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Ai greci diciamo: viva la Merkel!

10/10/2012  La crisi della Grecia, come quella dell'Italia o della Spagna, non è stata causata dalla Germania. Anzi: per fortuna qualcuno è stato saggio e ora può darci una mano.

Le proteste ad Atene contro la visita della Merkel (foto del servizio: Reuters).
Le proteste ad Atene contro la visita della Merkel (foto del servizio: Reuters).

Soffrire non piace a nessuno. Trascinarsi per strada a cercare un lavoro, non poter assistere genitori anziani o sostenere figli che si affacciano alla vita adulta, è una pena che non si augura a nessuno e le cui spine già turbano il sonno di migliaia di famiglia italiane. Ma le violenze di piazza con cui Atene ha accolto la visita della cancelliera Angela Merkel sono il segno di una popolazione esasperata, e quindi disposta anche all’assurdo (come bruciare bandiere naziste in faccia a una donna nata e cresciuta nella Germania comunista), ma anche di una massa drogata dalla pessima politica del tempo che fu e ora incapace di accettare la realtà.

La crisi della Grecia non è stata causata dalla Germania ma dalla Grecia stessa. E, al contrario di quanto sostengono gli ingenui, non c’è stata alcuna particolare severità nei confronti del Paese: al contrario, una generosità così larga e acritica da ritorcersi poi contro Atene. Per almeno dieci anni, la Grecia ha ricevuto ingentissimi prestiti basati… sul nulla. Come si è scoperto con l’esplosione della crisi, il Governo greco aveva truccato i conti dello Stato per fingere di rientrare nei parametri del Trattato di Maastricht e poter quindi adottare l’euro (cosa avvenuta nel 2001). Il rapporto deficit/Pil, secondo quanto previsto dal Trattato, avrebbe dovuto essere del 3%. Nel 2009 venne fuori, per ammissione del nuovo Governo greco, che non solo al 3% non era mai stato ma che era addirittura arrivato al 15,4%. Il che vuol dire che per ogni euro incassato, lo Stato greco ne spendeva 1,15.

Per fare che? Forse per investire nell’industria o nelle infrastrutture? No, per conquistare consenso politico con una politica della spesa pubblica dissennata. Si ricordano i greci di quando i loro barbieri andavano in pensione a 50 anni perché costretti per lavoro a maneggiare “sostanze pericolose”? Di quando l’impiego pubblico (700 mila dipendenti) era una gigantesca mucca da mungere e le figlie nubili dei dipendenti statali ricevevano, in virtù del loro stato, uno specie di salario dal Governo? O di quando l’evasione fiscale non era un fenomeno perverso ma una situazione naturale, pacificamente accettata dalle autorità come dai cittadini? Qualcuno lo sa che di sole tasse non riscosse lo Stato greco si perdeva 30 miliardi di euro l’anno, prima della crisi? Una cifra pazzesca se si tiene conto che la Grecia ha solo 11 milioni di abitanti e che il suo Prodotto interno lordo (tutta la ricchezza prodotta dalla nazione) si aggirava sui 300 miliardi.

Le piazze di Atene erano sgombre, allora. Niente manifestazioni, nessuna bandiera bruciata. Un po’ come in Italia quando Silvio Berlusconi diceva che la crisi era già superata e che noi, come sempre più furbi di tutti gli altri, ne eravamo usciti al meglio. Quindi, cari amici greci e cari amici italiani, basta con la retorica della Germania cattiva che affama i popoli. Al contrario: diciamo grazie al fatto che qualcuno in Europa, per esempio proprio i tedeschi, abbia fatto le riforme al momento giusto e i sacrifici quando era tempo, trovandosi poi nelle condizioni di dare una mano, sia pure a caro prezzo, alle cicale come noi italiani, greci, spagnoli.

Nel 2010, nel giro di tre mesi, l’Unione Europea ha preso per i capelli la Grecia e l’ha tirata fuori dallo sprofondo, prestandole prima 110 e poi 130 miliardi di euro. In quello stesso periodo, mentre il contribuente tedesco spendeva parte dei suoi risparmi per dare una mano ai greci, lo Stato greco assumeva altre 25 mila persone nella già pletorica pubblica amministrazione. Per cui: viva Angela Merkel, altro che storie. E viva la sua giacchetta verde smunto, quella già indossata agli europei di calcio e di nuovo sfoderata negli incontri ufficiali con il premier greco Samaras. In quella giacca riciclata c’è un grande messaggio politico, basta saperlo leggere.

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