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Aiutiamoli a sorridere

20/02/2015  Nei campi dove si sono raccolti i profughi, in Kurdistan, ci sono tantissime mamme con bambini che mancano di tutto, dai vestiti alle medicine, alla scuola. Il progetto per un intervento concreto e mirato nelle situazioni più a rischio

Il miracolo della vita, da queste parti, ha tanti nomi. Uno è quello di Amir, 6 anni, che quando mi vede entrare nel tugurio saltella allegro e corre a chiamare gli amici. Ci parliamo a gesti ma in un attimo arrivano un sacco di ragazzini, sporchi, qualcuno anche lacero, ma festosi.
Tirano fuori da chissà dove degli ombrellini colorati e improvvisano una piccola festa, una macchia coloratissima nel buio delle baracche. Munir, il padre di Amir, aveva un piccolo negozio di merceria nei pressi di Aleppo, in Siria, proprio in una delle zone più battute dai combattimenti. È scappato portando con sé la famiglia.
Ancora in territorio siriano il piccolo convoglio di automobili in cui viaggiava è stato mitragliato dagli aerei di Assad, lui è nito fuori strada e si è rotto una clavicola. In quelle condizioni è riuscito a proseguire, entrare in Iraq, schivare le milizie dell’Isis e in ne, 900 chilometri dopo, ad approdare a Erbil, dove almeno ha trovato un ospedale che l’ha operato e un riparo in un garage mai nito di costruire. Non ha più nulla, se non un glio che riesce ancora a sorridere.
Di bambini come Amir, oggi, è pieno il Kurdistan, la regione nel Nord dell’Iraq che, con i suoi valorosi e ormai famosi peshmerga, fa da bastione contro l’avanzata degli estremisti islamici. Dalle zone cristiane dell’Iraq come Mosul o la Piana di Niniveh, ma anche dalla Siria, sono arrivati due milioni e mezzo di profughi, quasi 700 mila dei quali sono oggi stanziati nel capoluogo Erbil. Pochissimi hanno trovato sistemazione.
Quasi tutti vivono da 7-8 mesi in container, sotto le tende, in baraccopoli di plastica e lamiera sorte ovunque ci fosse spazio, anche all’ombra dei grandi alberghi.

IL PALLONE E LE IMMONDIZIE

La solidarietà non è mancata. Ma i bisogni sono enormi, e si può capire l’impatto di due milioni e mezzo di persone che hanno perso ogni avere su una regione di quattro milioni e mezzo di persone impegnate, tra l’altro, a difendersi da un nemico spietato e brutale.
Tanto più che dall’idea di un’emergenza acuta ma breve si sta passando a ben altri scenari: nessuno lo dice ancora apertamente, ma si prevedono altri due anni di questa vita. Eppure, quei piccoli miracoli non smettono di correrti intorno, di chiamarti, di accoglierti.

Ghassan mi porta un pallone sgonfio e scambiamo due palleggi. Lui, con gli amici, gioca in uno spiazzo pieno di immondizie sul bordo di una delle strade periferiche più traf cate di Erbil, la cosiddetta Cento Metri. I bambini sono diventati bravissimi a muoversi sul ciglio della carreggiata senza farsi arrotare dalle macchine.
Afef, 7 anni, aiuta la madre e lava i piatti per tutta la famiglia. Mi guarda da sotto in su e indica con l’orgoglio del lavoro ben fatto le stoviglie ammonticchiate e gocciolanti.
Imad
mi tira per un braccio verso la “stanza” in cui vive con i genitori, due fratelli e due sorelle. Vuole mostrare Halima, la sua sorella grande, stesa sofferente su un tappeto: è stata operata al fegato, spiegano attraverso l’interprete, ma non ha medicine, nemmeno il più blando degli antidolorifici.
Persino Rani, il bambinetto con la cuffia gialla, nato profugo nel campo, mi prende il dito e cerca di succhiarlo, mentre la madre mostra i barattoli di latte in polvere ormai vuoti. Anche i miracoli, però, hanno bisogno di manutenzione.

Quanto tempo abbiamo prima che questi bambini perdano il sorriso?
Quanto potranno resistere senza una vera scuola, senza giochi, senza scarpe o persino le calze? Con i padri distrutti dal far nulla, dal non poter provvedere alla famiglia, che in una società patriarcale come quella del Medio Oriente vuol dire perdere la faccia, il ruolo, il senso della vita? O con le madri costrette a sopperire a tutto perché anche qui, come in Europa, la donna lavora due volte e nel disastro è poi quella che regge?

Per questo Famiglia Cristiana lancia con Focsiv (la Federazione organismi cristiani servizio internazionale volontario) la campagna che abbiamo intitolato “Emergenza Kurdistan – Diamo un futuro ai bambini”, con gli obiettivi che descriviamo qui accanto, sapendo di poterci appellare ai nostri lettori, certo sensibili alla sorte di tante famiglie, anche cristiane, la cui vita è stata minacciata e sconvolta dalla violenza dell’Isis.

Questa non è la prima campagna del genere. Focsiv ha collaborato nora, per l’emergenza in Kurdistan, con il quotidiano Avvenire e con molti altri enti e istituzioni (Acli, Azione cattolica, Movimento adulti scout cattolici italiani, Movimento cristiano lavoratori, Iscos, Banca Etica, Acli) che hanno deciso di intervenire n dai primi mesi della crisi.

Ma ora, come si diceva, si apre un’altra fase: il bisogno e il dolore si fanno cronici, destinati a durare nel tempo. Questi ragazzi dovranno vivere così per molto tempo, forse anni. E non possono farlo in queste condizioni. Sappiamo che non potremo aiutare tutti né aiutarli in tutto. Ma abbiamo un obiettivo preciso e i volontari Focsiv, che vivono tra i profughi e conoscono le situazioni, sono perfetti per aiutarci a realizzarlo. Nessun proclama, azioni concrete.

Quando ho salutato Amir e i suoi amici con l’ombrellino colorato non avevo nulla con me da regalare. Ho cercato di insegnar loro a dire “ciao!”. Non vorrei proprio avergli insegnato, invece, “addio”.

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