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giovedì 09 dicembre 2021
 
 

Addio al ddl Zan tra le accuse incrociate dei partiti

27/10/2021  Il controverso disegno di legge che metteva a rischio la libertà d’opinione e introduceva il concetto di gender è stato stoppato da Palazzo Madama dopo un voto a scrutinio segreto. Un anno fa era stato approvato dalla Camera

Al di là delle schermaglie politiche e della accuse incrociate tra i partiti, lo stop in Senato al ddl Zan contro l’omofobia è un’occasione da non sprecare per rivedere i punti più controversi della legge che ha sollevato numerose perplessità tra giuristi ed esperti anche di opposto orientamento sulla definizione di “identità di genere”, per il rischio di configurare un reato di opinione lesivo della libertà prevista e assicurata dall’articolo 21 della Costituzione, e per la norma che introduce la teoria del gender nelle scuole statali e paritarie, incluse quelle confessionali.

A scrutinio segreto, mercoledì pomeriggio il Senato ha approvato la richiesta di non passare al voto gli articoli del disegno di legge che era stato approvato dalla Camera il 4 novembre dello scorso anno. 154 i favorevoli alla proposta presentata dal leghista Roberto Calderoli, che rimanda in Commissione il controverso testo. Nelle ultime ore si era aperto lo spazio per un ultimo negoziato.

Lo stesso segretario del Pd, Enrico Letta, aveva chiesto un tavolo di confronto e lo aveva affidato all'estensore della legge, il senatore Alessandro Zan. L'intesa però non è arrivata: Pd, M5s e Leu chiedevano di rimuovere prima il voto procedurale previsto oggi, il centrodestra invece chiedeva un rinvio di 7-10 giorni dell'approdo in aula del testo. A provare di fare da ponte Italia Viva di Renzi ma anche le componenti moderati di Pd e Fi. Alla fine ha prevalso il muro contro muro e in una seduta infuocata la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati ha accolto la richiesta del centrodestra di procedere a scrutinio segreto. E lì si è scatenata la bagarre tra Casellati e alcuni senatori, in particolare del Movimento 5 Stelle, che chiedevano il voto palese.

All'esito della votazione, il fronte di chi voleva passare all'esame della legge ha registrato 23 voti in meno. Il segno più eloquente che le perplessità sul provvedimento riguardano anche una parte del Pd e del M5S.

I punti più controversi del ddl sono gli articoli 1 (sulla definizione dell’identità di genere), 4 (sulla libertà d’espressione) e 7 (l’istituzione del 17 maggio come “Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia” da celebrare anche nelle scuole paritarie). Il 23 giugno scorso una nota verbale della Segreteria di Stato vaticana aveva segnalato alle autorità italiane le criticità del testo in merito alla libertà d'espressione della Chiesa e al rispetto dei Patti lateranensi. Anche il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, aveva auspicato più volte di riformulare la legge respingendo al mittente le accuse di “ingerenza” della Chiesa: «È necessario», ha detto il capo dei vescovi italiani in un’intervista a Repubblica a luglio, «garantire in modo adeguato la libertà di espressione e, tanto più laddove s’intendono introdurre norme di natura penale, non bisogna lasciare margini interpretativi non ragionevoli. Questo discorso vale anche per la Giornata nazionale contro l’omofobia nelle scuole. Altrimenti c’è il rischio che, oltre all’istigazione all’odio, venga sanzionata la libera espressione di convincimenti etici e religiosi e sia inoltre messo in discussione il diritto umano universale dei genitori all’educazione dei figli secondo i propri convincimenti e a insegnare ciò che è bene e ciò che è male. Le nostre perplessità sono le stesse che, durante quest’anno, hanno espresso tante voci di diversa sensibilità: alcune definizioni appaiono molto vaghe e questo renderebbe l’applicazione della legge penale rischiosamente incerta. Come hanno fatto notare insigni giuristi, l’affermazione di alcune verità di fede potrebbero essere oggetto di procedimenti penali perché da qualcuno ritenute “idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori”».

Dopo l’approvazione della “tagliola”, il ddl non potrà essere più messo in calendario di nuovo prima di sei mesi nei lavori di Palazzo Madama.

 
 
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