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venerdì 24 maggio 2024
 
IL RITRATTO
 

Addio Beckenbauer, libero modernissimo, imperatore del calcio

09/01/2024  Due volte campione del mondo, due volte pallone d'oro. Kaiser Franz reinventò il ruolo e divenne un simbolo di eleganza per il calcio e di riscatto per la Germania

L’immaginario collettivo del pallone fin lì portava in trionfo i numeri 10, quelli che, direbbe De Gregori, battono il tempo con la fantasia; i centravanti, che si pesano e si misurano a suon di gol; al limite i portieri, per quel tanto di eroe solitario che li accompagna con il brivido che spetta all’estremo difensore.

L’economia, la statistica, la memoria del pallone contano i gol fatti non quelli evitati. Per questo per la regola generale un libero, mito assoluto del Bayern Monaco e del calcio tedesco, non avrebbe dovuto esistere. Ma poi è arrivato Franz Beckenbauer. Ed è stato il più grande della storia del suo Paese, non solo nel ruolo, anzi nonostante il ruolo: reinventato da lui, per la sua capacità di prendersi, per classe e superiorità, la libertà di interpretare la funzione del libero a modo suo, modernissimo, avanti per i tempi: testa alta, visione di gioco, passaggio preciso.

Regista con il numero 5 invece del 10: là indietro davanti al portiere, partiva e sempre guardando avanti, ne scartava uno o due, se del caso, e poi faceva planare il pallone sui piedi di un compagno, sulla fascia destra di preferenza, o dove la circostanza richiedeva: sempre precisissimo, ordinato nel pensiero e nell’azione.

Capace di impostare, di portar palla, di dribblare – senza tentazione di cedere alla leziosità- all’occorrenza segnare. Un’eleganza che non aveva bisogno di sporcare nella difesa e che anche gli avversari gli hanno sempre riconosciuto anche prima dei ricordi postumi, indulgenti per definizione.

Nato a Monaco sulle macerie della seconda guerra, era diventato un simbolo di riscatto per i modi, per lo stile, per la classe, che esibiva pur essendo partito indietro, da un quartiere popolare, da una scuola professionale che nella Germania di allora azzoppava le ambizioni nella scala sociale. Ha concluso da giocatore la carriera negli Stati Uniti, prima di intraprendere la strada della panchina. Da dirigente era stato coinvolto nelle ombre relative all’assegnazione alla Germania del Mondiale 2006, vinto dall’Italia. Sposato tre volte, sopravvissuto a uno dei suoi 5 figli, è scomparso a 78 anni, dopo una lunga sofferenza.

A vent’anni era già Kaiser Franz, il soprannome regale che gli era rimasto attaccato come un’etichetta azzeccata fino alla naturalezza, pare sia nato dalla coincidenza di una foto scattata accanto alla statua di Francesco Giuseppe a Vienna: il giorno dopo i giornali giocarono sulla suggestione dei due “kaiser”, i due imperatori. Oggi Franco Baresi – altro uomo modesto - , che ne ereditò il soprannome, ammette di aver vissuto quell’accostamento con onore ma anche con un filo di imbarazzo.

Gli italiani lo ricordano in Italia-Germania 4-3 1970, rimasto in campo con un braccio al collo, perché erano finite le sostituzioni, difficile da contrastare - dicono gli avversari d’allora - anche così.

Due volte pallone d’oro, premio raro già una volta tra i difensori, Beckenbauer è stato due volte campione del mondo: da giocatore, domando in casa l’Olanda del calcio totale, nel 1974 (anno della sciagurata spedizione azzurra che ha generato il più bel romanzo sul calcio mai scritto in Italia, Azzurro tenebra di Giovanni e Arpino). E di nuovo nel 1990, da allenatore: l’immagine di sé che Beckenbauer ha lasciato quella sera all’olimpico non è nella scontata esultanza, nell’abbraccio, nella Coppa che si alza, che pure ovviamente ci sono stati, ma in una passeggiata solitaria nel prato, medaglia al collo, in disparte, come fosse solo stadio festante.

Un’immagine forte nel suo garbo silenzioso che somiglia molto a quella che oggi dipinge nel ricordo chi lo ha conosciuto bene: un uomo a modo, mai sguaiato, che non ha mai preso troppo sul serio quel titolo di imperatore del pallone che tutti gli davano. Che cosa sia passato sotto i riccioli dall’attaccatura stempiata, che sono stati il suo marchio di fabbrica, nel corso di quella camminata apparentemente calma non si può davvero sapere. Difficile renderli a freddo dopo in un’intervista.

Del successo ebbe a dire: «Il successo è come un cervo spaventato: dev’esserci il tempo giusto, il tempo, le stelle, la luna». Forse in quel momento stava solo cercando di tenerlo a bada, camminando.

 
 
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