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venerdì 15 novembre 2019
 
Tradizioni
 

Agnello sulla tavola di Pasqua? La parola all’animal blogger: cristiano, non vegano

19/04/2019  Le considerazione di un esperto di pet therapy sull'abitudine di mangiare il cucciolo della pecora: non ci sono riferimenti nel Vangelo, dove Giovanni indica come agnello di Dio Gesù

Il dottor Giuseppe Scarlato, scrittore ed esperto di pet therapy, cura da anni un blog di tematiche ambientaliste e animaliste, ma non ha mai trattato l’argomento più scottante di tutti, che in questi giorni infiamma il web e i salotti di radio e tv.
SaveTheLambs è l’ashtag lanciato sui social network da uomini e donne ovunque nel mondo, ma la cosidetta “mattanza” di agnelli e capretti è già conclusa. La macellazione a norma di migliaia di ovicaprini è terminata e gli scaffali dei supermercati traboccano di proposte per le famiglie italiane, tanto appetitose quanto cruente. La carne di questi animali è molto richiesta dal mercato, soprattutto perché contemplata nella tradizione culinaria italiana, con lievi differenze dal nord al sud della nostra penisola.
Provengo da una famiglia di carnivori e cultori del buon cibo (nonché del buon vino) perciò non mi sono mai interrogato sulle origini delle usanze pugliesi nel periodo pasquale, ma una cosa è certa, come uomo impegnato in un cammino di fede non ho voluto tralasciare il vero cuore della questione: si può essere cristiani e carnivori?
La risposta è positiva poiché se crediamo in Dio riconosciamo in Lui la possibilità che ha donato a tutti gli esseri della creazione, quindi anche gli animali, di cibarsi di piante e ogni sorta di bestiame sulla terra o di uccelli del cielo.
La questione diventa invece contraddittoria nel momento in cui giustifichiamo il pranzo di Pasqua soltanto con l’adesione alla nostra fede religiosa: sfido chiunque a scorgere nel Nuovo Testamento un minimo riferimento a Gesù che si rallegra consumando carne di agnello o capretto. 
Di contro esiste una constatazione tutt’altro che morale o teologica; l’animale per essere mangiato va ucciso e loro stessi hanno sviluppato l’istinto predatorio per la sopravvivenza della specie, senza tenere conto della tenera età delle prede.
L’essere umano, pur facente parte della catena alimentare, non è un animale perciò può sviluppare la capacità di indirizzare il suo fabbisogno alimentare verso altre fonti, decidendo di evitare un consumo spropositato di prodotti di origine animale. Esiste anche una ulteriore riflessione che ci caratterizza per livello di “ umanità” in tutto il creato: perché separare precocemente un piccolo dalla madre? 
Non occorre un medico veterinario per accorgersi che un rapporto simbiotico e fisiologico unisce l’embrione alla pecora, proseguendo anche dopo il parto; dalla lattazione all’accudimento la relazione parenterale è indispensabile al perpetuarsi della vita. Il rapporto madre- figlio risponde a leggi naturali che l’uomo non si è dato da solo e tantomeno, nella società moderna, esso può slegarsi in virtù di pratiche consumistiche dettate da particolari esigenze del palato!
Gli allevamenti ovi caprini che forniscono i piccoli al processo di macellazione rispondono a consolidate regole di mercato che non hanno nulla a che vedere con il catechismo della chiesa cattolica. 
Riconoscere ciò non deve deresponsabilizzare credenti e non da scelte fatte a tavola innanzitutto partendo da un ascolto interiore, frutto di sensibilità, osservazione e esperienze di vita.
L’impostazione comunicativa corrente della difesa degli agnelli da un dispotismo cristiano nell’alimentazione domestica a discapito di specie animali indifese cade nel momento in cui ogni uomo di buona volontà ricerca e troverà la sola spiegazione fornita da Giovanni su chi sia l’unico agnello, atteso da tutti e visto dai suoi stessi occhi. La testimonianza per i credenti di ogni tempo su l’Agnello inviato da Dio per la salvezza di tutti è quella del Battista riportata dal Vangelo: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo” (Gv 1,29). Con questa esplicita indicazione di Giovanni il Battista e riconoscendo in Gesù di Nazareth la via scelta da Dio Padre per la redenzione del mondo, confidiamo che nessuna altra sofferenza sia necessaria oltre il massimo sacrificio in croce del Figlio Unigenito. 
Da quel momento, che ha segnato la storia dell’umanità, hanno perso valore, e presumibili giustificazioni, anche i rituali sacrifici del Tempio poiché simbolicamente l’agnello immolato è il Cristo che ha offerto la sua vita.

A oggi non esistono precetti pasquali che suggeriscano ai fedeli di cibarsi di carne di agnelli o capretti  nella domenica della Pasqua di resurrezione o de Lunedi dell’Angelo. 
Stabilito ciò, ogni confronto acceso tra le posizioni combattive di certi vegani o, al contrario quelle provocatorie dei Cruciani di turno, e i cattolici “tradizionalisti” si svuota di fondamento in una analisi riflettuta dei Vangeli.
Andare alla fonte di un fenomeno, osservarne gli sviluppi, ricercarne le cause storiche e rivalutare il senso ultimo delle abitudini umane è possibilità di ogni cittadino che non dà per scontato il suo rapporto con il cibo, ma riflette su atteggiamenti di equilibrio e sintonia con ogni forma vivente .
Al tempo stesso il rispetto dovuto , non solo nei giorni della Pasqua, ai nostri amici vegetariani o vegani per le più disparati ragioni etiche o salutari presuppone anche la tolleranza verso quanti consapevolmente cucinano o si alimentano di carni di agnelli o capretti.
La Pasqua sia comunione sincera e momento di convivialità per tutti, soprattutto a tavola quando la relazione diventa condivisione di un bene prezioso e nutriente tanto quanto il cibo, il pensiero che si fa Parola.

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