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giovedì 04 giugno 2020
 
Lirica
 

A Venezia "Don Carlo" trionfa sull'acqua alta

27/11/2019  Grande successo per l'apertura della stagione lirica del Teatro La Fenice messa a rischio dagli allagamenti. Le repliche fino al 7 dicembre.

Risorto dalla fiamme dopo il devastante incendio che lo ridusse in cenere nel gennaio del 1996 il Teatro La Fenice di Venezia l’ha avuta vinta anche sull’acqua alta che aveva messo a rischio la “prima” del Don Carlo di Giuseppe Verdi prevista il 24 novembre. Il 12 novembre scorso, quando l’alta marea ha raggiunto il picco straordinario di 187 centimetri, il Teatro si è trovato allagato e privo di elettricità. Prove impossibili, quindi, per uno spettacolo complesso, che andava preparato con i livelli di qualità che contraddistinguono il Teatro veneziano guidato dal sovrintendente Fortunato Ortombina. Ma nessuno si è perso d’animo. L’orchestra e il coro, con il maestro Myung-Whun Chung, si sono trasferiti per le prove al Teatro Comunale Mario Del Monaco di Treviso. I solisti hanno provato in parte a Treviso in parte nell’alloggio veneziano del regista Robert Carsen. Tutti hanno fatto la loro parte e, nonostante l’assedio dell’acqua alta fino a poche ore prima del debutto, lo spettacolo è andato regolarmente in scena. “Proporre il Don Carlo”, ha detto il sovrintendente Ortombina, “è l’unico modo, da parte nostra, per restituire speranza e dignità a Venezia dopo il grave vulnus che l’ha colpita. La Fenice condivide con la sua città una grande fragilità, ma anche la forza di reagire e tornare a vivere. Questo sforzo quasi sovrumano lo dobbiamo a Venezia, ai suoi cittadini e al mondo intero”.

Lo sforzo andava fatto anche perché lo spettacolo è bellissimo ed è stato giustamente acclamato alla “prima” dopo oltre tre ore intense di emozioni, musica sublime, canto  e recitazione ai massimi livelli. Il regista canadese Robert Carsen (reduce sai successi del Giulio Cesare alla Scala e dell’Idomeneo al Teatro dell’Opera di Roma) ha immaginato il Don Carlo (una storia di guerra, politica, amori contrastati e oppressione religiosa, qui nella versione in quattro atti del 1884)  come un dramma shakespeariano, basato più sulla parola che sugli eventi. Da questa premessa, la scelta di non rappresentare l’opera scenicamente “perché questo avrebbe significato creare una distanza”, dice Carsen. “Abbiamo cercato di eliminare”, spiega il regista, “tutto ciò che non fosse necessario alla storia e di realizzare non uno spettacolo ‘in costume’, ma una dramma delle persone e delle loro emozioni; questo significa ridurre al massimo, concentrarsi essenzialmente sui personaggi, sulle loro parole e sulla loro musica”.

Lo spettacolo è dominato dalle tinte scure (nero e grigio), che troviamo anche negli abiti moderni dei cantanti. Fanno da contorno le onnipresenti nere tonache  di coristi e comparse per rappresentare il potere dominante della Chiesa nella Spagna di Filippo II. Unico costume, sontuoso, quello che indossa Alex Esposito (Filippo II) in una memorabile scena di vestizione dove si mescolano il potere terreno e quello religioso.

Lascia perplessi solo una forzatura del libretto osata da Carsen, per cui Rodrigo (il marchese di Posa) diventa complice dell’Inquisizione, uccide tutti a colpi di pistola e viene incoronato come nuovo re. Nel contesto della storia ci può stare, ma i “tradimenti” dei libretti fanno sempre storcere un po’ la bocca.

Alla “prima” applausi per convinti per tutti (a parte qualche isolato dissenso per Carsen). Trionfo per un Chung in pieno controllo dell’orchestra, il fenomenale Alex Esposito, Piero Pretti (Don Carlo), Julian Kim (Rodrigo), Maria Agresta (Elisabetta du Valois), Veronica Simenoni (la principessa Eboli) e Marco Spotti (l’Inquisitore). Alla fine Ortombina ha giustamente voluto sul palcoscenico anche tutte le persone che, dietro le quinte, hanno lavorato duramente per realizzare lo spettacolo nonostante l’alluvione. Si replica fino al 7 dicembre.

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