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giovedì 23 settembre 2021
 
Saccheggio
 

Aiuto, ci stanno rubando il Made in Italy!

14/07/2013  La Pernigotti che va ai turchi, il marchio Loro Piana che diventa francese. Sono solo gli ultimi casi eclatanti dello "shopping" degli stranieri nei confronti dei nostro storici brand. Cosa resterà di noi?

L’Italia che perde pezzi è un “sempreverde”. Ogni tanto spunta come un bucaneve sulle pagine dei giornali e ci ricorda che ormai l’Italia è teatro di “shopping”, come si dice in gergo economico, ovvero di scorrerie finanziarie che portano all’estero il cuore delle aziende che hanno fatto il Paese. Per fortuna, nel novanta per cento dei casi, gli stabilimenti e i posti di lavoro restano sul territorio. Ma non è raro che in caso di perdite irreparabili o di strategie della casa madre gli stabilimenti vengano delocalizzati.  In realtà sono ormai decenni che l’Italia ha perso pezzi importanti della sua industria (chimica, farmaceutica, informatica, siderurgica etc.). ma lasciando stare l’economia che non c’è più l’allarme di solito si riferisce a un’eccellenza che ancora resiste: il comparto manifatturiero, in particolare la moda e il lusso. E stiamo parlando del secondo comparto d’Europa, secondo solo alla Germania.

L’allarme rosso, ad esempio, è scattato nuovamente quando il magnate Bernard Arnault, l’uomo più ricco di Francia, a capo di un impero che va dagli abiti allo champagne, si è comprato Loro Piana. E poche ore è arrivata la ferale notizia che la Pernigotti, la celebre azienda dolciaria fondata a Novi Ligure 150 anni fa, è stata acquisita dal gruppo Sanset di Istambul, controllato dai fratelli Ahmet e Zafer Toksos. Il prezzo è di 84 milioni, 13 volte il margine operativo dell’azienda, che l’anno scorso ha fatturato 75 milioni. L’ennesimo marchio Made in Italy che passa allo straniero. E così i famosi gianduiotti adesso parlano turco.

Per fortuna di solito lo “shopping” non devasta le aziende ma le rilancia, lasciando nel nostro Paese impianti e marchi (come nel caso di Arnault e Toksoz).
Ma il problema effettivamente c’è. Siamo stanchi di creare e innovare. Gli imprenditori del boom economico ormai hanno l’età della pensione e non sono riusciti (anche per l’incapacità di saper mollare il timone dell’azienda al momento opportuno) a creare una generazione che ne raccoglie il testimone. Secondo: per resistere sulla scena internazionale le idee non bastano: ci vogliono soprattutto investimenti, ma per gli investimenti ci vogliono risorse finanziarie per accendere fidi e mutui. Attualmente però credito e aziende sono separate in casa. Le banche non aiutano e il credit crunch è uno dei principali problemi del Paese. Non siamo stati capaci di fare sistema di fronte a veri e propri imperi aziendali, come appunto quello di Arnault. Quarto: per trattenere le eccellenze, difendere questo benedetto Made in Italy dalle locuste internazionali e rilanciarlo, ci vorrebbe una politica industriale. Qualcuno, negli ultimi vent’anni, ha visto qualcosa di simile? Oggi la politica industriale semplicemente non esiste.Forse è venuto il momento di ripristinarla. Qualcuno a Palazzo Chigi vuol fare qualcosa?


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