologia, si preoccupava soprattutto di rendere le Verità rivelate più comprensibili e assimilabili dalla cultura contemporanea, prendendo atto che nel corso dei secoli la conoscenza della Verità cristiana è venuta crescendo anche attraverso il confronto con le diverse culture e con il progredire della storia: «Cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti (...), sia con l’esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità».

Il concilio Vaticano II ha preferito chiaramente questa concezione rinnovata di teologia, in quanto essa segue il modo stesso scelto da Dio per rivelarsi all’umanità. Tutta la Storia della Salvezza insegna che la Verità rivelata diviene accessibile all’intelligenza e alla coscienza umana attraverso le mediazioni storiche e culturali.

Pertanto, una seria formazione alla fede si dovrà fondare, oltre che sulla meditazione e contemplazione della Parola di Dio, anche sullo studio e sull’approfondimento della teologia rinnovata promossa dal Concilio.

A 50 anni dall’inizio del Vaticano II, il mondo è cambiato e si va globalizzando nel bene e nel male. Tante sfide hanno solo mutato volto: l’ateismo non è più quello «scientifico» marxista, ma è quello pratico dell’individualismo dominante; l’umanità non è più divisa dal muro di Berlino, ma dal muro della povertà e della fame, dell’egoismo e del razzismo; la minaccia della guerra atomica ha lasciato il posto a quella del terrorismo internazionale. Altre sfide, invece, sono nuove: il relativismo etico, seguito alla caduta delle ideologie e alla crisi dei valori; i flussi migratori crescenti e inarrestabili; le contraddizioni di una crescita economica, culturale e tecnologica «che offre a pochi fortunati grandi possibilità, lasciando milioni e milioni di persone non solo ai margini del progresso, ma alle prese con condizioni di vita ben al di sotto del minimo dovuto alla dignità umana».

Si aggiungano i gravi problemi etici, nati dall’applicazione delle nuove tecnologie soprattutto alla medicina e alla vita umana. Nello stesso tempo, però, altri «segni dei tempi» annunciano un domani migliore, una possibile maggior comprensione tra i popoli, un futuro di pace, di sviluppo, di promozione dei diritti umani. Come non cogliere motivi di speranza nella sensibilità di tanti giovani, che si fanno carico volontariamente dei problemi dei sofferenti e dei bisognosi, della salvaguardia del creato, delle nuove straordinarie prospettive aperte dalle nuove tecnologie alla crescita dell’umanità? Non è anche questo un aprirsi a Cristo?

È indispensabile, perciò, che la Chiesa s’impegni con più coraggio nella sua riforma interna, dalla quale dipende il pieno raggiungimento del fine stesso per il quale il Vaticano II è stato indetto 50 anni fa.

 
 
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