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martedì 26 ottobre 2021
 
 

Africa e Cina, questione di fame

25/11/2013  L'Africa ha fame di investimenti e sviluppo, la Cina di materie prime. Quale delle due ci guadagna davvero? La Cina affamerà ulteriormente l'Africa o la salverà?

Il presidente della Cina Xi Jinping (a sinistra) con il presidente del Sudafrica Zuma (Reuters).
Il presidente della Cina Xi Jinping (a sinistra) con il presidente del Sudafrica Zuma (Reuters).

C’era una volta il balsamo di tigre e le ciabattine infradito. Ci sono oggi l'edificazione dei grattacieli, l'esportazione di computer e telefonini, la realizzazione di grandi opere, strade, ponti, linee ferroviarie, pipe line. E via di questo passo. Dalle ciabattine al satellite: ovvero l’evoluzione della presenza della Cina in Africa, ieri e oggi.

Come sottolinea Prodi, nell'intervista qui accanto, attualmente la Cina ha rapporti commerciali e non con 50 Paesi africani su 54: quindi relazioni sistematiche, capillari, estese, costantemente in crescita nel tempo. Perché? Tutto in nome della sete energetica, ossia dell’estremo bisogno di Pechino di approvvigionarsi di petrolio e gas? La grande sete c’è, ma è solo uno degli aspetti dell'interesse cinese per l'Africa.

Un esempio? Lo Zambia. Già qualche anno fa, nel 2006, il tema principale dello scontro politico alla vigilia delle elezioni nel Paese africano fu la massiccia presenza cinese. Il principale oppositore del Presidente in carica cavalcò il malcontento anti-cinese. Il Presidente uscente vinse comunque, ma per un pugno di voti. Ebbene, lo Zambia di petrolio ne ha, sì, ma non era questo il centro degli interessi cinesi: erano (e sono) le miniere, la terra, i prodotti agricoli, il legname, le materie prime. Tanto che la Cina è diventato il primo partner mondiale dello Zimbabwe, il primo importatore del petrolio angolano e di quello sudanese, il primo partner commerciale del Sudafrica.

In Zambia, come negli altri 49 Paesi con cui ha rapporti, la Cina ha interessi a tutto campo. E fa discutere. Entusiasma alcuni (pochi) e preoccupa altri (molti). C’è chi parla di un nuovo colonizzatore-predatore, e chi sostiene invece che il gigante asiatico porta sviluppo, lavoro e denaro, come in definitiva suggerisce anche Romano Prodi.

Come stanno le cose? Prendiamo la fame energetica: petrolio e gas. La fazione “anticinese” sostiene che il gigante asiatico non guarda in faccia niente e nessuno – tanto meno i diritti umani – se si tratta di vendere (qualunque cosa, dalle ciabattine infradito alle armi) o di comprare, soprattutto petrolio e gas. Ed è vero che la Cina ha stretto accordi e ottenuto concessioni in tutti i Paesi petroliferi: dai grandi produttori come Nigeria, Angola, Guinea equatoriale, Sudan, fino a Gabon, Liberia, Ghana, Somalia, lo stesso Zambia. Un terzo del fabbisogno cinese oggi proviene dall’Africa, e la percentuale è in aumento.

Ma c'è anche chi sottolinea che, quanto all'attenzione per il rispetto dei diritti umani, l'Occidente non può certo erigersi a paladino, vista la storia dei rapporti con l'Africa; e quanto allo sfruttamento – basti pensare al coltan congolese, il minerale molto utilizzato nell'industria dei cellulari e dei computer – non abbiamo molto da insegnare alla Cina.

E il petrolio? Beh, i dati del 2012 (fonte sito Cia) mettono la Cina al secondo posto al mondo nelle importazioni di greggio, con 5.080.000 barili/giorno. Ma è appena sopra il piccolo Giappone, che ne importa ben 4.394.000. E davanti al colosso asiatico, ci sono sempre gli Stati Uniti. La cifra? 10.270.000 barili/ giorno. Più del doppio della tigre asiatica.

Allora, la Cina affamerà ulteriormente l'Africa o la salverà?

 
 
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