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sabato 25 settembre 2021
 
 

"Abbiamo perso tutto, è come una morte"

05/09/2018  Parla Bruna Franchetto, docente all'interno del Museo Nazionale di Rio de Janeiro, andato distrutto nel rogo del 3 settembre. "Non era una tragedia annunciata, era annunciatissima".

“L’incendio che ha distrutto il Museo Nazionale di Rio de Janeiro non era un disastro annunciato, era un disastro annunciassimo”. C’è rabbia e sconforto nelle parole di Bruna Franchetto, antropologa e linguista, docente al Museo andato quasi completamente distrutto nel rogo del 3 settembre. Il Museo Nazionale di Rio aveva 200 anni di storia, era il più antico del Brasile e ospitava nelle sue sale  circa 20 milioni di pezzi risalenti a diversi periodi storici. Fra l’altro il Museo, considerato il quinto più grande al mondo per collezione esposta, conservava il meteorite Bendegò, il piu' grande mai trovato nel Paese, una collezione di mummie egizie e il teschio del cranio di Luzia "la più antica donna in America", morta oltre 11 mila anni fa.

“Sapevamo che le misure di sicurezza all’interno del Museo”, continua la professoressa Franchetto, “non erano all’altezza. Avremmo dovuto trovare il coraggio di rifiutarci di lavorare in quelle condizioni”.

Che cosa rappresentava per lei il Museo Nazionale?

Faccio fatica a parlarne al passato, ma il Museo è stato il mio luogo di lavoro quotidiano di insegnamento e di ricerca per 40 anni. Vederlo raso al suolo, perché questo sarà il suo destino,  mi provoca una disperazione immensa e molta rabbia. È un sentimento condiviso dai miei colleghi, dagli studenti, da tutti coloro che lavoravano dentro al Museo”.

Che cosa avete perso nel rogo?

“Abbiamo perso tutto. Oltre agli oggetti delle collezioni abbiamo perso decenni di ricerca e progetti, computer, documenti. C’era la storia degli ultimi 200 anni, dato che il Museo aveva aperto nel 1818. La perdita è molto grave per l’archeologia, data la quantità e il valore dei reperti conservati. Per tutti noi che lavoravamo lì dentro questa distruzione è come una morte”.

Di solito si immaginano i musei come una serie di collezioni, in realtà il Museo Nazionale era un grande polo culturale con molte attività di ricerca.

“Sì, all’interno del Museo funzionavano 5 programmi di dottorato, tra i quali il mio, quello di antropologia sociale. I programmi sono seguiti da moltissimi studenti, solo il mio ne conta 150 fra il master e il dottorato, ora questi alunni si trovano senza tetto e senza niente. Tutto è andato in fumo, non so che cosa riusciremo a recuperare, per fortuna c’è stata una mobilitazione internazionale  fortissima, proporzionale all’importanza del museo”.

Può confermare, come sta emergendo, che gli investimenti nel Museo Nazionale si erano fortemente ridotti?

“Sì, anche i nostri programmi di ricerca hanno avuto tagli del 75 per cento. Tutta la ricerca è a rischio e in generale il Brasile non ha mai brillato per gli investimenti nella cultura e nella innovazione tecnologica. È una responsabilità che ricade su tutti i governi, non solo su quello attuale, così propenso a sostenere un liberalismo selvaggio”.

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