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sabato 31 luglio 2021
 
LE PROTESTE
 

«A Cuba la Chiesa sta tentando una mediazione»

16/07/2021  Parlano i missionari italiani sull'isola dopo le manifestazioni dei giorni scorsi. Don Efrem Lazzaroni:«La fame dilaga, mancano cibo e medicinali, i cubani credono sempre meno agli slogan e alle ideologie». Don Ezio Borsani: «La gente non ne può più, la comunità ecclesiale invita il regime all'ascolto e alla tolleranza per non fare degenerare la situazione»

Da domenica scorsa a Cuba sono in corso vivaci proteste, a causa delle difficili condizioni in cui la popolazione si trova a vivere. Dopo aver preso il via nella città di San Antonio de los Baños, a sud-ovest dell’Avana, la mobilitazione ha raggiunto la capitale e si è estesa in numerose città. Nel mirino dei manifestanti la mancanza di cibo e medicinali, l’aumento dei prezzi e la fornitura a singhiozzo dell’energia elettrica. Problemi non nuovi per l’isola, cui si è aggiunta una gestione della pandemia da Covid 19 tutt’altro che esemplare da parte del governo.

Don Efrem Lazzaroni, bergamasco, 42 anni, da 7 è impegnato a Cuba come prete “fidei donum”, insieme con altri tre sacerdoti. Nel 1999, infatti, all’indomani dello storico viaggio di papa Wojtyla nell’isola, la diocesi di Bergamo diede il via a una presenza missionaria nella nuova diocesi di Guantanamo. In questo periodo don Efrem è in Italia in vacanza, ma segue costantemente e con apprensione quanto accade a Cuba. «Siamo attivi nella zona di Baracoa, molto lontano dalla capitale. Da noi, a quanto riferiscono alcuni nostri fedeli con i quali siamo riusciti a comunicare (nonostante Internet funzioni a singhiozzo), non si sono verificati i tumulti che abbiamo visto in altre zone del Paese. Tuttavia la situazione è molto delicata. Dal 1 gennaio il governo ha sì aumentato gli stipendi degli statali, ma i prezzi dei generi alimentari hanno subito un’impennata ben più decisa, causando grande disagio e malumore nella popolazione. Il Paese sta provando a modificare l’economia, sin qui basata su rigidi parametri di tipo socialista, ma gli effetti non sono adeguati. La conseguenza è che la gente crede sempre meno agli slogan dell’ideologia. Tante persone sono cresciute per decenni abbeverandosi alla propaganda castrista, ma ora si accorgono che la situazione peggiora e, per la prima volta, si lamentano apertamente. Da mesi stiamo vivendo con il poco che garantisce la tessera statale, ma per integrare non c’è praticamente nulla».

Nei giorni scorsi il presidente Miguel Díaz-Canel, in un discorso alla Tv, ha accusato gli Stati Uniti di voler destabilizzare il Paese e far cadere il regime comunista e ha additato l’embargo e le sanzioni contro Cuba come la causa principale dei problemi economici di Cuba. Di certo, ammette don Efrem, l’emergenza-Covid, oltre ai danni sul piano sanitario e sociale, ha avuto ripercussioni drammatiche sull’economia: «La pandemia ha bloccato i flussi turistici e, dal momento che lo Stato mantiene il controllo del settore, è venuta a mancata una fonte importante di introiti per le casse pubbliche».

Don Efrem è prudente, non vuole avventurarsi in analisi politiche sofisticate. Tuttavia, spiega, «non si può non notare un clima segnato da paura e disperazione. Paura perché a Cuba, sin qui, il dissenso è sempre stato represso; disperazione perché le proteste in corso dicono che la gente si sente ormai alla canna del gas, nonostante la pressione ideologica».Concorda con questa lettura anche don Ezio Borsani, 65 anni, dal 2017 attivo – insieme ad altri due confratelli ambrosiani - nella diocesi di Santiago come “fidei donum” della diocesi di Milano, dopo 5 passati in missione a Grajaù in Brasile. «La protesta riflette sicuramente il fatto che la gente non ne può più. Si tratta, però, di capire quanto consistente sia: tra la gente in strada erano più i curiosi che filmavano col telefonino che i contestatori. Questa opposizione che si è manifestata spontaneamente domenica non è organizzata in un movimento, non ci sono quindi rappresentanti che possano interloquire con il governo, non si capisce come sarebbe possibile un dialogo, anche perché qui c’è un partito unico, e nessun tipo di aggregazione politico sociale che possa veicolare una critica al governo. Come risposta alla contestazione, il presidente ha chiamato i rivoluzionari e gli aderenti al partito a scendere a loro volta in piazza. C’è quindi il pericolo di scontri violenti».

Don Ezio sottolinea un elemento significativo: il coinvolgimento attivo della la Chiesa cattolica. «Potrebbe giocare un importante ruolo di mediazione», afferma il missionario, che sottolinea l’importanza di una nota dei vescovi, uscita tempestivamente all’indomani dei disordini. In essa i presuli «invitano all’ascolto, al dialogo, alla tolleranza, evitando di lasciarsi guidare dalla violenza; riconoscono da una parte il diritto alla protesta e all’aspirazione di una vita migliore che anima la gente, dall’altra l’immobilismo del governo che risponde con gli argomenti di sempre, senza dare soluzioni concrete ai problemi».

 
 
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