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lutto
 

Addio ad Antonello Falqui, ha fatto divertire gli italiani

16/11/2019  Talent scout, padre del varietà colto e leggero, con lui se ne va un pezzo della storia della televisione italiana. Ha firmato programmi come Canzonissima, Studio Uno e Milleluci scoprendo grandi personaggi, da Mina a Walter Chiari, da Paolo Panelli a Franca Valeri alle gemelle Kessler

Antonello Falqui se n’è andato a 94 anni con leggerezza e ironia, come aveva vissuto e aveva insegnato a vivere a intere generazioni d’italiani. La notizia della scomparsa del padre del varietà all'italiana e artefice del successo di tanti grandi personaggi dello spettacolo, ha fatto subito il giro del web nel modo più singolare: «Sono partito per un lungo lungo lungo viaggio», è il testo di un post apparso sui suoi profili Facebook e Twitter, «potete venire a salutarmi lunedì 18 novembre alle 11 alla chiesa di Sant'Eugenio a viale Belle Arti a Roma». Immediatamente dopo centinaia di messaggi di cordoglio hanno invaso la rete, personaggi dello spettacolo ma anche tanta gente comune. Ovunque hanno cominciato a rimbalzare gli spezzoni dei suoi varietà, Studio Uno e Canzonissima i più famosi, e i volti dei loro protagonisti: da Mina a Walter Chiari, da Paolo Panelli a Bice Valori, da Franca Valeri alle gemelle Kessler. Con la sua regia milioni di telespettatori, radunati intorno al piccolo schermo, prima in bianco e nero e poi a colori, hanno sognato con il varietà: da "Il Musichiere" (1957-60), presentato da Mario Riva, a "Canzonissima" (1958, 1959, 1968, 1969), da "Studio Uno" (1961, 1962-63, 1965 e 1966), con Mina, le gemelle Kessler, il Quartetto Cetra, Walter Chiari e Rita Pavone, fino a "Milleluci" (1974), con Mina e Raffaella Carrà.

Un genere al quale il regista, protagonista assoluto, indiscusso e pionieristico della storia del varietà della Rai, ha dato piena dignità, nutrendo, al pari della commedia all'italiana sul grande schermo, l'immaginario degli italiani, offrendo in tv un sabato sera leggero, accattivante e allo stesso tempo di qualità.

Figlio d'arte, la "svolta" con Il Musichiere

Nato a Roma il 6 novembre 1925, figlio del critico e scrittore Enrico Falqui, Antonello si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università della Sapienza, che lascia prima della laurea, attratto dal cinema. Dal 1947 al 1949 frequenta il corso di regia del Centro Sperimentale di Cinematografia. Interrompe il Centro Sperimentale per dedicarsi alla sua prima esperienza come aiuto-regista nell'unico film dello scrittore Curzio Malaparte, "Cristo proibito", girato nel 1950. Falqui, che ancora non aveva completato il corso di regia, era affascinato dalla proposta del romanziere e giornalista che gli consentiva di realizzare finalmente le esperienze di teorie appena acquisite. Dopo quel primo film, lavora ancora come aiuto-regista accanto a Anton Giulio Majano, Camillo Mastrocinque e Mario Soldati. Successivamente affronta la regia di alcuni documentari, tra cui quello di esordio "Il fiume nero", fino a quando, nel 1952, realizza per la televisione, ancora in fase sperimentale, alcuni programmi nella sede di Milano. Fra gli altri lo segnala particolarmente all'attenzione quello intitolato "Vita e conclave: Pio XII", che costituisce per il giovane regista la precisa presa di coscienza del mezzo televisivo. Ne scopre una dimensione più ampia poco più avanti, nel 1953, quando si occupa di una delle prime rubriche "Arrivi e partenze", poi proseguita a Roma sino al 1955. Era presentata da Mike Bongiorno e consisteva in una serie di incontri con personaggi famosi che arrivavano o partivano da Milano e poi Roma.

Ma è con "Il Musichiere", accanto a Garinei e Giovannini, che Falqui comincia a realizzare appieno alcuni aspetti della sua concezione dello spettacolo leggero. La trasmissione domina le annate televisive 1958, 1959 e 1960. Mario Riva, che ne è l'animatore e il presentatore, diventa un personaggio nazionale, mentre tutta l'Italia si appassiona a quel gioco musicale. «Il Musichiere - ha affermato Falqui - è stato un po' la riprova delle capacità che ha la televisione di rendere collettivi certi fenomeni. In questo senso era interessante scoprire la dimensione “discreta e domestica2 del piccolo schermo, che, senza violare l'intimità della famiglia, introduce nella società nuovi modelli di partecipazione alla comunità. E poi l'italiano rimaneva appagato nel suo 'bisogno musicale' che, ironicamente, era espresso nelle forme avvincenti della gara».

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