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Romano Prodi
 

Romano Prodi: «Ma l’Unione a 27 non è la fine del mondo»

04/07/2016  «Gli inglesi contrattavano sempre su tutto e non gli andava mai bene niente. Ma ci rimetteranno loro»

«L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non è la fine del mondo, a meno che non siamo noi a volerlo far finire», commenta Romano Prodi, due volte presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea (dal 1999 al 2004).

Il Regno Unito, entrato nel Mercato comune nel 1973 con Danimarca e Irlanda, non è un pezzo importante del disegno europeo?

«Il Regno Unito godeva già di grandissime eccezioni nell’ambito dell’Unione europea: non partecipava all’euro, non ha voluto condividere gran parte della politica sociale, non faceva parte dell’area di Schengen sulla libera circolazione delle persone. L’Inghilterra è un grande Paese pieno di risorse e di intelligenza, ma è sempre rimasto sull’uscio dell’Europa».

In che modo si teneva fuori?

«Nel periodo in cui sono stato presidente della Commissione europea (ma anche successivamente le cose non sono cambiate), qualunque fossero le direttive, i regolamenti, le decisioni, il Regno Unito chiedeva sempre eccezioni. Non hanno mai voluto che l’Unione avesse una politica estera comune. Ricordo la posizione nettamente contraria rispetto a quella dell’Unione ai tempi dell’intervento anglo-americano in Irak, nel 2001. Usando un linguaggio familiare, si potrebbe dire che contrattava su tutto e non le andava bene mai niente. Però devo anche dire che i loro funzionari e dirigenti erano di qualità assolutamente eccellente, di altissimo rango».

Cosa perdiamo con il divorzio dell’Inghilterra?

«Da tante parti del mondo si guarda all’Europa attraverso la Gran Bretagna. Pensiamo all’India e all’Australia e, in parte, agli stessi Stati Uniti. Oltre all’esercito più efficiente d’Europa, perdiamo un Paese di grandi tradizioni democratiche. Ora ha deciso di uscire definitivamente. È un danno, ma non è certo una tragedia».

Il Regno Unito è spaccato in due, milioni di inglesi chiedono un nuovo referendum e Cameron pare rallentare sul processo di separazione dall’Unione. L’Inghilterra dà l’impressione di essersene un po’ pentita...

«L’errore di indire il referendum da parte di Cameron è stato colossale. Nei tre anni trascorsi dall’indizione del referendum a oggi la Gran Bretagna ha perso inflŒuenza e si è logorata. Dobbiamo anche dire che l’Europa non ha fatto nulla per costruire una politica dinamica e capace di risolvere i problemi della gente. Il referendum è uno schiaffo all’inerzia europea. Possiamo dire che una naturale tendenza al separatismo britannico si è sposata con l’incapacità europea».

L’Inghilterra ha sempre guardato alla speciale relazione con gli Usa…

«È vero: si pensano ancora sotto l’ombrello americano, ma la forza che ha portato a Brexit è proprio la nostalgia della grandezza imperiale britannica. Non a caso hanno votato per l’uscita soprattutto le persone anziane».

Quali sono stati gli errori dell’Europa? L’allargamento ai Paesi dell’Est?

«L’allargamento all’Est è stata la grande fortuna dell’Europa. Pensi se la Polonia oggi fosse nelle condizioni dell’Ucraina. Aggiungo un dato della mia esperienza: sono stato presidente della Commissione europea a 15 e a 25 membri, non vi era alcuna differenza. L’alternativa alla politica unitaria dell’Unione è sempre stata quella britannica».

L’Unione rischia di implodere per contagio. Da dove ripartire?

«Se esaminiamo il voto inglese, non può sfuggirci il particolare che le zone ricche e produttive hanno votato per l’Europa e quelle povere ed emarginate contro l’Europa. Questo significa che l’Unione non ha trasmesso il senso di solidarietà per cui è stata creata. C’è bisogno di un nucleo di Paesi che prendano in mano il futuro dell’Europa e lo propongano con forza alla riunione degli Stati membri, a quel Consiglio europeo che decide la politica comune dell’Unione e vara i Trattati. Pur senza l’Inghilterra, la Francia, l’Italia, la Spagna e la Germania rappresentano la stragrande maggioranza del Pil europeo. Un accordo tra questi Stati membri determinerebbe la politica europea senza alcun problema. Quanto alla Germania, deve interpretare fino in fondo il suo ruolo di leadership, non solo per sé stessa ma a nome di tutto il continente. Un vero leader deve interpretare i problemi di tutti. E la Germania non sembra volerlo fare».

Brexit danneggia più l’Unione o l’Inghilterra?

«Fa più male a loro, non c’è dubbio. Non ci sarà una recessione, ma certamente l’economia britannica subirà un rallentamento. Lo ripeto: Brexit non è la fine del mondo, anche se può essere di grave danno per la Gran Bretagna, un Paese spaccato in due come una mela e attraversato da forti spinte secessionistiche: oltretutto Inghilterra e Galles hanno votato per l’uscita, ma Irlanda del Nord e Scozia hanno votato per rimanere e ora chiedono l’indipendenza per agganciarsi all’Europa. Adesso, comunque, il referendum democratico è fatto. Sono dispiaciuto per il risultato, ma è bene che la Gran Bretagna se ne vada in fretta. Non può ferire l’Europa con Brexit e finirla paralizzandone il necessario progresso».

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