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giovedì 23 gennaio 2020
 
 

Fino all'ultimo pesce

21/06/2012  L'Italia è sempre più dipendente dal pesce importato a causa dello sfruttamento degli stock ittici. Oltrepassata la soglia delle possibilità finanziare e della sostenibilità ecologica.

(Foto e copertina Greenpeace)
(Foto e copertina Greenpeace)

Pensiamo spesso che le risorse della natura, quelle del mare in particolare, siano infinite, ma non è così, soprattutto se mangiamo sempre e soltanto gli stessi pesci. Il 60% dei consumatori italiani infatti si concentra soltanto su 10 specie, pochine se pensiamo che solo nel Mediterraneo sono oltre 250 quelle commestibili.

Non stupisce allora che dal 30 aprile l’Italia dipenda dal pesce proveniente da altri mari. Abbiamo raggiunto il giorno della “dipendenza dal pesce importato” addirittura prima rispetto all'Unione Europea, per la quale tale data è il 2 luglio. La notizia arriva da un dossier presentato da Nef (New economics Foundation) e Ocean2012.

«L’Italia è sempre più dipendente dal pesce proveniente da altri mari. Le catture sono in declino e gli studiosi avvertono che il 54% dei 46 stock ittici Mediterranei esaminati sono sovrasfruttati», afferma Aniol Esteban, coautore del rapporto. «Mentre il consumo di prodotti ittici rimane invariato, il divario rispetto alle importazioni cresce sempre di più, lasciando l’Italia con il peggiore squilibrio commerciale di tutti i Paesi membri.

Gli italiani consumano la stessa quantità di pesce del 1999, ma poiché le catture sono molto diminuite, hanno bisogno di importare il 37% di pesce in più». Sebbene gli stock ittici siano una risorsa rinnovabile, secondo i dati forniti dalla Commissione Europea noi preleviamo pesce dai nostri mari molto più velocemente rispetto ai tempi di ripopolamento, e quindi dobbiamo andare altrove a procurarci altro pesce.

«La crisi che ha investito le nostre banche ci ha insegnato i rischi del vivere al di là delle nostre possibilità finanziarie. Ancora più pericoloso sarebbe vivere oltrepassando la soglia della sostenibilità ecologica» ha aggiunto Esteban.

Da quando vengono compiute queste rilevazioni, ovvero dal 2000, il Fish Dependence Day dell’Unione Europea arriva sempre prima nell’arco dell’anno, attualmente quasi un mese prima, dimostrando un livello sempre crescente di dipendenza dai prodotti ittici importati.

Come mai non ce ne accorgiamo? Gli effetti del sovrasfruttamento degli stock ittici europei - e di conseguenza della disponibilità di pesce nei mercati e sugli scaffali dei supermercati - sono mascherati dall’aumento delle importazioni di pesce proveniente da altri mari. Dal 1993, le catture dell’Ue sono diminuite a una media del 2% l’anno (una riduzione totale di circa il 25%), con una costante diminuzione del reddito delle comunità che dipendono dalla pesca (il 25% dagli inizi degli anni Novanta).

Lo sviluppo dell’acquacoltura ha fallito nel cercare di bloccare la crescente dipendenza dal pesce importato.

«Il rapporto sottolinea che se vogliamo prodotti ittici sostenibili, dobbiamo assicurarci che i decisori politici concordino e attuino una politica della pesca responsabile. La riforma della Politica Comune della Pesca dell’Ue deve garantire la sostenibilità della pesca» ha concluso Serena Maso, coordinatrice di Ocean2012, di cui fanno parte in Italia, tra gli altri, Legambiente, Cts Ambiente e Marevivo.

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