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Addio al cardinale Etchegaray, il diplomatico dell'ottimismo

04/09/2019  È morto a 96 anni un gigante della diplomazia della Santa Sede. Nel 2003, volò segretamente a Baghdad per incontrare Saddam Hussein e portargli una lettera del Papa che lo scongiurava di non cedere alla tentazione del conflitto: «Non vorrei troppo sottolineare questi orrori. Vorrei invece parlare della bellezza dell’umanità, di Dio che ama in maniera appassionata l’uomo creato da lui»

È stato, per un solo giorno, il cardinale più anziano vivente, dalla morte del cardinale José de Jesús Pimiento Rodríguez, avvenuta martedì. Il giorno dopo, all’età veneranda di 96 anni, se n’è andato un gigante della diplomazia della Santa Sede: il cardinale Roger Etchegaray, francese dei Paesi Baschi. Era nato a Espelette il 25 settembre del 1922 ed è stato "ambasciatore" di Giovanni Paolo II in delicate missioni diplomatiche: nel 2003 lavorò per conto del Papa per evitare lo scoppio della Seconda Guerra del Golfo. Più volte aveva incontrato Fidel Castro.

L'8 aprile 1984 Papa Giovanni Paolo II lo scelse come presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum.

Sull’uscio della sua residenza romana, all’ultimo piano del Palazzo di San Callisto, aveva messo questo messaggio: “Cristo mette il suo braccio sulla spalla di un amico sconosciuto. Questo amico sconosciuto è ciascuno di noi”. Sotto, il suo nome, inciso nel legno, tutto in corsivo: + Roger cardinale Etchagaray. Prima degli acciacchi, girava a Roma con una Renault 4.

«Ho incontrato più volte Fidel Castro», confidò in un’intervista a Famiglia Cristiana in occasione dei suoi 90 anni, «Mi parlava delle sue letture enciclopediche, mi rivolgeva domande trabocchetto sulla Chiesa o il Vangelo. Saddam Hussein, invece, l’ho incontrato due volte, inviato da Giovanni Paolo II: nel 1985, durante la guerra tra Iran e Iraq, quando ho visitato i prigionieri di guerra a Teheran e a Baghdad, e un’altra volta nel 2003. Non voglio, però, soffermarmi troppo su questi personaggi. Ovunque sono andato ho cercato di incontrare soprattutto la gente perché è il popolo che fa la vita di un Paese e anche della Chiesa».

Ordinato presbitero nel 1947 è stato incardinato nella Diocesi di Bayonne. Nel 1961 inizia a lavorare nella Conferenza episcopale francese dal 1966 al 1970 ne è segretario generale. Papa Paolo VI lo elegge nel 1969 vescovo titolare di Gemelle di Numidia e ausiliare per l’Arcidiocesi di Parigi. Il 22 dicembre 1970 è promosso arcivescovo di Marsiglia. Nel 1975 viene eletto Presidente della conferenza episcopale francese. Giovanni Paolo II nel 1979 lo crea cardinale di Santa Romana Chiesa con il titolo presbiterale di San Leone.

Testimone degli orrori del Novecento

Nel corso della sua lunga carriera diplomatica aveva assistito di persona a sconvolgimenti epocali, dalla fine dell’apartheid in Sudafrica al genocidio ruandese: «Il 10 maggio 1994», ricordava, «sono stato invitato a Pretoria da De Klerk e Mandela per partecipare alla nascita della “Nuova Africa del Sud”. L’apartheid è una delle cose più brutte che esista. Quando una razza non solo ignora, ma lotta contro un’altra razza, è tremendo. E vedo oggi che in diversi Paesi sembra rinascere il razzismo e, ci sono conflitti etnici. Essere fratelli è una bella parola, ma vivere insieme non è una cosa facile. Rispettare l’altro così com’è, anche se è molto diverso, riconoscerlo come fratello e sorella è un dovere non solo cristiano, ma umano. Ma penso anche a Sarajevo, al Rwanda dove sono stato durante il genocidio. È toccato a me trovare i cadaveri dei tre vescovi massacrati durante il genocidio e celebrarne i funerali. Ma non vorrei troppo sottolineare questi orrori. Vorrei invece parlare della bellezza dell’umanità, di Dio che ama in maniera appassionata l’uomo creato da lui. Forse credere all’amore di Dio, che ci ama con il perdono, per alcuni, non è facile. La gente ha difficoltà di accettare nella propria vita di perdonare agli altri, ma anche di accettare il perdono dagli altri». Etchegaray visse, da perito, anche la stagione del Concilio Vaticano II: «Come diceva Giovanni XXIII, ha aperto le porte della Chiesa. I vescovi si sono visti per la prima volta tutti insieme e hanno cominciato ad avere una prima idea della collegialità, dell’essere veramente fratelli con il Papa non come capo nel senso politico, ma come servitore dell’universalità e dell’unione della Chiesa. Non si può immaginare che cosa era questa scoperta di una nuova Chiesa attraverso questi più di 2.000 vescovi che venivano da ogni continente».

«Il mondo cambia, non sempre verso il peggio»

  

Colpiva in questo cardinale la speranza cristiana che lo animava profondamente: «Il mondo», diceva, «si sviluppa, cambia, non sempre verso il peggio. Non si parla sufficientemente delle meraviglie che si trovano nel mondo di oggi. E direi lo stesso per la Chiesa. La Chiesa ha le sue debolezze, è santa e peccatrice. Si deve guardarla con lo sguardo di tenerezza e di perdono di Dio. La Chiesa vera è invisibile e senza limiti, cerca di abbracciare tutta l’umanità perché tutti, anche i non cristiani, i non credenti sono figli e figlie di Dio unico e pieno di misericordia per noi».

Nell’intervista, metteva in guardia la Chiesa da tre tentazioni: «La prima», spiegava, «è il denaro, sia quello accumulato, che quello che giustifichiamo dicendo che ha uno scopo filantropico. Non dimentichiamo che Gesù definisce “satana” il denaro. Bisogna ricordare che la povertà - non la miseria dalla quale bisogna sempre uscire – è la prima delle beatitudini. Il povero si sente, forse più di altri, tra le mani tenerissime di Dio. È povero perché non ha niente e riceve tutto dal Signore. La seconda tentazione è il successo, il voler arrivare velocemente ai risultati. Invece di aspettare che una porta si apra liberamente alla fede, si fa come i venditori ambulanti, si utilizzano tutti i mezzi, rifilando sotto la porta un Vangelo appiattito. Infine c’è la tentazione più grande: fare compromessi con i potenti di questa terra per tutelare l’opera della Chiesa. Sono le tentazioni che Gesù attraversò nel deserto».

 
 
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