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CINEMA
 

A Venezia è l'anno delle grandi star

03/09/2017 

Una scena del film "Le nostre anime di notte", con Robert Redford e Jane Fonda, ritornati a recitare ancora insieme dopo cinquant'anni dai tempi dello splendido "A piedi nudi nel parco" (1967).
Una scena del film "Le nostre anime di notte", con Robert Redford e Jane Fonda, ritornati a recitare ancora insieme dopo cinquant'anni dai tempi dello splendido "A piedi nudi nel parco" (1967).

Tutti d’accordo sul fatto che non siamo d’accordo. La 74° Mostra del cinema di Venezia giunge al giro di boa (che in Laguna coincide con la domenica della Regata Storica, in cui la città si ferma a godersi lo spettacolo e dimentica ciò che succede al Lido) e molti giudizi sui film sono dissonanti. Capita. Questione di differenti sensibilità, di un cartellone più o meno valido, di malcelate simpatie per questo o per quello, di suggestione per la presenza in carne e ossa di star che siamo soliti vedere sul grande schermo. Quest’anno però la frattura è alquanto profonda. Almeno, finora e per quanto concerne noi.

       Diciamo subito che a salvare il glamour del festival (oltre alla presenza, mai scontata, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla serata inaugurale) è stato il robusto afflusso di divi d’oltreoceano. George Clooney è giunto in veste di regista così come i colleghi Alexander Payne, Paul Schrader, Guillermo del Toro. Ma a mandare in visibilio i fans sono stati gli attori: Ethan Hawke, Amanda Seyfried, la rossa fascinosa Julianne Moore, Matt Damon (venuto con la moglie per presentare due film), la combattiva presidente di giuria Annette Bening. Su tutti la coppia Robert Redford e Jane Fonda, star intramontabili della Hollywood che fu, ancora ricchi di fascino e ironia a ottant’anni suonati. La Mostra li ha premiati con un doppio Leone d’oro alla carriera. Loro hanno ricompensato la platea presentando Our souls at night (Le nostre anime di notte) di Ritesh Batra, storia sul sentimento che nasce tra due vedovi solitari e sul valore dell’amore in tarda età. Film delizioso (voto 7) in cui i due divi, al quarto titolo insieme, sono perfetti. Naturalmente, a qualcuno ha fatto storcere il naso: “Un’opera senile che piacerà al pubblico delle signore anziane del pomeriggio”. Bah, dissentiamo.

Una carrellata ora sui titoli in corsa per il Leone d’oro, su cui ugualmente ci si è spesso divisi. Malgrado Matt Damon sia stato negli incontri intelligente, gentile e simpaticissimo i suoi due film non ci hanno convinto. Downsizing firmato da Alexander Payne (già due Oscar per le sceneggiature di Sideways e Paradiso amaro) parte da uno spunto curioso: scienziati norvegesi inventano la procedura per miniaturizzare le cellule umane. Un uomo può essere così ridotto a un esserino di 12,9 centimetri: meno spazio abitativo, meno consumi, meno cibo, meno inquinamento. Una pacchia? No se il bolso protagonista scopre che la moglie non lo ha seguito nell’esperimento e che le questioni eterne, dal senso della vita e dell’amore alla povertà e al destino del pianeta, non sono meno grandi nel mondo di Lilliput. Un po’ scontato (voto 5). Peggio ancora Suburbicon, il tanto strombazzato film diretto da George Clooney e scritto dai fratelli Coen. Se i registi di film geniali quali Fargo, Il grande Lebowski, Fratello dove sei?, Non è un paese per vecchi avevano lasciato per anni quel copione sul fondo di un cassetto, un motivo ci sarà pure stato. La difficoltà di trovare equilibrio in una storia che alla fine gronda sangue senza che un tocco di lieve ironia alleggerisca lo spettatore. Clooney non ci riesce. Resta così negli occhi lo stupore per la meravigliosa ricostruzione del sogno americano anni ’50, materializzato in un borgo ideale dove tutti si vorrebbe vivere. Ma anche la fastidiosa sensazione di un già visto inutile. Peggio, ridicolo. Naturalmente, nessuno ha avuto il coraggio di dirlo a quel galantuomo di Clooney (voto 4).

       C’è a chi è piaciuto assai The shape of water di Guillermo del Toro. Proseguendo nella scelta stilistica del fantasy come allegoria della realtà (vedi Il labirinto del fauno), il regista messicano ci porta anche lui nell’America ai tempi della Guerra Fredda per stupirci con l’amore sincero di una solitaria donna delle pulizie, orfana e muta, per un mostruoso uomo-pesce rinchiuso in un segreto laboratorio governativo. Elegia del diverso, certo. Critica alla politica dominante degli Usa, pure. Ma la confezione carina (voto 6) impacchetta una furba via di mezzo tra Il mostro della laguna nera e La Bella e la Bestia. Con quel po’ di erotismo in più che fa tanto moderno. Ancor meno ci ha convinto First reformed del veterano Paul Schrader. Storia alquanto calvinista di un pastore della Prima Chiesa Riformata (il fascinoso Ethan Hawke) schiacciato dal dolore per la morte del figlio soldato e poi attratto dalla vedova incinta di un parrocchiano, che faceva l’ecologista arrabbiato. I tormenti, i dubbi, lo scambio di ruoli. Una vicenda che, nel paragone con film come Diario di un curato di campagna e Sotto il sole di Satana, finisce per impallidire (voto 5). Parte benino anche The insult del libanese Ziad Doueiri con i fumantini antagonisti, il meccanico cristiano Toni e il capomastro palestinese Yasser, che si scontrano nella Beirut di oggi. Un banale diverbio degenera fino all’insulto e alla causa in tribunale. Dove i reciproci avvocati, una vecchia volpe di destra e la sua giovane figlia di sinistra, porteranno sul banco degli imputati tutte le annose questioni in sospeso tra cristiani maroniti e palestinesi. Interessante ma verboso (voto 5).

       Critici e addetti ai lavori invece concordi nel giudicare tra i film migliori Lean on Pete (Charley Thompson) in cui il regista Andrew Haigh si avvale della bravura del diciottenne Charlie Plummer per narrare, con pudore e delicatezza, il doloroso romanzo di formazione del giovane protagonista. Abbandonato piccolo dalla madre, cresciuto con un padre affettuoso ma inconcludente e problematico, Charley si guadagna qualche soldo aiutando un cinico allevatore di cavalli da corsa di serie B (bravissimo Steve Buscemi). Quando resta davvero solo, di fronte alla prospettiva che anche il cavallo a cui si è affezionato venga abbattuto, il ragazzo scappa con l’animale. Mille peripezie attraverso l’America più povera, arida e provinciale nella speranza di trovare la casa del cuore. Quasi un Oliver Twist moderno, malinconico (voto 7).

       Ma il film che per noi è da Leone d’oro, mentre la gran parte dei critici lo ha spernacchiato, è Human Flow del cinese Ai Weiwei. 140 minuti di immagini crude, bellissime, quasi senza dialoghi (per lo più voci in tante lingue diverse) che raccontano la tragedia contemporanea dei migranti. I fuggiaschi che annegano nelle acque del Mediteranneo, certo, ma non solo. Ai Weiwei, artista, designer, architetto, attivista nella lotta per i diritti umani (in Cina e altrove) ha girato il mondo e filmato in 23 Paesi i volti e la quotidianità di coloro che, per guerra o per fame, sono oggi costretti a migrare: oltre 65 milioni di persone, la stima dell’Onu. Senza patetismi ma con lo sguardo partecipe dell’artista, riesce a fare ancor più del tanto già fatto da Gianfranco Rosi con Fuocoammare. Le meravigliose scelte visive, passando dalla telecamera al telefonino o alle immagini dal drone, rivelano lo stile dell’ artista ma da certi sono state tacciate di vuoto estetismo. Altri l’accusano, al contrario, di non aver elaborato il materiale cioè della mancanza di un’idea registica. Ai Weiwei (qui al primo lungometraggio) è però un videomaker, autore di gigantesche installazioni concettuali che hanno fatto il giro del mondo. Per lui la forma è racconto senza mediazioni o sovrastrutture. E nel prossimo numero di Famiglia Cristiana pubblicheremo l’intervista in cui ribatte alle critiche. Spiegando perché metta così a disagio un obiettivo che ci cala in mezzo ai disperati di oggi facendoci ansimare, marciare, sperare come loro (voto 8).

                                                                   

  

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