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sabato 27 novembre 2021
 
Inquinamenti
 

Ridateci il silenzio

18/01/2014  Viviamo immersi nella musica. Per scelta e, sempre più spesso, per necessità. Ci viene imposta nei luoghi pubblici, nei negozi, nelle palestre, persino nei ristoranti. Sta diventando difficile nelle città trovare luoghi silenziosi. Eppure non sarebbe male, di tanto in tanto, poter scegliere di fermarsi ad ascoltare i propri pensieri.

Isolati (Corbis)
Isolati (Corbis)

Milano, palestra alla moda, attrezzata, qualcuno in vena di esotismi a buon mercato direbbe trendy. Un avviso appeso al muro detta le regole sull’abbigliamento consigliato e suggerisce di portare sempre con sé una bottiglia d’acqua, un asciugamano e un paio d’auricolari. Se le prime due cose paiono norme d’elementare buonsenso igienico, la terza ci dice qualcosa di un costume del nostro tempo.

Le cuffie, quasi invisibili per sparire sotto il berretto o enormi per isolare dal rumore esterno, si direbbero ormai per la maggioranza una necessità imprescindibile, le vediamo ovunque: in metropolitana, in tram, camminando per la strada, in bicicletta. Soprattutto tra ragazzi ma non solo. E quell’avviso, in palestra, in qualche modo è una spia: quasi che lo staff si preoccupasse di non lasciare neppure un solo "malcapitato" ad allenarsi accompagnato soltanto dal suono dei propri pensieri. Circostanza non probabile del resto, mentre le sale dei corsi sparano decibel che le voci degli istruttori devono coprire gridando ordini in stile Ufficiale gentiluomo.

Né si può dire che sia un problema tipico degli sportivi a tempo perso: la musica, sovente imposta dall’esterno, ci accompagna quasi ovunque nelle città: jingle pubblicitari ci costringono a ingannare in loro (molesta) compagnia l’attesa nelle stazioni di treni e metropolitane. La musica spesso ad alto volume invade i negozi alla moda: la si sceglie, secondo il target ovviamente, per attirare la clientela giusta (chissà se anche per scoraggiare quella idesiderata). Talvolta è diretta al fuori, all’esterno delle vetrine: soprattutto attorno a Natale quando Jingle bells e motivi affini vengono diffusi verso la strada.

Non solo, radio eternamente accese fanno da colonna sonora ai locali conviviali, ristoranti compresi, anche in pausa pranzo. Nemmeno le mense ne sono immuni. L’inevitabile corollario di voci che si sovrappongono, amplificando il rumore di fondo in un’intollerabile cacofonia, non sembra preoccupare gestori e avventori.

Qualche studioso ha già cominciato a classificare il fenomeno come “inquinamento musicale”. E sarebbe interessante capire che cosa ci dice di noi questo bisogno chissà se  nostro o indotto  chissà come. Chi ha deciso che dobbiamo avere paura del vuoto, quasi che ci avesse assalito – improvvisamente o gradualmente – l’urgenza di coprire le voci singole e sommesse che vengono dentro e fuori di noi. Chi ha deciso (e quando?) che non sia un diritto salutare l’affacciarsi di tanto in tanto – per caso o per scelta -  sull’abisso del silenzio in compagnia dei propri pensieri? O anche soltanto il concendersi una pacata conversazione a due, senza dover alzare il volume per capirsi.

 
 
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