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martedì 18 gennaio 2022
 
 

Afghanistan, italiani in prima linea

16/07/2010  Nell'Ovest del Paese sono schierati circa 3.300 soldati, agli ordini del generale Claudio Berto. Di essi, 1.800 sono alpini. Reportage dal fronte. Cinque fotogallery di Nino Leto.

Stando a dati ufficiali aggiornati al 6 luglio 2010, la missione internazionale che aiuta il Governo afghano nell'opera di pacificazione e di ricostruzione del Paese (Isaf, sigla inglese che sta per International security assistance force) conta 119.745 soldati provenienti da 46 diverse Nazioni. Gli Usa schierano 78.430 militari, il Regno Unito 9.500, la Germania 4.400, la Francia 3.750, l'Italia 3.300 (ma entro fine anno dovrebbero essere 4.000; un nostro volontario in servizio permanente prende, in missione, circa 4.200 euro al mese contro uno stipendio medio percepito in patria di 1.200 euro).

    Il nostro contingente è composto da fanti, bersaglieri (con una ventina di cingolati Dardo), uomini e donne dell’aviazione dell’Esercito che volano sui Chinook e sui Mangusta, piloti pronti a decollare su 4 caccia Amx e 1.800 alpini. Tutti sono agli ordini del generale Claudio Berto, 51 anni, comandante della Brigata alpina Taurinense, sposato, un figlio quindicenne che frequenta il Liceo scientifico e che lo sprona a tenersi aggiornato in quanto a musica e Tv.

     Le nostre truppe operano nell'Afghanistan occidentale, in un'area vasta come l'Italia settentrionale, che fa capo a Herat e a Farah. Ma che comincia a nord, quasi al confine con il Turkmenistan, dove gli alpini hanno scavato le colline a forza di braccia, con pala e piccone, meglio di notte, per non essere sfiniti dal caldo soffocante, ma anche (e soprattutto) per non diventare facile bersaglio degli insorti. A oltre novant'anni dalla Prima guerra mondiale l'Italia ritorna nelle trincee. 

     In questa prima linea difensiva, gli uomini e le donne del secondo reggimento di Cuneo della Brigata alpina Taurinense vivono a turno per 4-5 giorni, salvo poi riposare nelle retrovie per altri 4-5 giorni, e, quindi, tornare al fronte. In quel gomitolo di camminamenti, sacchetti di sabbia, travi di legno che sorreggono teloni mimetici, di tanto in tanto si aprono degli spazi. Lì, al massimo  in sei metri per tre, deve starci di tutto: mitragliatrici pesanti, fucili, munizioni, e poi le brandine per la squadra che monta di guardia, bottiglie d'acqua, zaini. E i viveri. Sono le famose razioni "k" che spaziano dal latte condensato e dalle barrette di cioccolato, per colazione, alle lattine da 400 grammi di ravioli al ragù e alle scatolette di carne di maiale in gelatina, per pranzo, finendo, per cena, con pasta e fagioli accompagnata da pollo in gelatina. Un caos ordinato, insomma, in cui l’unico indizio di vita normale, che fa tanto casa, è il fornello a gas – con sopra la caffettiera – messo in un angolo, al riparo dal vento che soffia afoso giorno e notte, riempiendo di sabbia vestiti e narici.    

     Per arrivare in trincea si parte dal quartier generale di Herat, il grande capoluogo dell'intera regione, da cui Bala Murghab dista circa 230 chilometri. E proprio a Bala Murghab (per essere precisi: alla base operativa avanzata Columbus, nata attorno a un ex cotonificio diroccato), i rinforzi e il materiale arrivano per lo più su grossi elicotteri da trasporto, i Boeing CH-47 Chinook; talvolta i rifornimenti vengono paracadutati; molto più raramente si muovono via terra: i pericoli di attacchi da parte degli insorti e, soprattutto, la possibile presenza di ordigni artigianali sconsigliano un viaggio necessariamente lungo (dura in media dieci giorni), che comincia a 60 chilometri all'ora, nel centro di Herat,  e che fuori città, da un certo punto in avanti, procede necessariamente a passo d'uomo se non addirittura a 1,5 chilometri orari dal momento che l'insidia può celarsi a ogni piè sospinto. Percorrendo questa strada, il 17 maggio scorso, vittime dello scoppio di una mina improvvisata ma ad altissimo potenziale, sono morti gli alpini  Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio.   

     Dalla base Columbus di Bala Murghab, in ogni caso, sui mezzi blindati Lince si raggiungono gli avamposti scavati e tenuti dagli afghani, dagli americani e dagli italiani. Ciascuno ha un nome: Pathfinder, Dejavù, Stingray, Barracuda, Vigilantes, Davil. In prima linea, a 530 metri dal livello del mare, su un altura che domina campi di grano che biondeggiano al sole, ce n'è uno costruito e presidiato dagli alpini: è l'avamposto Cavour. 

      “Quando siamo arrivati a Bala Murghab ci hanno accolto tirandoci addosso diversi razzi", spiega il colonnello Massimo Biagini, comandante del 2° reggimento di Cuneo, sposato e padre di un bambino di poco più di un anno. "Identificato il punto da dove proveniva l’attacco e dopo aver avuto la certezza che non ci fossero civili in quell’area, abbiamo risposto con sei colpi di mortaio da 120 millimetri”. Era il 20 aprile. “Da quel giorno a metà giugno”, prosegue il colonnello Biagini, “abbiamo avuto 40 scontri a fuoco. Spesso si è trattato di qualche colpo sporadico. In 17 casi, invece, abbiamo dovuto reagire con i mortai. Nell’ottica della missione Isaf, che intende garantire la sicurezza affinché l’Afghanistan rinasca dal punto di vista economico e sociale, abbiamo fatto dell’altro. Con l’operazione Buongiorno abbiamo allargato la bolla di sicurezza, passando da un raggio di due chilometri a uno di dieci. Ciò ha permesso il ritorno nei propri villaggi di centinaia di afghani scappati".
 
      Gli insorti? "In questa zona", risponde il colonnello Biagini, "sono rimasti gruppi di qualche decina di combattenti ciascuno: ci sono talebani veri e propri, ma per lo pi?si tratta di gente al soldo di narcotrafficanti o di qualche leader tribale. Il lavoro non è terminato. Occorre, ad esempio, finire di sistemare, asfaltandola, la Ring Road, il grande anello viario che collega l’intero Afghanistan, impraticabile per circa 60 chilometri da Bala Murghab in direzione nordest: progetti e soldi ci sono; la presenza ostile degli insorti, però ostacola i lavori"

     Molto più a sud di Bala Murghab, si trovano gli alpini del 9° reggimento dell'Aquila  comandanti dal colonnello Franco Federici. Dal 6 aprile 2009 si sono dati da fare per soccorrere l'Abruzzo sconvolto dal terremoto, contribuendo a garantire il tranquillo svolgimento del G8, quando i grandi della Terra si riunirono nella caserma di Coppito. Un anno dopo, nell'aprile 2010, sono stati schierati nell'area occidentale dell'Afghanistan, tra Farah e Bala Baluk.

     I soldati del 9°, anch'essi appartenenti alla Brigata alpina Taurinense, fanno quello che caratterizza la missione di tutti i militari - italiani e non - di Isaf, la Forza internazionale di assistenza alla sicurezza: collaborano con le autorità afghane legittimamente al potere, lavorano insieme alle forze della polizia e dell'esercito regolare nel controllare il territorio (difendendolo dagli attacchi degli insorti), aiutano la popolazione. Non mancano i Medcap, ovvero l'allestimento di ambulatori itineranti da campo, grazie ai quali la popolazione civile viene visitata (e, se del caso, curata) dai medici miltari italiani. 

    Un ruolo importante hanno le donne soldato. Ce ne sono un po' dappertutto. Nel contingente militare italiano impegnato in Afghanistan ne operano diverse: ne abbiamo  incontrato alcune nell'area nordoccidentale di Bala Murghab, a ridosso del confine con il Turkmenistan, e nel quartier generale di Herat.  

 
 
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