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domenica 26 giugno 2022
 
Un maestro illuminato
 

Il maestro Lorenzoni: «Ascoltiamo i bambini e diamo valore al silenzio»

25/10/2019  Un interessante riflessione del maestro elementare Franco Lorenzoni sul valore della scuola e del rapporto insegnanti e alunni. E' il protagonista di "E' meglio che tu pensi la tua", documentario diretto Davide Vavalà che sarà presentato oggi alle 16.30 alla festa del cinema di Roma. E domani 26 ottobre va in onda su Rai Movie alle 11.30

Conversazione con Franco Lorenzoni, maestro elementare e insegna a Giove, in Umbria. Nato a Roma nel 1953, nel 1980 ha fondato ad Amelia la Casa-laboratorio di Cenci, un centro di sperimentazione educativa. Il suo ultimo libro è I bambini pensano grande (Sellerio). Il testo è stato raccolto da Gianluca Russo.

Nella tua proposta educativa dai molto valore al silenzio e al vuoto, come condizioni per l’ascolto reciproco, che per te è seme di democrazia e integrazione. Cosa vuoi dire?
Noi insegnanti parliamo molto. Nella scuola la parola di noi docenti è prevalente, eccessiva, e questo non va bene. Per costruire il dialogo, che a mio avviso dovrebbe costituire l’architrave di ogni processo educativo, noi insegnanti dobbiamo in qualche modo fare un passo indietro. La parola reciprocità contiene le parole latine recus e procus: prima c’è recus, andare indietro, solo dopo procus, l’andare avanti. Montaigne dice che la parola è metà di chi la dice e metà di chi l’ascolta: non può mai essere di nostra esclusiva proprietà: dobbiamo ricordarcelo. La parola ci aiuta a indagare un oggetto di conoscenza: un teorema, una pittura, un testo letterario, ed è molto importante che tutte le bambine e i bambini, proprio tutti, dicano la loro È allora che si costruisce conoscenza nel gruppo e accade un’altra cosa molto importante: ciascuno si arricchisce dello sguardo e del punto di vista che ha l’altro su quell’oggetto culturale. 
Fare tutto ciò richiede molto tempo e richiede un certo silenzio, il silenzio del giudizio. Dobbiamo riuscire a imparare ad ascoltare prima e più che giudicare e questo non è tanto facile, perché purtroppo noi insegnanti siamo abituati a giudicare continuamente tutto ciò che fanno i nostri allievi. Ci intrappoliamo nella gabbia del dovere distinguere sempre il giusto dallo sbagliato. 
La scuola ha questa pecca originaria, perché sembra sempre che debba segnalare l’errore. Naturalmente è giusto correggere gli errori, ma dobbiamo stare attenti perché spesso quelli che consideriamo errori nascondono procedimenti mentali che vanno compresi e, prima di tutto, rispettati. Recentemente ho ascoltato un intervento riguardo all’educazione matematica in cui si sottolineava la necessità, da parte di noi docenti, di affinare la nostra capacità interpretativa, cioè la capacità di intercettare e comprendere a fondo i processi mentali che stanno dietro a ogni ragionamento matematico dei bambini.
Tutti i loro ragionamenti, infatti, sono di grande interesse anche quando conducono a un risultato sbagliato, e spesso le vie per arrivare alla soluzione possono essere diverse. Più l’insegnante è colto e più ha la possibilità di scoprire, ad esempio, che un modo di procedere nell’operare con le frazioni apparentemente incongruo di una bambina, è lo stesso che utilizzavano gli antichi egizi, che operavano per passaggi successivi. 
Più noi insegnanti disponiamo di un respiro culturale ampio e più siamo in grado di cogliere la qualità delle diverse strade prese dai bambini. Non è facile compiere queste operazioni, ma il farlo apre a nuove possibilità e arricchisce la qualità della relazione educativa. Ci stimola inoltre a sperimentare la bellezza del dialogo che, un po’ pomposamente, potremmo chiamare dialogo euristico, cioè un dialogo in cui scopriamo qualcosa. E fare una scoperta insieme è una delle più belle esperienze che si possono vivere nella scuola. 
Se la scuola si riduce al solo triangolo infernale spiegazione - studio - interrogazione, inevitabilmente prevale nei più un progressivo distacco dal desiderio di conoscere e fatalmente subentra l’alienazione. I bambini appassionati alla conoscenza, perché sostenuti da famiglie già ricche culturalmente vanno avanti, quelli che incontrano la cultura formalizzata solo a scuola, scivolano verso una crescente apatia nei confronti del sapere, del ricercare. 
I due milioni e mezzo di ragazzi che hanno smesso di studiare e non lavorano per me sono un incubo, sono la più grande tragedia del nostro paese. Dovrebbero stare in cima ai pensieri di chi ci governa perché questa forzata inattività è un danno fatale per la loro intelligenza e un danno per tutta la società. Inoltre un giovane che non fa niente tutto il giorno è una mina vagante. La scuola dovrebbe interrogarsi più a fondo e con maggiore rigore riguardo al suo produrre alienazione. E ci dovremmo interrogare tutti, dalla scuola dell’infanzia fino all’università. 
Il nodo del dialogo credo riguardi tutte le discipline e tutte le età. Per me è il primo luogo in cui e cerco di dare dignità a ciascuna bambina o bambino, riconoscendo il valore di ogni loro pensiero od espressione. Se un bambino sente che il suo parere non è preso in considerazione, presto rinuncerà ad esprimersi. Se è furbo, si limiterà a dire solo ciò che pensa possa piacere all’insegnante, altrimenti reagirà in modo passivo o aggressivo. Il risultato, comunque, sarà quello di tirarsi indietro e adagiarsi in una passiva e progressiva decrescita della curiosità, che attenuerà la sua passione per la conoscenza e probabilmente lo renderà meno felice.
Noi viviamo già in un paese che ha molte difficoltà a riconoscere il valore della conoscenza e dello sforzo necessario per capire di più, e questo generà difficoltà e solitudine nel lavoro di noi insegnanti.
Nel dopoguerra c’era una grande tensione conoscitiva nelle classi popolari e più povere. C’era la speranza che l’andare a scuola aprisse ai propri figli delle porte per un futuro migliore. Questa tensione è quasi del tutto scomparsa, se non in diverse famiglie immigrate, nelle quali si guarda ancora all’istruzione come possibilità di integrazione ed emancipazione dalla povertà. Il problema è che invece, tra i nativi italiani, aumenta sempre più la sfiducia non solo verso la scuola, ma riguardo al valore della conoscenza, alla necessaria fatica del conoscere. Questo costringe noi che insegniamo a navigare controvento. Per questo è tanto importante collaborare, cooperare per darci coraggio e, naturalmente, fare tutti gli sforzi possibili per migliorare la nostra formazione iniziale e in servizio, perché per insegnare bene dobbiamo non smettere mai di studiare e ricercare.

Ti pare difficile proporre il dialogo come esperienza educativa alle giovani generazioni di maestri?

Mi è capitato più volte di constatare che un gran numero di insegnanti, giovani o meno giovani, quando sperimentano il dialogo nella relazione educativa, si stupiscano del fatto che i bambini pensino, e pensino spesso cose profonde, interessanti, talvolta stupefacenti. Sembra assurdo ma è così: siamo così impegnati a insegnare che non ci concediamo il tempo per ascoltare altre parole che non siano la ripetizione, da parte dei bambini, di ciò che gli abbiamo detto e spiegato. 
E questo accade perché non diamo quasi mai la parola ai bambini. Oppure, quando  gliela diamo, non riteniamo che il loro contributo possa essere importante e, in certi casi fondamentale, riguardo a una costruzione collettiva della conoscenza. Riguardo a tutto ciò devo dire che anche l’Università spesso è carente nel formare i futuri insegnanti, soprattutto per quanto riguarda il metodo, che si può imparare solo praticandolo. E’ evidente infatti che, se a uno studente non è mai stata data la parola per sapere cosa lui pensasse di un dipinto, un teorema o una poesia, cosa pensasse proprio lui, non qualche critico di cui imparare a mente le parole, questo studente o studentessa, quando si troverà ad insegnare ai bambini, non penserà di poter dare loro la parola. Incontro spesso giovani docenti che, nel loro percorso di studio, non hanno mai fatto esperienze di dialogo conoscitivo, non si sono mai sperimentati in attività di laboratorio. 
Si parla tanto di attività laboratoriali nella scuola, ma il cuore del laboratorio sta nel collaborare e confrontarsi, nel porsi in relazione usando molteplici linguaggi e nel mettersi in discussione. Solo così possiamo compiere il felice azzardo di costruire conoscenza insieme. 
Questo accade quando la classe si trasforma in comunità e c’è comunità, per me, quando nasce si mantiene viva la curiosità reciproca. Ma questa è una responsabilità che dobbiamo assumerci noi adulti. La pratica della democrazia, infatti, comporta una grande fatica: richiede tempo, richiede ascolto, richiede disponibilità non solo nell’accettare che ci siano altri punti di vista, ma anche nella capacità di mediare ed eventualmente rinunciare alla propria posizione. La metafora di questa complessa tessitura sta per me nel testo collettivo, che credo sia l’attività più formativa si possa sperimentare. Scrivere insieme un testo, infatti, comporta la capacità dei singoli a rinunciare a qualcosa di ciò che si voleva dire e avere l’umiltà di riconoscere che qualcun altro ha scritto qualcosa in un modo migliore di noi. 
Del resto anche la Costituzione italiana è un testo collettivo, così come lo è la Dichiarazione dei diritti umani e la Convenzione per i diritti per l'infanzia, di cui festeggiamo a novembre i trent'anni. Sono tutti testi costruiti dopo un lungo lavoro, che ha comportato grandi sforzi e mediazioni, eppure sono a fondamento del nostro vivere civile, sono testi preziosi.
Questo vuol dire che quel procedimento, talvolta faticosissimo, è tra i pochi davvero efficaci per garantirci dal prevalere della prepotenza, della legge del forte che si impone tacitando gli altri.

Anche il film è un testo collettivo

Don Lorenzo Milani, quando voleva spiegare il suo metodo di lavoro, ricorreva a due immagini: la costruzione di una casa disegnata da un architetto e il cinema diretto da un regista. Paragonava il lavoro di scrittura collettiva che sperimentava a Barbiana alla costruzione di un ponte o di un palazzo perché - sosteneva - quelle sono opere collettive che si possono realizzare solo se ci sono il progettista, il mastro, gli operai. Credeva a tal punto a questa metafora che fu all’architetto Michelucci che chiese di scrivere la prefazione a “Lettera a una professoressa”, che tuttavia poi decise di non pubblicare. Lo stesso vale per il cinema. Quando portava i ragazzi al cinema, faceva loro notare quanti nomi scorrevano nei titoli di coda. Per fare un film non basta l'idea - diceva - e in effetti è così: il cinema comporta un grande lavoro collettivo e anche noi, in quinta elementare, nella nostra piccola esperienza lo abbiamo sperimentato. Per realizzare il nostro cortometraggio intitolato Il bosco al contrario lo abbiamo dovuto ideare, disegnare, scrivere, girare e montare. 
Ed è stato bello vedere come i bambini si sono via via divisi i compiti e collocati, alcuni a intuito, altri seguendo una scelta precisa e consapevole. C'era chi voleva fare l'attrice o l'attore e chi era restio a farlo, anche se alla fine tutti hanno preso parte ad alcune scene. C’è stato chi ha preferito disegnare o ci teneva a stare dietro alla telecamera durante le riprese. C’è chi si è dedicato a scegliere i luoghi o ha lavorato al trucco, chi ha scoperto la meraviglia del montaggio, oggi alla portata dei bambini che amino cimentarsi con la tecnologia. 
Gli story board che ci hanno appassionato di più, hanno messo in rilievo le capacità immaginifiche di tanti e, talvolta, ci hanno donato intuizioni cinematografiche interessanti e particolarmente efficaci, come l’idea di far apparire la mummia fuori dalla finestra dopo che Manuel si era svegliato dal suo incubo, mostrando così, con quel colpo di scena, che in verità Manuel non stava sognando e quello non era solo un incubo… Ecco, quando apparivano soluzioni che stupivano il gruppo, le sceglievamo felici, con la speranza di stupire anche i nostri spettatori. 
L'unico rammarico è che non avevo mai sperimentato il cinema fatto dai bambini e, poiché quello è stato il mio ultimo anno di scuola, non posso ripetere una esperienza particolarmente felice, in cui ho imparato da loro molte cose. 

Nella tua didattica ha un ruolo fondamentale la ricerca, una ricerca autentica che non può che svolgersi concedendosi tempo. Qual è il tempo che dedichi a questa attività?

Credo che ci sia vera ricerca solo se uno si dà molto tempo. Non è facile per noi insegnanti, perché subiamo grandi pressioni esterni e sembra sempre che si debbano insegnare ai bambini mille cose, e non si ha mai tempo. E’ paradossale, perché il tempo in realtà lo dovremmo organizzare sempre in base alle esigenze del gruppo casse con cui lavoriamo. Se abbiamo bisogno di tempo per approfondire un argomento dobbiamo fare una scommessa condivisa. Se abbiamo chiaro che un’esperienza è importante, dobbiamo avere il coraggio di rinunciare a fare altro. Io credo che noi insegnanti dovremmo sempre lavorare per via del togliere, facendo un lavoro di scultura, e invece ci troviamo sempre ad aggiungere cose, talvolta poco utili ed efficaci. 
Le migliori e i migliori insegnanti che conosco, in prevalenza donne, hanno sempre agito con grande libertà, hanno scelto di fare alcune cose e non altre. Spesso, seguendo l’intero “programma”, che tra l’altro non c’è più, si rischia di correre sempre e di far male ai bambini e al sapere. Nemico giurato di ogni sperimentazione seria, poi, è il libro di testo. Se è il libro di testo a scandire il tempo dell’apprendere a scuola noi siamo fritti. Non dobbiamo farci dettare i tempi delle nostre ricerche dal libro di testo, ma dobbiamo usarlo, anzi usarne tanti, perché più libri offriamo alla lettura meglio è, sapendo che siamo noi a usare il libro di testo, non il libro (e gli editori scolastici che ci stanno dietro) a imporre a noi i ritmi dell’apprendere.
Anche lo spazio ha un ruolo fondamentale, perché condiziona le relazioni reciproche. Sembra una banalità ma, se metti i banchi in fila rivolti in una sola direzione, stai ostacolando il dialogo. Io amo il cerchio in classe non solo per un motivo estetico, ma perché è l’unica figura che permette di guardarci tutti negli occhi, e questo c’entra molto con l’ascoltarci, il parlarci e l’operare insieme. Ci vuole inoltre una grande flessibilità per riuscire a lavorare collettivamente, da soli o in piccolo gruppo. La ginnastica mentale che dovremmo avere e alimentare sempre sta nel mutare continuamente condizioni e spazi di lavoro, perché sono convinto che movimentare lo spazio alimenti gli apprendimenti, i cui tempi e modi sono diversi per ciascuno.


Ti piace lavorare sulle immagini, le definisci elemento di coesione. Cosa vuoi dire?

Amo molto le immagini, è vero. E credo che il miglior alleato per un buon insegnamento stia nell’amare ciò che si insegna. Quando mi capita di fare dei corsi di formazione con gli insegnanti, la prima cosa che dico è: “se c’è una materia o un argomento che vi sta particolarmente a cuore, partite da quella per innovare la vostra didattica”. Se uno parte da qualcosa a cui tiene, infatti, cerca di proporla il meglio possibile, anche perché gli dispiace venga trattata male. Si può partire da qualsiasi oggetto di conoscenza, per appassionare bambine e bambini alla ricerca e alla conoscenza e credo noi si debba evitare di stabilire gerarchie nei linguaggi e nelle discipline.
Nella mia esperienza pitture, fotografie e immagini fisse aiutano i bambini alla concentrazione. Oggi i ragazzi sono circondati, fin da piccolissimi, da una grande quantità di immagini in movimento, sempre più veloci. E’ come se nei giochi e nelle proposte che il mercato propone ai bambini debba per forza prevalere lo stordimento. Solo se li stordisci e passi velocemente da un’immagine a un’altra ottieni la loro attenzione. Non mi piace e non mi convince l’idea di un’infanzia abbandonata al solo uso di tecnologie sempre più raffinate. 
Bambine e bambini imparano molto dai videogiochi, certamente, ma nella loro vita non può esserci solo quello. E la scuola deve sempre operare anche per compensazione. 
Nella mia esperienza, questa compensazione può essere offerta dalla natura, dai racconti narrati ad alta voce e dalle immagini fisse. Sostare a lungo su un quadro: analizzarlo, guardarlo, ridisegnarlo, ricalcarlo, drammatizzarlo, inventarci una storia può essere assai efficace, perché ci fa scoprire dentro a un’opera ci sono una infinità di porte da aprire. Classico, diceva Italo Calvino, è quel testo che non finisce mai di porti domande. Questo vale anche per la pittura, che mi piace molto proporre ai bambini. Se l’arte contiene l’infinito, stimola impressioni e sentimenti e pensieri diversi in noi, dunque ci dona terreni nuovi da esplorare. 
Se osserviamo e ci soffermiamo a lungo su un affresco di Giotto, c’è chi scopre una cosa e chi un’altra cosa. Se ci diamo il tempo di confrontare ciò che quella pittura ha suscitato in ciascuno di noi, avremo venti modi diversi di guardare quell’immagine, il che ci permette di conoscere meglio Giotto e di esplorare un po’ più affondo il carattere di ciascuno di noi. Parlando di Giotto, infatti, ciascuno parla anche un po’ di sé, condividendo un aspetto della sua sensibilità che quell’opera d’arte gli ha rivelato.
Questo è il grande gioco della cultura, a cui dobbiamo invitare i bambini ad entrare. L’esperienza più bella si rivela, infatti, quando l’oggetto culturale diventa punto d’incrocio e di incontro tra tante memorie diverse. Ognuno parte con la sua memoria e la sua sensibilità e l’arte ci aiuta a farle emergere e venire fuori. 
Ecco allora che un quadro, un racconto, un tramonto o il dettaglio di un albero o di una nuvola, diventano tramite per esplorare noi stessi. Se abbiamo la pazienza e l’ardire di sostare a lungo, molto a lungo, di fronte a un particolare della natura o di un’opera d’arte, scopriamo che ogni cosa nasconde un enigma perché, come diceva William Blake, “se apri le porte della percezione ogni cosa apparirà così com’è: immensa”.
E se noi, accompagnati dalla natura o dall’arte, ci apriamo agli altri, può nascere un cortocircuito che produce scintille, nuove idee, talvolta intuizioni folgoranti.

Hai cominciato a insegnare alla fine degli anni Settanta. Come è cambiata la scuola in questi quarant’anni?

Una mia collega dotata di spirito che insegna ad Amelia, ha affermato una volta: “Tutti dicono che i figli sono cambiati. Io sono quarant’anni che insegno e quando entro in una prima elementare vedo sempre i maschi bum bum bum, che giocano a fare a botte, e le femmine ci ci ci, che spettegolano in un angolo. Tutto è sempre uguale.”
Non so se la collega abbia davvero ragione, ma credo si esageri con questa storia dei nativi digitali. Ci sono certamente delle trasformazioni provocate dall’incontro precoce e spesso forsennato con la tecnologia, al fatto che molte bambine e bambini vivano agli arresti domiciliari, costretti troppo tempo a stare soli nelle loro stanzette. Tra l’altro, in Italia, ormai quasi la metà dei bambini sono figli unici. Ma ci sono delle costanti infantili da non sottovalutare e credo, ad esempio, che il nostro gran parlare della loro difficoltà a concentrarsi, dipenda più dai contesti in cui li costringiamo a vivere che non dal come sono. 
Mettete i bambini nella condizione di fare esperienze significative e coinvolgenti, che comportino una relazione attiva con il corpo tutto intero, e vedrete di quale attenzione e dedizione sono capaci. Certo, molte cose sono cambiate nell’organizzazione della loro vita quotidiana e la loro libertà di movimento si è drasticamente ridotta, perché non ci sono quasi più bambini liberi a giocare per strada, come mi capitava di vedere facessero nei primi anni che ho insegnato alla Magliana, a Roma. 
Qui in Umbria, nei primi anni che insegnavo all’inizio degli Ottanta, avevo in classe una bambina, figlia di pastori sardi che si erano trasferiti in centro Italia, come tanti altri, dalla fine degli anni Sessanta. Si chiamava Pina e trascorreva i suoi pomeriggi nei campi, pascolando un gregge. Aveva una sensibilità finissima e scriveva poesie meravigliose. Oggi, un’esperienza come la sua sarebbe inimmaginabile. La tecnologia sempre a portata di mano ha cambiato molte abitudini di bambine e bambini, ha ridotto e in alcuni casi abolito la grande esperienza dei giochi liberi di gruppo, in cui i bambini imparano a fare i conti da soli con la durezza inevitabile dei comportamenti del gruppo. Proteggiamo i nostri figli sempre di più, e in questo modo sottraiamo loro esperienze vitali per egoismo, per tacitare le nostre ansie. La perversa alleanza tra la pigrizia e i timori dei genitori e la furbizia del mercato, che produce marchingegni di intrattenimento sempre più coinvolgenti e sofisticati, fa molto male all’infanzia. 
Il primo segno di questo cambiamento lo incontrai oltre trent’anni fa, quando nelle feste dei bambini che se lo potevano permettere, si cominciarono a invitare gli animatori. Se un gruppo di bambini per giocare ha bisogno di un animatore, vuol dire che la salutare e fantastica anarchia dell’infanzia, cantata in modo mirabile da Elsa Morante ne “Il mondo salvato dai ragazzini”, la si è voluta precocemente irreggimentare e incarcerare.
Dobbiamo tuttavia stare attenti e non cadere nella trappola di discorsi apocalittici e unilaterali. Accanto a una indubbia privazione di esperienze, ci sono anche, sicuramente, le grandi possibilità aperte da un maggiore accesso alle informazioni. Da sole queste, tuttavia, non garantiscono una diffusione del sapere e una sua democratizzazione. Chi sa di più, chi ha più lingua e strumenti per via del privilegio di essere nato in una famiglia ricca culturalmente, avrà ancora più possibilità di sapere di più, accedendo se vuole, crescendo, alle lezioni delle migliori università del mondo. Chi sa di meno, verrà fregato e resterà ingabbiato in un corto circuito, in cui rischierà di trovarsi a rispecchiarsi sempre con le stesse cose. 
Tutto ciò accentua enormemente il ruolo e le responsabilità che abbiamo nella scuola, perché se l’accesso al web non viene democratizzato attraverso un’educazione di qualità diffusa per tutti, le differenze non faranno che aumentare a danno di coloro che sono culturalmente più fragili.

Come hai voluto interpretare il tuo ruolo di maestro elementare in questi anni?

Io vengo dall’esperienza politica, perché nel ‘68 avevo quattordici anni e da allora, per anni, non ho mai smesso di scendere in piazza. Pensavo di fare la rivoluzione e ho dedicato la mia giovinezza a un’idea di trasformazione del mondo radicale. Per oltre un anno ho vissuto a Lisbona, al tempo della rivoluzione dei garofani che liberò il Portogallo da 48 anni di fascismo. 
Svanito in modo brusco quel sogno, sono entrato nella scuola quasi per caso. Ho poi avuto la grande fortuna di incontrare a Roma il Movimento di Cooperazione Educativa, dove c’erano tante e tanti insegnanti appassionati, che stavano sperimentando giorno per giorno un altro modo di cambiare il mondo, a partire dall’educazione. Un modo più lento e sottile, che partiva da un’esperienza concreta di incontro e da un metterci in gioco più intimo e profondo.
Lo scegliere di educare per mestiere comporta uno stare continuamente dentro a processi di trasformazione, tuoi e degli altri. Il grande rischio sta nel pensare di plasmare i più piccoli per farli simili a te. Da questa presunzione è bene tenersi alla larga perché non solo è autoritaria, ma a mio avviso intollerabile. L’altra possibilità sta nel cercare di attenuare, almeno un po’, le differenze che scivolano nella discriminazione. La società è ingiusta, la natura è ingiusta, perché la distribuzione dei talenti è totalmente arbitraria.
Noi che abitiamo la scuola abbiamo il dovere di provare a compiere l’impresa titanica, che punta ad attenuare le differenze che portano alla discriminazione, anche se a volte somiglia alla pietra continuamente portata sul monte da Sisifo. Dobbiamo provare a riconoscere e alimentare una presa di coscienza e di contatto di bambine e bambini con il proprio essere e il proprio carattere. Aiutare ciascuno a conoscere un po’ di più se stesso e scoprire il proprio nucleo profondo, quello che James Hillman chiamava la ghianda. Se qualcuno, nel proprio percorso formativo, trova qualcosa di sé da coltivare, allora possiamo dire che la scuola ha funzionato. Il primo scopo della cultura nella scuola, per me, è quello di far scoprire a ciascuno qual è il suo talento. Questa la scommessa, che consiste nel “rimuovere gli ostacoli alla piena realizzazione della persona umana”, come ci invita a fare la Costituzione. 
La nostra Costituzione, fin dall’articolo 3, contiene questa tensione che può apparire utopica, ma è assolutamente necessaria. Più la società è abitata da contraddizioni dovute a tanti fattori, dalla crisi ai mutamenti nella sua composizione avvenuta negli ultimi decenni, più la scommessa è alta e affascinante. Sono profondamente convinto, infatti, che una società sempre più multietnica e multiculturale, possa risultare più ricca da molti i punti di vista. Cero il processo sarà lungo, faticoso, pieno di contraddizioni, ma sono fiducioso del fatto che ci arricchiremo tutti perché, come sostiene Salman Ruschdie, “L’emigrazione dovrebbe costituire l’allenamento per tutti gli aspiranti democratici”. Nella scuola abbiamo questo cammino lo abbiamo cominciato da tempo e qualche risultato c’è. 
Se devo pensare al ruolo di noi maestre e maestri, c’è un’immagine un po’ romantica, a cui sono affezionato: quella di Louis Germain, il maestro che Albert Camus da ragazzo ebbe la fortuna di incontrare. Camus, senza quell’incontro e quel maestro, non sarebbe diventato Camus e tutti noi non avremmo potuto godere delle sue opere e della sua straordinaria sensibilità e intelligenza. Questa possibilità di sviluppare le proprie potenzialità non deve valere, naturalmente, solo per dei geni come Camus, ma per tutti coloro a cui è negato l’incontro con se stessi e il riconoscimento delle loro qualità.
La scommessa dell’educare sta nell’aprire i destini di ciascuno alla maggiore libertà di scelta possibile, partendo dalle condizioni date, spesso anguste. 
Dobbiamo renderci conto che tutti noi siamo sconfitti se un essere umano ha minori possibilità di realizzare le sue potenzialità di conoscenza e di umanità, solo perché ha avuto la cattiva sorte di nascere in una famiglia con meno possibilità. Ada Gobetti, nel lontano 1962, scriveva in uno dei suoi editoriali pubblicati nel Giornale dei Genitori, afferma che spesso i genitori, “troppo assorti nei propri problemi, difficilmente sanno uscire da se stessi per dare ai figli quell’amore completo e disinteressato” di cui i figli hanno bisogno. Anche noi insegnanti - io per primo - rischiamo spesso di essere troppo presi da noi stessi, accorgendoci troppo poco di chi abbiamo intorno. E invece la sfida sta proprio nella capacità di aprirci tutti in tutti i sensi e di promuovere una sempre maggiore apertura mentale alla diversità, all’incertezza, senza avere paura di chi ci appare lontano, diverso, talvolta pericoloso. 
Il problema è che si può cercare di educare all’apertura solo se si è aperti e dunque dobbiamo partire da noi, perché insegniamo assai di più per come siamo che per quello che sappiamo.

 

 
 
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