Ci sono volti e voci che si ricordano per sottrazione, nel senso che ti mancano quando non ci sono ma non alzano mai la voce. Gianfranco De Laurentiis era così. Una voce e un volto, un modo di fare sobri e garbati. C’è stato un tempo in cui lo sport si raccontava così, senza bisogno di gridare se non quando c’era davvero motivo di lasciarsi andare all'urlo Campioni del mondo, in cui le storie e le azioni bastavano da sole a riempire, De Laurentiis era un uomo di quel tempo. Nato nel 1939 era di quelli che raccontavano così. Un fatto generazionale anche. Era stato direttore della Tgs, la testata giornalistica sportiva, dal 1993 al 1994, prima e anche dopo tante trasmissioni a cui il suo nome è rimasto legato: "EuroGol" (rubrica del Tg2 sulle coppe europee), "Diretta Sport", "Domenica Sport", "Dribbling" condiviso con Antonella Clerici; oppure "Domenica sprint", la "Domenica Sportiva" insieme ad Alessandra Casella, "Numero 10" con Michel Platini fino alla "Giostra del gol", programma su Rai International destinato agli italiani all'estero. Dal 1997 al 2001 è stato invece il conduttore di "Pole Position", trasmissione che andava in onda prima e dopo ogni Gp di Formula 1 quando la Rai possedeva i diritti dei grandi eventi.
Era un mondo diverso, uno stile diverso. Difficile immaginare un De Laurentiis nella realtà attuale in cui le telecronache piacciono orientate, tifose, concitate, nei motori soprattutto in cui chi parla perde il fiato a ogni curva ormai, come se lo sport non fosse, come invece è, uno spettacolo da lasciar parlare.
Ecco De Laurentiis era di quelli che lo raccontavano lasciandogli la vetrina, senza dargli sulla voce. Convinto che si dovesse spiegare e raccontare solo quello che non parlava da sé, senza prevaricare. Se n’è andato, il saluto sarà in privato. Se ne va con lui un altro pezzo dello sport che abbiamo amato. Ma di più un modo di raccontarlo che sta sparendo.