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Bookcity Milano, un gruppo di studentesse sale sul palco con dei detenuti per rappresentare la realtà del carcere: da non perdere

12/11/2019  Il 14 novembre, nell'ambito del festival, va in scena “27: due reclusi, sette celle”, spettacolo teatrale scritto da Davide Mesfun, detenuto in semilibertà del carcere di Opera, in collaborazione con l’Università Bicocca.

Ventisette anni dopo. Sette celle dopo. All’inizio della storia c’è Davide, un adolescente ribelle, che prende sempre le vie sbagliate. In mezzo, il carcere, con il suo desolante realismo, con la sua graffiante quotidianità, con le privazioni, le mancanze, ma anche gli incontri, che spesso cambiano la vita. Alla fine di nuovo Davide, un uomo che, oggi, ce l’ha fatta. O, meglio, che prova a farcela, ogni giorno.

Scritta e diretta da Davide Mesfun, detenuto in regime di semilibertà nel carcere di Opera, “27: due reclusi, sette celle”, è una storia unica nel suo genere. E non soltanto per il tema, costruito con déjà vu e flashback, attraverso i quali il protagonista affronta il suo essere oggi uomo e il suo essere stato ragazzo in un arco di tempo di 27 anni; ma soprattutto perché, grazie alla collaborazione tra il carcere e l’Università di Milano Bicocca, lo spettacolo verrà portato in scena nell’ambito di Bookcity, la prestigiosa rassegna culturale che, come ogni anno, si snoderà in vari contesti milanesi.

Tutto nasce cinque anni fa, per intuizione del professor Alberto Giasanti, sociologo e presidente dei Corso di laurea in Programmazione e gestione delle Politiche e dei servizi sociali, che nel 2014 propose un corso di Mediazione dei conflitti all’interno della Casa di reclusione di Opera (attraverso la convenzione con il Provveditorato regionale dellAmministrazione penitenziaria della Lombardia). In quel corso, trenta studenti di Bicocca, nella grande maggioranza donne, e trenta uomini detenuti sono incontrati allinterno del carcere e hanno discusso di tematiche come il conflitto, la mediazione e il perdono. «A febbraio», spiega il professor Giansanti, «saranno 6 anni che l’Università entra in carcere e che, specularmente, il carcere va all’università: è il primo esperimento del genere in Italia come collaborazione istituzionale, e la nostra volontà è quella di stimolare a livello nazionale altre collaborazioni simili». Allora, fu un’esperienza stimolante, ma non semplice. La ricorda Davide, in un suo contributo che appare all’interno del libro Il carcere in città. La voce, il gesto, il tratto e la parola, ovvero l'arte come evasione comune” (I. Castiglioni, A. Giasanti, FrancoAngeli 2019): «Nel momento in cui ci siamo iscritti al corso di Mediazione, oltre al fatto che erano anni o decenni che non mettevamo piede in una scuola, si può immaginare la sorpresa di noi trenta detenuti quando ci siamo trovati davanti non trenta studenti, bensì trenta studentesse. Trenta ragazze. Per capirci meglio, il carcere è un luogo prettamente maschile, dove le figure femminili sono davvero poche e magari può sembrare strano, ma quando vivi per anni con soli uomini, il confronto con una donna ti inibisce, ti spaventa, ti imbarazza, ma, allo stesso tempo, ti anima come un ragazzino».

Da quel primo corso, nel 2014, si è formato un laboratorio teatrale tra detenuti e studenti, dal nome “Giochi di luci e ombre”, da cui è scaturito il progetto “MiLiberiSe”: per la prima volta, una persona detenuta guida un gruppo all’interno di un Ateneo italiano.

Coordinatrice del laboratorio esperienziale di teatro è Florinda Volpe, laureanda e tutor all’interno del Dipartimento di Sociologia della Bicocca: «Si tratta di un progetto», evidenzia, «rivolto a studenti, docenti e cittadini interessati al tema, con la compresenza di docenti di Bicocca e dellAccademia di Brera, attori, registi, scenografi e esperti«. Lo spettacolo 27: due reclusi, sette celle” sarà rappresentato congiuntamente proprio da detenuti e studentesse: «Questo per dimostrare», aggiunge Florinda, «che le ombre che ci attraversano, le esigenze di vita, sono universali, ci accomunano tutti, dentro e fuori le sbarre». Micaela, 21 anni, studentessa in Biotecnologie e un futuro da carabiniera, rappresenterà Davide in cella di isolamento: «Non è stato difficile immedesimarmi», racconta, «perché le emozioni che si vivono in isolamento sono le stesse che ognuno di noi sperimenta nei momenti di sconforto e di solitudine». Cristina, invece, che ha 24 anni e studia Legge, porterà sulla scena un “sogno” di Davide: «Il mio obiettivo è di diventare un giudice che sa quello che fa: per questo, i Codici non bastano, occorre condividere la propria esperienza con le persone detenute». Così, si apre una finestra sul carcere per tutta la società, ma quella stessa finestra permette anche a chi è recluso di affacciarsi: la storia di Davide consente al “popolo di fuori” di approfondire che cosa avviene in un Istituto penitenziario, e a “chi è dentro” di far sentire la propria voce, di rileggere con sguardo critico il proprio passato attraverso uno strumento, che è quello del teatro, che aiuta a sdrammatizzare le esperienze negative vissute.

Lo spettacolo è in programma giovedì 14 novembre, alle 16.30, alla Camera del Lavoro (Corso di Porta Vittoria 43, Milano). Con Davide Mesfun (attore e regista, Laboratorio teatrale "MiLiberiSe"), Micaela Col, Cristina Naplone e Giada Lucchi (Laboratorio teatrale “MiLiberiSe” e studentesse Unimib), e gli attori del Gruppo teatrale “Giochi di Luci e Ombre” della Casa di Reclusione di Opera. In collaborazione con l’Accademia di Brera. Prima dello spettacolo, la presentazione del libro “Il carcere in città. La voce, il gesto, il tratto e la parola, ovvero l'arte come evasione comune”, con interventi della Rettrice dellUniversità di Milano-Bicocca, dei curatori del volume e con la partecipazione del Provveditore Regionale dellAmministrazione Penitenziaria e dei Direttori degli Istituti Penitenziari milanesi. Ingresso libero.

 
 
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