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lunedì 18 ottobre 2021
 
SOLIDARIETà
 

Adozioni, ma non solo: l'abbraccio dell'Italia ai bimbi di Černobyl

25/04/2021  Dal 2000 ad oggi sono oltre 500 mila i bimbi provenienti dalle località colpite dalla nube radioattiva che arrivano in Italia per soggiorni terapeutici. Anche sul fronte delle adozioni l’Italia è il Paese che ha dato più “nuove famiglie” a bimbi bielorussi. Ma il Covid-19 ha complicato le cose e anche l’accoglienza temporanea è stata sospesa

Non soltanto adozioni, ma soprattutto programmi di accoglienza temporanea o soggiorni “terapeutici”. L’Italia dal 2000 ad oggi – secondo i dati forniti a Famiglia Cristiana dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – è il Paese che in Europa ha accolto il maggior numero dei cosiddetti “bimbi di Chernobyl”, provenienti prevalentemente dalla Bielorussia, ma anche dall’Ucraina. Nonostante il drastico calo delle adozioni a livello internazionale, in Italia dal 2019 siamo sotto quota mille. Tra le nazionalità di provenienza dei minori adottati da coppie o famiglie italiane spicca la Bielorussia, con 35 bambini adottati nel 2020 contro i 75 del 2019. L’età media secondo la Commissione per le adozioni internazionali (Cai) è di poco più di 12 anni di età.

Nonostante il calo delle adozioni, il caso dei bambini di Chernobyl vanta un programma di accoglienza temporanea unica nel nostro paese, nonostante la sospensione dei soggiorni nel 2020 per contrastare la pandemia Covid-19.

Si tratta della permanenza ogni anno di centinaia di bambini provenienti dall’area dell’Est Europa che ogni estate vengono accolti da famiglie italiane o da strutture specializzate sia per socializzare, ma anche per smaltire le scorie radioattive accumulate dall’ambiente dove vivono.

«Anche se ormai sono passati più di 30 anni dall’incidente nucleare, ancora oggi, sono piuttosto vaste le aree contaminate e nelle quali non è salutare vivere e soprattutto coltivare la terra. La presenza nell’ambiente di elementi nocivi, quali il cesio 137, provoca ancora oggi malattie, generalmente di carattere oncologico, che colpiscono in modo particolare le fasce di età più basse ed è per questo che la possibilità̀ di godere di periodi di risanamento può̀ contribuire al benessere di questi bambini», si legge nel rapporto pubblicato a maggio 2020 a cura della direzione generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali.

 

Nel 2019, prima che scoppiasse la pandemia, il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali aveva approvato 635 programmi di accoglienza temporanea, che sono stati 724 nel 2018. Con il Covid-19 tutto è diventato più difficile e quindi i soggiorni terapeutici sono stati bloccati, già a febbraio dell’anno scorso per volere delle stesse autorità governative bielorusse fortemente preoccupate per la situazione dei contagi in Italia. E successivamente anche secondo le misure preventive contenute nei vari Dpcm adottati dall’Italia. Provocando così l’ira di tante associazioni, ma soprattutto di famiglie italiane che aspettano l’estate per abbracciare i loro bimbi “quasi adottivi”. Oggi un tavolo interministeriale con funzionari ed esperti dei Ministeri di Esteri, Salute, Lavoro e Politiche sociale sta valutando, in base al monitoraggio pandemico, se ci saranno o meno i requisiti per permettere i soggiorni terapeutici ai bimbi di Chernobyl.

Sono centinaia le associazioni di volontariato che ogni anno si attivano per sottoporre programmi di accoglienza temporanea ai bambini di Chernobyl, come l’associazione Verso Est di Bergamo, che dal 2003 al 2019 ha organizzato centinaia di viaggi aerei dalla Bielorussia all’Italia accogliendo circa 15 mila bambini provenienti dall’area Chernobyl. Verso Est supporta a sua volta una cinquantina di altre associazioni e comitati che da Bolzano a Gioia Tauro offrono ospitalità ai bimbi di Chernobyl. «Senza i genitori italiani questo fenomeno di accoglienza non sarebbe mai potuto esistere, le famiglie fisicamente accolgono i minori in casa, in altri casi offrono il loro supporto in strutture come nelle nostre colonie, a Mariano Comense o a Bellaria. Purtroppo però ci sono bambini che per diverse ragioni (perché non hanno il passaporto o perché il medico impedisce loro di viaggiare) non possono arrivare in Italia. Per loro abbiamo quindi creato una struttura in Bielorussia, nella cittadina di Svisloch. Si chiama Casa Italia e per il 2021 è prevista la presenza di 166 bambini», spiega Fabrizio Poli, coordinatore nazionale di Verso Est.

È scientificamente dimostrato da anni, in Italia lo ha fatto l’Arpa di Piacenza, che la permanenza di questi bambini in un ambiente incontaminato, al mare o in montagna, accompagnato da un’alimentazione sana può aiutarli a ridurre dal 30 al 60 per cento la concentrazione radioattiva assorbita nel proprio corpo. E l’Italia questi requisiti li ha tutti.  

 
 
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