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lunedì 29 novembre 2021
 
 

Stefano Accorsi e i pomodori antimafia

08/10/2014  L'attore è al cinema con La nostra terra, film ispirato alle esperienze di cooperative come quelle fondate da Libera che si battono contro la mafia. "Avevo vent'anni e la morte di Falcone e Borsellino mi sconvolse. Presto racconterò su Sky l'altro evento cruciale di quel 1992: Tangentopoli"

Accorsi  Un bel pomodoro in faccia alla mafia, condito da tante sapide risate. Quelle che si è fatto pure don Luigi Ciotti,  a dispetto di Totò Riina e delle sue minacce, quando ha visto in anteprima La nostra terra, il film di Giulio Manfredonia ora nelle sale che racconta l’esperienza di una scalcagnata cooperativa agricola di un paese del Sud che cerca di ridare vita ai terreni confiscati a un boss. Un film ispirato all’esperienza dei volontari di Libera e di altre associazioni che, letteralmente, si sporcano le mani per cambiare le cose. Volontari che non vengono raffigurati come eroi, ma come persone comuni piene di debolezze e contraddizioni, che alternano momenti di entusiasmo ad altri di sconforto. A partire dal protagonista Filippo, il presidente della cooperativa arrivato dal Nord e interpretato con gusto da Stefano Accorsi, e da Cosimo, l’ex fattore del boss in cerca di riscatto, ritratto da uno strepitoso Sergio Rubini.


«È proprio questo che è piaciuto a don Ciotti e agli altri volontari che hanno collaborato al film», spiega Accorsi. «Per la prima volta sono stati raccontati nella loro quotidianità. E l’ironia credo che possa essere spesso molto più efficace della chiave drammatica per mostrare il loro impegno».

Nel 1992, quando aveva poco più di vent’anni, furono uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In quegli stessi mesi scoppiò Tangentopoli, l’inchiesta che vedremo presto raccontata su Sky in una serie da lei ideata e interpretata. Cosa rappresentò per lei quel periodo?

«Come tutti, fui sconvolto dagli attentati. Prima non avevo molta coscienza dell’importanza del lavoro svolto dai due magistrati. Da allora ho iniziato a documentarmi di più e quando scoppiò Tangentopoli ricordo la forte speranza che crebbe in me affinché le cose potessero cambiare davvero. Non è andata così, purtroppo: ogni giorno sentiamo di una nuova inchiesta per corruzione. Il problema è che, come ripete il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, la luce sul tema della legalità non si deve accendere solo nei momenti di emergenza: un vero cambiamento culturale può avvenire solo nelle azioni quotidiane che ciascuno di noi compie».

Lei da anni fa la spola tra l’Italia e la Francia. Quanto è ancora forte l’associazione tra la parola “mafia” e il nostro Paese?

«È un’associazione molto facile e quando la sento mi dà molto fastidio perché la gente ne parla come se chiacchierasse al bar del tempo che fa. Però, d’altra parte, non solo in Francia mi sono reso conto di un’altra cosa: quando diciamo di essere italiani può scattare l’associazione con la mafia, ma è più forte il senso di curiosità e di ammirazione verso di noi e questo mi riempie di orgoglio. Se avessimo la cultura civica di altri Paesi, non ce ne sarebbe per nessuno. Ma dobbiamo scegliere da che parte stare, come fanno i protagonisti del film»

Lei che rapporto ha con l’altra protagonista del film, la terra?

«Se parliamo di coltivazione diretta, nessuno: i pomodori preferisco comprarli. Se parliamo invece di natura, adoro correre nei boschi con il mio cane. Per girare questo film siamo stati due mesi in una zona agricola e abbiamo avuto modo di confrontarci con i contadini che vivevano lì. Tutto intorno non c’era niente, faceva molto caldo di giorno e molto freddo di notte. Mi sono reso conto solo così di quanto la terra, oltre a darti tanto, chieda tantissimo al tuo corpo e alla tua anima: la pelle che brucia sotto il sole, la schiena che deve essere spesso piegata. Sono davvero sensazioni primordiali che non avevo mai provato».

Da piccolo chi erano i suoi eroi?

«Sono cresciuto con i western di Sergio Leone, quindi dico Clint Eastwood. Mi piacevano i suoi personaggi perché avevano sempre delle zone d’ombra. Poi si trovavano invischiati in situazioni in cui erano quasi “costretti” a tirare fuori il loro lato eroico. Ma quando tutto era finito, montavano sul loro cavallo e sparivano nel nulla. Non erano eroi classici che stavano sempre in primo piano e per questo mi era facile identificarmi in loro».

Al cinema andava spesso?

«Piangevo se i miei genitori non mi portavano: ogni “forse” per me diventava automaticamente un “sì” e se invece poi non si andava ci restavo malissimo. Finché a un certo punto spuntarono i primi videoregistratori. Dopo un po’ i miei ne comprarono uno e io imparai subito a registrare i film che davano di notte per potermeli rivedere il giorno dopo. Così, davanti alla televisione, mi sentivo veramente il bambino più felice del mondo».

 
 
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