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Abraham Yehoshua: «I Cristiani non devono andarsene da Israele»

14/06/2022  «I cristiani sono una parte fondamentale del nostro Paese. Non vogliamo che lascino questa terra, che è anche la loro» Così l'autore l'autore israeliano scomparso il 14 giugno 2022 commentava alla vigilia della prima visita di papa Francesco in Terra Santa, nel 2014. La vita di Abraham Yehoshua, un'infaticabile ricerca della Pace (di Giulia Petrucci)

Non voglio dare consigli al Papa, ma spero che in questa visita abbandoni i discorsi politici». Abraham Yehoshua, uno dei nomi più celebri della letteratura israeliana, molto impegnato in favore della convivenza pacifica fra israeliani e palestinesi, commenta così l’arrivo del Santo Padre a Gerusalemme.

– Per la prima volta questo Papa visita la Terra Santa. Lei vive in Israele, a Haifa. Come giudica tale evento?

«Credo che la missione più importante del Pontefice, in questo viaggio, sia rafforzare lo spirito della comunità cristiana locale. Oggi i cristiani qui si trovano stretti tra due fuochi e due fondamentalismi, da un lato quello islamico, dall’altro quello ebraico. E una gran parte dei cristiani, che sono soprattutto palestinesi, sono costretti alla migrazione al di fuori della loro patria. La Terra Santa con i suoi simboli e i suoi luoghi di fede non smette mai di rivestire un’enorme me importanza per i cristiani. E questi ultimi rappresentano una parte fondamentale del nostro Paese. Noi non vogliamo che lascino questa terra, che è anche la loro. La visita del Papa rappresenta, inoltre, il riconoscimento dell’importanza del giudaismo, e del diritto di Israele a fondare un suo Stato tra gli altri Stati della regione, fra i quali possibilmente uno Stato palestinese».

– Il Papa incontrerà il presidente Peres e il premier Netanyahu. Crede che questa visita porti a una presa di posizione sul conflitto israelo-palestinese?

«Io credo che il Papa non dovrà concentrarsi sul problema israelo-palestinese. Già molti leader del mondo si stanno impegnando in questo senso, e non credo che Benedetto XVI possa dire qualcosa di più e di nuovo. Penso sia molto meglio che fondi la sua visita su aspetti spirituali, sulla fede e la religiosità, piuttosto che su discorsi politici. Mi auguro, invece, che il Papa punti l’attenzione sullo status della Città Vecchia: il chilometro quadrato all’interno di Gerusalemme che racchiude alcuni fra i principali luoghi sacri per le tre religioni dovrebbe diventare una sorta di Città del Vaticano, al di sopra di ogni sovranità nazionale, con uno statuto speciale come città indipendente e sovrana».

– In questo periodo abbiamo assistito a nuovi attacchi contro l’esistenza stessa di Israele da parte dell’Iran, che ha accusato il Paese di razzismo e continua a negare l’Olocausto…

«La Chiesa cattolica ha avuto un ruolo piuttosto passivo durante la Seconda guerra mondiale nei confronti dello sterminio. Il Papa dovrà essere molto accorto nelle sue dichiarazioni. Spero che questa visita sia l’occasione per riaffermare ancora una volta, in modo forte, che l’Olocausto è stato un crimine non solo contro gli ebrei, ma anche contro Dio e l’umanità tutta. La battaglia per riconoscere e affermare l’Olocausto non è una battaglia solo in nome degli ebrei, ma anche in nome dei cristiani».

– Di recente il Santo Padre è stato molto criticato dalla comunità ebraica ed è stato accusato di aver riportato indietro il dialogo cristiano-ebraico. Cosa ne pensa?

«Sicuramente il dialogo interreligioso fra cristiani ed ebrei continua la sua strada e progredisce. Ma il problema fondamentale non è il rapporto tra cristiani ed ebrei, bensì quello fra ebrei e musulmani. Non credo che Benedetto XVI sia il leader giusto per favorire e promuovere il dialogo fra l’islam e l’ebraismo in questa terra. Meglio che, nella sua visita, si rivolga ai fedeli cristiani per rafforzare la loro fede».

– Questo viaggio è molto importante per la comunità cristiana locale, ma come pensa che gli abitanti di Israele accoglieranno Benedetto XVI?

«Non so se il popolo israeliano accoglierà il Papa con entusiasmo o con freddezza. Ma dobbiamo riconoscere che se Giovanni Paolo II era l’uomo delle emozioni, papa Benedetto XVI è un uomo della teologia e della ragione, più che del cuore».

 
 
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