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domenica 03 luglio 2022
 
Personaggio
 

Addio al signor Brugola, l'erede dell'inventore della famosa vite

16/02/2015  Se ne è andato Gianantonio Brugola, il figlio di Egidio, fondatore dell'azienda che ha dato il nome alla vite cava esagonale, chiamata appunto “brugola”. Famiglia Cristiana, l'anno scorso, aveva intervistato uno dei figli. Ecco la sua intervista.

«Passami la brugola». La chiamano tutti così, per... cognome, ma senza saperlo. Eh sì, perché quella vite a testa cava esagonale con la quale facciamo spesso i conti è in realtà il cognome del suo ideatore, e fondatore dell’azienda Oeb, Officine Egidio Brugola. Fu lui, Egidio Brugola, nel 1926, a iniziare un’avventura che non solo non si è mai conclusa ma sta aggiungendo anche in anni difficili come questi altri successi, con l’apertura di una sede negli Stati Uniti, a Detroit.
«Sì, ma localizziamo negli Usa, e non delocalizziamo», dice Jody Brugola, 35 anni, ultimo rampollo della dinastia che ha visto, dopo nonno Egidio, al bastone di comando dell’Oeb la nonna Emmy per quattro anni, poi suo padre, Giannantonio, dal 1964.

«Papà nel 2008 è stato nominato dal presidente Napolitano Cavaliere al merito del lavoro». E adesso tocca a lui, l’ultimo Brugola, ancora una volta un Egidio, ma per tutti Jody, nome americano che ben si accorda con la nuova prospettiva aziendale. Quando la notizia è diventata ufficiale, c’era anche il governatore del Michigan, il repubblicano Richard Snyder, a Lissone, in provincia di Monza Brianza.

Da Detroit a Lissone per rendere omaggio alla fabbrica che esiste dal 1926 grazie alla forza di volontà e al sacrificio del capostipite e dei suoi collaboratori. Racconta Jody: «Il periodo della Seconda guerra mondiale fu molto travagliato. Ci furono trenta operai trucidati dai nazisti e anche il nonno rischiò la vita. Morì giovane, a 58 anni, nel 1959».

A produrre e vendere quelle viti, le brugole, in tutto il mondo, ha continuato il papà di Jody: «Aveva capito che bisognava uscire dal settore standard e farsi conoscere nel mondo». Nacquero accordi con la Volkswagen prima e poi con la Ford.

Fino ad arrivare al prossimo, nuovo stabilimento di Detroit. «Sì, ma sia chiaro: noi non porteremo macchinari da qui in America, non delocalizziamo. Se tutto va come da programma, nella prossima primavera inaugureremo lo stabilimento. Pensiamo di assumere una cinquantina di personale americano». Detta così, sembra il ribaltamento della storia: erano loro che assumevano noi italiani, emigrati.

DELOCALIZZARE, MAI.

  

«Noi serviamo più di 50 stabilimenti nel mondo», prosegue Jody Brugola, «ma se penso alla globalizzazione tiro il freno». È stato tre anni negli Usa: «Volevo fare tutt’altro, non pensavo di tornare a Lissone. Avendo vissuto laggiù, ho conosciuto e capito la loro mentalità e visto buone possibilità di sviluppo mentre, d’altro canto, ho constatato che il modo di fare capitalismo in tutto il mondo sembra stia arrivando al capolinea.

A questa globalizzazione si deve rispondere con maggiore amore per il piccolo: più “local”, più cura del proprio territorio». Intanto, però, lo fate in avanti e andate in America... «Ma solo per avvicinarci maggiormente ai nostri clienti, la Ford, non per fuggire da qui, delocalizzare, mai. Anche noi abbiamo sentito la crisi.

Il periodo duro è stato nel 2009, ma oggi abbiamo invertito la tendenza e aumentato il fatturato. A Detroit investiremo in uno stabilimento più piccolo di quello di Lissone ma siamo certi che avremo molte soddisfazioni». Attento, come i suoi predecessori, alle attività sociali, è fortemente legato a papa Wojtyla: «Con una madre polacca, non potevo non sentirmi affascinato da un Papa con quel carisma», e guarda a papa Francesco con speranza. «Lo ammiro, ha il coraggio di affrontare anche temi scomodi. Io non sono un praticante ma la preghiera è sempre presente, tutti i giorni, nella mia vita».

 
 
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