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Cinema, dal Marocco all'Arabia Saudita le donne raccontano sogni e battaglie delle donne

26/03/2021  La solidarietà femminile tra diverse generazioni contro norme sociali radicate, la ribellione di una ragazzina contro la tradizione patriarcale, il desiderio di emancipazione e di libertà. Sono alcuni dei temi alla base dei cinque film, diretti da registe, protagonisti di "Donne sull'orlo di cambiare il mondo", nuova sezione speciale della trentesima edizione del Festival del cinema africano, d'Asia e America latina

Una scena del film "Scales" di Shahad Ameen.
Una scena del film "Scales" di Shahad Ameen.

(Foto sopra: una scena del lungometraggio "Adam" della regista marocchina Maryam Touzani)

Quando Maryam Touzani, regista marocchina, ha cominciato a lavorare al suo primo lungometraggio aveva davanti agli occhi un evento autobiografico: «Tanti anni fa», racconta al Festival del cinema africano, d’Asia e America latina (Fescaaal), «una giovane donna incinta di otto mesi, non sposata, bussò alla porta di casa dei miei genitori. Era sola e spaventata. Solo tanti anni dopo, quando anche io sono diventata madre, ho davvero capito quali sentimenti e quale dolore quella donna avesse provato». Nasce così Adam, film drammatico, bellissimo e struggente, presentato in “Donne sull’orlo di cambiare il mondo”, l’interessante sezione speciale novità della trentesima edizione - in streaming a causa del Covid-19 - della rassegna cinematografica dedicata interamente alle produzioni e alle culture degli altri continenti (in programma fino a domenica 28 marzo), che si è sempre svolto a Milano. Adam è una storia tutta al femminile: sullo sfondo della Medina di Casablanca, racconta il legame di amicizia e solidarietà che, dopo l’iniziale diffidenza, si instaura fra due donne di differente età: Samia, giovane incinta quasi al termine della sua gravidanza, nubile - in una società in cui avere un figlio fuori dal matrimonio è considerata una vergogna, una macchia indelebile - sola, smarrita, in cerca di un lavoro e di una casa, e Abla, proprietaria di una panetteria, anche lei rimasta sola perché vedova e madre di  una bambina, Warda. Grazie anche alla naturale simpatia che Warda prova subito per Samia, Abla accoglie in casa sua la ragazza incinta e le permette di lavorare con lei, fino a quando Samia partorisce il suo bambino. Nella storia si intrecciano tre generazioni di donne marocchine: Abla, imprigionata nel dolore della perdita di suo marito che ha indurito il suo animo e il suo volto; Samia, che vive la sofferenza di dare alla luce un bambino considerato figlio del peccato e quindi destinato, come lei, a una vita da emarginato; e la piccola Warda, sveglia e curiosa, che osserva con lo stupore di una bambina ciò che accade davanti a lei. Donne diverse, ognuna con la sua storia e le sue ferite, unite da quella complicità femminile che si nutre di sguardi e di silenzi, che non ha bisogno di tante parole. 

Fra i cinque titoli della sezione speciale dedicata alla cinematografia al femminile in chiave interculturale e contemporanea, arriva dall’Arabia Saudita Scales (squame), storia onirica e visionaria raccontata in bianco e nero, una favola di grande potenza evocativa ambientata su un’isola arida e sperduta, governata da una tradizione crudele contro le donne: ogni anno in ogni famiglia una figlia femmina viene sacrificata alle sirene che popolano il mare e che vengono a loro volta cacciate dai pescatori, per dare sostentamento alla comunità. Solo la giovane Hayat si salva da questo destino grazie al padre che sceglie di non sacrificarla rompendo con la tradizione maschilista dell’isola. «Nella mia visione la sirena rappresenta il corpo femminile adulto», ha spiegato in un incontro social del festival la giovane regista saudita, Shahad Ameen, originaria di Gedda. «E Hayat, ragazzina adolescente, lotta contro il suo corpo, rifiuta la sua metamorfosi in sirena perché ha vergogna del suo corpo di donna adulta». 

Lei stessa, ha raccontato la regista, ha sofferto da bambina il peso del maschilismo che permea la società in cui vive. «Da piccola sognavo di essere un maschio, perché pensavo che i ragazzini fossero più forti e potenti. Quando avevo 12-13 anni sentivo dire che le ragazze si interessano allo shopping, il gossip, il trucco, mentre i ragazzi alla politica, lo sport, il giornalismo. A quel tempo io e le mie amiche non criticavamo per questo il sistema, davamo la colpa a noi stesse, per il fatto di essere femmine. In seguito, quando sono cresciuta, ho scoperto la mia identità, la bellezza della femminilità e ho cambiato il mio modo di vedere le cose». La Ameen spiega di aver deciso di diventare regista all’età di 10 anni, «perché credevo fermamente nel potere delle immagini». E ha rotto coraggiosamente con le tradizioni conservatrici radicate nel suo Paese andando a studiare cinema a Londra quando in Arabia Saudita le sale cinematografiche erano ancora luoghi proibiti. Ad aprile del 2018, dopo 35 anni di divieto assoluto, in Arabia, a Ryad, ha riaperto il primo cinema, come parte del programma di modernizzazione “Saudi vision 2030” lanciato dal principe ereditario Mohammed Bin Salman. E intanto la nuova industria cinematografica saudita, un tempo proibita, sbarca sulla piattaforma Netflix e si apre al mondo. Piccoli passi di un processo di cambiamento che coinvolge le donne saudite. 

Gli altri film della sezione spaziano dal Cile - con Lina from Lima (Lina da Lima) della cilena María Paz González, documentarista di formazione, che indaga la vita, la fatica, la lotta quotidiana delle donne migranti attraverso la storia di una madre peruviana che lavora come colf presso una ricca famiglia cilena -,  alla Corea del Sud - con Scattered night (Notte dispersa) di Lee Jihyoun e Kim Sol, che ruota intorno alla figura di una adolescente alle prese con il divorzio dei genitori troppo dipendenti dal lavoro -, alla Tunisia, con Le rêve de Noura (Il sogno di Noura) della belgo-tunisina Hinde Boujemaa, storia di una donna e madre di tre figli, sposata con un uomo violento e detenuto in prigione. Lei vorrebbe affermare il suo diritto di rifarsi una vita con un nuovo amore ottenendo il divorzio dal marito. Ma tutto diventa più sofferto e complicato quando il marito all’improvviso viene scarcerato e torna a casa, in un Paese in cui l’adulterio è un reato punito con cinque anni di detenzione. Cinque film espressione di cinque Paesi e contesti differenti. Ma con un filo conduttore comune: il protagonismo delle donne che rivendicano la loro libertà davanti a tradizioni e norme sociali maschiliste e patriarcali.

Aldilà della sezione “Donne sull’orlo di cambiare il mondo”, la cinematografia femminile è molto presente nella rassegna, con produzioni molto interessanti. Fra queste, il bel cortometraggio Once upon a time in the cafè della regista egiziana Noha Adel, che ha scelto di puntare la sua telecamera sul tifo nel calcio, mondo tipicamente maschile, osservando, da donna, come gli uomini liberano ed esprimono le proprie passioni: in un bar di quartiere del Cairo un gruppo di tifosi tra seguendo con grande pathos e tensione la partita Egitto-Russia per le qualificazioni ai Mondiali del 2018. L’attenzione è puntata sulle gesta di Mohamed Salah, l’amatissimo campione egiziano (oggi attaccante del Liverpool) che, secondo la regista, «ha unito tutti gli egiziani, una popolazione di circa 100 milioni di abitanti». Il film è anche, e soprattutto, un’acuta riflessione sulle limitazioni alla libertà di espressione nel suo Paese: «Ho cominciato a pensare a questo film durante l’ascesa della stella del calcio Mo Salah. Mi sono domandata: che cosa succederebbe», spiega la regista nella presentazione del suo lavoro, «se un egiziano criticasse Mo Salah in pubblico? Sembra una cosa proibita in Egitto. Secondo me verrebbe abbandonato o rifiutato. Questo è il punto di partenza del mio film: cosa succede se dici qualcosa di diverso in Egitto? Io penso che siete liberi di esprimere la vostra opinione. E non intendo solo sul calcio, ma su tutto». 

La proposta cinematografica della sezione speciale del festival è accompagnata da una tavola rotonda online:  "Private spaces, global issues, contemporary visions. Come le cineaste dei tre continenti stanno cambiando la visione del mondo”. L’incontro si svolge sabato 27 alle 17,30 ed è un’occasione di dialogo e confronto sulla produzione cinematografica di un nuovo immaginario femminile in una prospettiva contemporanea, post-coloniale e globalizzata. Alla tavola rotonda intervengono Annamaria Gallone e Alessandra Speciale, direttrici artistiche del Fescaaal, insieme ad alcune registe di questa edizione del festival. L’incontro è in diretta live sulla piattaforma Zoom e in streaming al Festival Center o sul canale Facebook della rassegna. Per tutte le informazioni: www.fescaaal.org

 
 
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