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venerdì 18 settembre 2020
 
 

A Calais si recita l’Amleto per i profughi

22/02/2016  A chi vive in uno stato di sofferenza e disperazione non servono solo abiti, cibo e un tetto sotto cui ricoverarsi. L’animo ha bisogno di sostegno quanto il corpo. Ne sono convinti i responsabili del teatro Globe di Londra, quello fondato da William Shakespeare e affacciato sul Tamigi. Tanto che nei giorni scorsi sono andati a recitare nel campo profughi di Calais, uno spazio sterminato che accoglie oltre 6 mila persone in arrivo da Paesi devastati e che si chiama – quasi ironicamente – The Jungle.

Qui, di fronte a un pubblico sorpreso ma interessato, la compagnia inglese ha messo in scena l’Amleto. Una scelta tutt’altro che casuale.  Oltre ad essere una pietra miliare del teatro e della produzione shakesperiana, infatti, l’Amleto è anche la storia di un uomo combattuto e scontento, che non sa quale direzione dare alla sua vita. Per certi versi un uomo come molti dei giovani rifugiati che ammassati in spazi di fortuna sulla costa francese cercano di capire cosa sarà di loro. 

La reazione allo spettacolo all’inizio è stata tiepida, ma tutti sono rimasti a guardare. E alla fine qualcuno ha ringraziato la compagnia, avvicinato gli attori, chiesto chiarimenti. Gli spettatori del campo di Calais avevano tra le mani la trama dello spettacolo in diverse lingue perché fosse più semplice per loro capire la storia, anche se era recitata in inglese.

Le vicende e i tormenti del principe Amleto erano raccontati in pashtu, la lingua dell’Afganistan, persiano, arabo, francese e curdo.  Idiomi differenti per un unico dolore, quello della vita umana e delle sue incertezze, che nel campo profughi risultano accentuate in modo quasi inverosimile. 

La compagnia del Globe sta promuovendo in giro per il mondo questo progetto chiamato Globe to Globe tour. L’idea è quella di recitare nel giro di due anni il capolavoro di Shakespeare in ogni Paese del mondo, scegliendo, dove è possibile, luoghi insoliti o dove la necessità  di uno stimolo culturale è più forte.  Come appunto il campo di Calais, che in realtà non è stato l’unico luogo di rifugiati a cui la compagnia ha pensato di rivolgersi. Gli attori sono stati anche nel campo di rifugiati siriani Zaatari in Giordania,  in un’altra zona di raccolta di popolazioni in fuga nel Camerun e nell’area di assistenza di Markazi Camp in Gibuti.  Solo qualche esempio di spazi imprevedibili dove la poesia e l’arte hanno tentato di aprire gli orizzonti e abbattere i confini.

A Calais, del resto, nei mesi scorsi erano già passate altre compagnie francesi ed europee, impegnate in attività ricreative, spettacoli di teatro ed eventi nel periodo delle feste. Ogni volta, come per l’arrivo degli attori britannici, il palcoscenico è stato realizzato in tutta fretta di prima mattina. Usando le assi di legno che, dopo essere state calpestate dagli attori e riempite di suoni e parole, la sera sono servite di nuovo per costruire rifugi per il corpo, anziché per lo spirito.

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