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24/06/2016  L'Unione, l'Inghilterra, gli italiani dopo Brexit. Dieci domande (e risposte) per capire perché gli inglesi se ne sono andati dall'Unione e che succederà da qui a dieci anni.

La fine dell'Europa? L'alba di un nuovo inizio? Un terremoto? Una tragedia? Una benedizione? Un'opportunità? La decisione degli inglesi di andarsene da Brexit ha suscitato reazioni controverse. Ecco dieci domande (e risposte) per saperne di più sul referendum che ha stabilità l'uscita definitiva del Regno Unito dall'Unione europea.

Chi ha votato per l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea?
Il 51,9 per cento degli inglesi.  su un'affluenza del 72,2 per cento, altissima per gli standard inglesi. Il voto ha fotografato un Paese frammentato per territori e per generazioni. Favorevoli all'uscita sono state soprattutto le province dell'entroterra inglese, delle città manifatturiere come Manchester e Liverpool, devastate dalla crisi. L'Inghilterra più profonda raccontata dalle pellicole di Ken Loach o da Full Monty. Fortemente contrarie l'Irlanda del Nord e la Scozia, che sull'onda del risultato ha chiesto un nuovo referendum per uscire dal Regno Unito e rimanere in Europa. Anche Londra, la capitale multietnica delle 300 etnie, ha votato contro.

Come hanno votato gli inglesi dal punto di vista anagrafico?

Le prime analisi del voto parlano di un voto pro euro dei giovani soprattutto degli under 25. Gli over 50 e soprattutto gli over 65 hanno invece votato per l'uscita dall'Unione. Dunque ha prevalso il voto conservatore dell'Inghilterra più restia alle innovazioni, alla convivenza con l'estraneo, quella più impaurita per "l'invasione dello straniero", terrorizzata dai migranti, che rubano il lavoro a figli e nipoti, dal mondo islamico in cui si annida il terrorismo e che mette in crisi i propri valori tradizionali. 

Che succederà ora dal punto di vista politico e istituzionale?
Ora iniziano i negoziati che porteranno all'uscita definitiva dell'Unione, in base al Trattato di Lisbona del 2007. Non sarà una passeggiata poiché i vincoli giuridici, istituzionali e sociali sono infiniti. Sarà un processo di smantellamento mai visto prima, che potrebbe durare anni, c'è chi dice almeno due, chi arriva fino a dieci.

Cosa significa per l'Unione europea perdere il Regno Unito?
L'Unione europea significa soprattutto libertà di circolazione di merci, imprese, capitali e soprattutto uomini, intesi come lavoratori, all'interno di un mercato unico, quello compreso nei territori degli Stati membri, un mercato senza barriere doganali e dazi. Ora per l'Inghilterra non sarà più così. Potranno essere ripristinati dazi, dogane, autorizzazioni per l'esportazione di capitali, restrizioni per la creazione di imprese straniere sul suolo britannico e soprattutto per l'ingresso di lavoratori stranieri. I quali potrebbero non essere sottoposti allo stesso regime di Welfare previsto per gli "autoctoni", come già avviene per i lavoratori extracomunitari.

Quali conseguenze ci saranno per il Regno Unito?

Sul piano politico, enormi. Il premier David Cameron ha già annunciato le sue dimissioni in autunno, il tempo di gestire questa difficile situazione post Brexit, mentre si scalda a bordo campo l'ex sindaco di Londra Boris Johnson, che ha giocato tutto sulla carta Brexit ed ora è pronto a sostituirlo in Downing Street. Sul piano economico, basta dare un'occhiata agli indici di borsa: c'è chi prevede restrizioni sull'importazione dei capitali, svalutazioni della sterlina, difficoltà di sviluppo delle imprese, con conseguenze sul piano della produzione. Insomma: una fase di recessione. Ma c'è anche chi coglie in Brexit l'occasione di un rilancio della City e di una migliore tenuta delle imprese britanniche sotto l'ombrello protezionistico del nuovo regime svincolato da Bruxelles.

Che signifca Brexit per l'Italia?

Le conseguenze sono analoghe a quelle degli altri 27 Stati membri. Nello specifico, ci accomuna la situazione della Polonia per l'altissimo numero di emigrati in terra britannica. Solo a Londra lavorano quasi 500 mila italiani. E' vero che l'Inghilterra ha sempre tenuto unpiede fuori dall'Europa e che molte limitazioni già c'erano. Ma ora le norme potrebbero essere ancora più restrittive, e soprattutto non più soggette all'arbitrato europeo, come in tema di concorrenza. Tanto per capire l'aria che tira, Nigel Farage, il grande vincitore di questo referendum,  vuole applicare sui flussi migratori un sistema "a punti", basato sulle competenze, come la conoscenza della lingua, il livello di istruzione, la specializzazione etc. Una limitazione della libertà di lavorare nell'Isola  non da poco, per uno straniero, perché soggetta a restrizioni decise dal governo inglese, che potrà chiudere e aprire i rubinetti a suo piacere.

L'Inghilterra continuerà a giovarsi dello speciale rapporto di alleanza con gli Stati Uniti?
La "special relationship" tra Inghilterra e Stati Uniti, che data fin dall'inizio della Seconda Guerra Mondiale certamente continuerà, ma Obama era fortemente contrario all'uscita dall'Europa del Regno Unito e ha dichiarato apertamente che considererà interlocutore privilegiato Bruxelles prima ancora che Londra. L'America è contraria a tutto ciò che possa indebolire l'Europa nei confronti della Russia.

Come intendono reagire gli Stati dell'Unione e le istituzioni dopo la sfida di Brexit?
Con una marea di vertici, al solito, quasi che muoversi in un turbinio di summit serva a dimostrare che l'Unione è viva. Lunedì è previsto un vertice tra Renzi, la Merkel e Hollande, alla presenza del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. A Bruxelles è previsto un incontro di Tusk, Juncker, Schultz e Rutte, rispettivamente presidenti del Consiglio Europeo, della Commissione, del Parlamento e della presidenza di turno. "L'Unione a 27 continuerà" ha dichiarato Tusk, che ha già lanciato agli inglesi l'invito a rimanere un "partner privilegiato". Ma in queste prime ore sembra dominare l'incertezza, la priorità viene data all'"analisi fredda e articolata dei fatti", come ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel.

Perché gli indici di borsa sono andati a picco?

Ormai da decenni i mercati reagiscono alle trasformazioni e agli eventi politici irrazionalmente, dominati più dalle paure e dall'irrazionalità che dai fondamentali macroeconomici. Ed ecco le piazze di New York, Francoforte, Parigi e Milano crollare puntualmente dopo la notizia dell'uscita degli inglesi, che sono sempre rimasti fuori dall'eurozona, anche dall'Unione europea. In questo caso però ci sono anche fondati timori, come il pericolo che il regno Unito vada in recessione, che i capitali vengono soggetti ad "autorizzazioni" ovvero a dazi e gabelle, che la sterlina si svaluti troppo danneggiando l'import e che la libertà di circolazione sia molto, ma molto più difficile. Insomma, per essere la patria del libero mercato e del libero commercio l'Inghilterra si è cacciata in un bel guaio.

Quali altre conseguenze sul piano politico potranno esserci in Europa?
Come previsto, il risultato del referendum inglese ha galvanizzato tutti i partiti e movimenti xenofobi e populisti del Vecchio Continente, spingendoli ad emulare l'Ukip di Nigel Farage. La leader del Front national Marine Le Pen ha chiesto immediatamente un referendum, insieme con l'astro nascente del movimento francese, la nipote Marion Marechal-le Pen. Anche il leader populista olandese Geert Wilders ha chiesto un referendum. Esultano anche il leader spagnolo di Podemos e il nostro Matteo Salvini. Inutile negarlo: il referendum inglese insomma ha provocato uno stop netto al processo di integrazione europea e rischia di avere conseguenze negative in tutto il territorio dell'Unione. 




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