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martedì 03 agosto 2021
 
 

«Aiutiamo con un libro i bambini di Gaza»

20/05/2021  Gianna Pasini, infermiera in pensione, segue da sempre i piccoli che vivono nella Striscia affetti da una grave malattia.«Vivo questi giorni con angoscia, di molti di loro non ho più notizie»

In questi giorni passa i giorni, e ancor più le notti, tra computer e telefono, per avere notizie, quando i bombardamenti non bloccano le linee. Perché per lei, Gianna Pasini, infermiera in pensione di Brescia, Gaza è ormai una seconda casa. Anzi, una seconda famiglia. Da quando, dieci anni fa, raggiunta la pensione dopo una lunga carriera di infermiera pediatrica, ha deciso di dedicarsi ai bambini della Striscia. In particolare a quelli colpiti da una malattia rara e non guaribile che si chiama epidermolisi bollosa. La pelle si copre di bolle che la rendono delicatissima e dolorosamente sensibile anche al minimo urto o sfregamento. Anche un piccolo incidente può diventare una tragedia. Questi bambini, per fare un esempio minimo, non possono frequentare le scuole “normali” e affollatissime di Gaza. Hanno bisogno di cure quotidiane. E di medicinali che nella Striscia spesso non si trovano.

A questa esperienza, Gianna ha da poco dedicato un libro, “Storia di una bambina farfalla di Gaza” (Edizioni Q), impreziosito dalle illustrazioni di Fogliazza, il cui ricavato andrà appunto a finanziare quelle cure. Lo si può ordinare all’indirizzo www.edizioniq.eu, oppure chiamando il 333 5297013. Il progetto di assistenza e cura è stato a lungo sorretto dal Palestine Children’s Relief Fund e dall’inizio del 2021  è stato preso in carico da Pro Terra Sancta, con l’assistenza “sul campo” di padre Gabriel Romanelli, parroco a Gaza.

Ma torniamo a Gianna. «Mi interessavo di Israele, Palestina e Gaza già prima di cominciare questa esperienza», dice. «E infatti feci il primo viaggio a Gaza in una carovana organizzata per commemorare la morte di Vittorio Arrigoni, il pacifista ucciso a Gaza il 15 aprile del 2011. Entrammo dall’Egitto, non da Israele, era l’epoca dei fermenti delle Primavere Arabe. Fu in quell’occasione che entrai in contatto con questa patologia, a me allora sconosciuta nonostante l’esperienza di infermiera, e con i bambini che ne soffrivano. Da allora sono sempre tornata a Gaza, che dal 2006, cioè da quando vinse le elezioni Hamas, è sottoposta a embargo da Israele ed è diventata per due milioni di persone (delle quali più di metà sono giovani e bambini) una specie di prigione a cielo aperto. Manca quasi tutto, elettricità e acqua scarseggiano. E c’è la più alta densità abitativa al mondo. Lì parlare di privacy, quando magari due famiglie sono divise da un lenzuolo, non ha alcun senso. In compenso, ci sono un calore umano e una solidarietà che aiutano a superare tutte le difficoltà. Una famiglia che conosco, per esempio, ha messo sui social che è disponibile a ospitare una famiglia che abbia perso la casa nei bombardamenti».

E le famiglie in cui c’è un bambino farfalla, come vivono?

«Intanto si tratta quasi sempre di famiglie con tanti bambini, il che complica ancor più la situazione. Il portatore di epidermolisi bollosa ha bisogno di molte cure. È come un rito quotidiano: un bagno di pulizia seguito da un’accurata medicazione con pomate e bende per coprire tutte le lesioni e proteggerle dallo sfregamento contro gli abiti e dagli urti. Pensate a tutto questo quando manca l’acqua o la corrente elettrica… In una casa ho visto scaldare l’acqua con un filo elettrico che finiva direttamente nella pentola, con un sacco di bambini che giravano intorno. E poi ci sono le emergenze, sanitarie o amministrative, che gestiamo con le sedi locali del Palestine Children’s Relief Fund e con altri appoggi. Quando vado a Gaza porto sempre con me medicinali e materiali sanitari, che ovviamente vanno dichiarati e descritti prima del controllo alla frontiera con Israele».

Sei riuscita a stringere rapporti con i gazawi (gli abitanti di Gaza), nonostante queste ricorrenti crisi belliche?

«È impossibile non farlo. Perché il progetto di assistenza mi porta nelle loro case, e anche perché quando sono là vivo tra loro, cerco alloggio tra loro. Ma soprattutto perché il loro senso dell’ospitalità è incredibile. Devo farmi una specie di agenda per riuscire a gestire tutti gli inviti a pranzo che ricevo. E c’è una famiglia, quella che conosco da più tempo, che mi vuole ospite fissa da loro il venerdì, il giorno festivo dei musulmani. Mi è anche capitato di essere a Gaza in momenti di forte tensione con Israele. Erano i miei amici gazawi, dall’alto della loro esperienza, a prendersi cura di me. Mi dicevano se dovevo preoccuparmi tanto o poco, se c’era il rischio di qualche sparo o di un bombardamento, nel caso mi aiutavano a raggiungere il rifugio. Non mi sono mai sentita sola, abbandonata o in un ambiente ostile».

 

 

 

   

 
 
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