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giovedì 01 ottobre 2020
 
Immigrazione
 

Abolizione reato clandestinità: il primo passo è fatto

21/01/2014  Il senato ha approvato la parziale cancellazione del reato di clandestinità e la sua trasformazione in reato amministrativo. È solo una prima azione concreta per arrivare alla cancellazione dell'odiosa norma. Ma ora la strada è stata aperta.

La strada per l’abolizione del reato di clandestinità è ancora lunga, ma c’è stato un primo passo importante oggi pomeriggio in Senato. Su proposta del Governo, con 182 voti a favore, 16 contrari e 7 astenuti, l’assemblea di Palazzo Madama ha approvato la parziale cancellazione del reato di clandestinità e la sua trasformazione in reato amministrativo.

L’emendamento è stato inserito nel disegno di legge sulle pene alternative al carcere, che già la scorsa settimana aveva provocato l’ostruzionismo della Lega. Cosa succede dunque? Secondo il provvedimento, l’ingresso illegale in Italia non sarà più un reato e tornerà un illecito amministrativo, mentre manterrebbe valenza penale ogni violazione di provvedimenti amministrativi emessi in materia di immigrazione.

Per esempio, scatta il reato se si rientra in Italia una volta espulsi, oppure se non si rispetta l’obbligo di presentarsi in Questura dopo un fermo per mancanza di documenti. In pratica, come ha spiegato il sottosegretario alla Giustizia Ferri, «chi per la prima volta» entra irregolarmente in Italia «non verrà sottoposto a procedimento penale, ma verrà espulso». Se poi tentasse di rientrare, a quel punto «commetterebbe reato». «Nessun passo indietro», ha risposto Ferri alle critiche della Lega e di Forza Italia, il Governo ha semplicemente «voluto specificare espressamente quanto già contenuto nella norma».

La decisione del Governo è un evidente compromesso tra le forze che sostengono la maggioranza, che fino a ieri sera non avevano trovato un’intesa. Da una parte, il Pd insisteva sulla depenalizzazione del reato, mentre il Nuovo Centrodestra di Alfano ha insistito e ottenuto di mantenere il rilievo penale sia per l’ingresso irregolare ripetuto, sia per la violazione dei provvedimenti amministrativi.

Tuttavia, il cammino verso l’abolizione (seppure parziale, quindi) è ancora lungo. Il Ddl sulle alternative al carcere, dato che è stato modificato al Senato, deve tornare alla Camera. Inoltre, se in questo passaggio fosse definitivamente approvato, sarà comunque una legge delega e toccherà al Governo scrivere i decreti legislativi per darle completa attuazione (fino a 18 mesi di tempo).

Introdotto nel 2009 dal “Pacchetto Sicurezza”, il reato di clandestinità divenne una “legge manifesto” dell’allora premier Berlusconi e del ministro Maroni, all’interno di un clima culturale in cui si era cercato di introdurre addirittura l’obbligo di segnalazione degli irregolari che arrivavano in pronto soccorso, proposta poi abbandonata anche a seguito della forte opposizione degli ordini dei medici.

Gli effetti che ha prodotto? Spese aggiuntive a carico della macchina giudiziaria, che non producono nulla di concreto e finiscono con un’espulsione già prevista dalla via amministrativa e una multa che di fatto non viene mai riscossa.

Spiega Rodolfo Sabelli, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati: «Reato inutile e dannoso: inutile perché una sanzione pecuniaria non è in grado di esercitare alcun effetto dissuasivo; dannoso perché intralcia le indagini contro gli scafisti e gli altri responsabili del traffico di clandestini, trasformando questi ultimi da testimoni in coimputati, e perché ingolfa gli uffici giudiziari». Nella sola Procura di Agrigento, nel 2013, gli iscritti al registro degli indagati sono stati 16.000, compresi i sopravvissuti alla tragedia di Lampedusa.

In compenso, il reato di clandestinità criminalizza “il nemico”, che magari ha il nome di Tony, kosovaro, 2 figli che vanno la scuola da sei anni, e ha perso il lavoro (e quindi il permesso di soggiorno) per la chiusura della fabbrica tessile in cui lavorava. Oppure di Olga, badante ucraina da 4 anni in Italia, che non è mai stata regolarizzata dall’anziano di cui si prendeva cura. Ha spiegato il senatore Pd Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani: «Si tratta di una fattispecie penale propria di una fase giuridica precedente all’affermazione dello stato di diritto, quella in cui si veniva puniti non per le azioni commesse ma per la propria condizione esistenziale, culturale o sociale».

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