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Al Festival del Volontariato la psicologia dell’emergenza

18/04/2015  Come affrontare, dal punto di vista psicologico, un atto criminale o terroristico? E una grande tragedia causata da guerre e calamità naturali? E, ancora, come comunicare una tragica notizia ai familiari di una vittima. Sono situazioni che in certe attività di volontariato capita di dover affrontare. Se ne è parlato a Lucca.

Marco Monteleone, dirigente della Divisione anticrimine della Polizia di Stato (Foto Giorgetti).
Marco Monteleone, dirigente della Divisione anticrimine della Polizia di Stato (Foto Giorgetti).

Il variopinto mondo del volontariato si è ritrovato a Lucca anche quest'anno, come in passato, per il suo annuale Festival. Una grande kermesse, che riesce a riunire diversi settori di coloro che operano nel sociale, in costante crescita qualitativa e quantitativa, sempre attenta ai cambiamenti e alle trasformazioni della società. Ed è proprio attraverso l'analisi di questi processi di cambiamento, che investono trasversalmente sia gli operatori dei vari settori sia coloro che vengono assistiti,  che scaturiscono nuove esigenze.

Sia per chi è impegnato in situazioni molto drammatiche (ad esempio Ong su scenari di guerra, epidemie su larga scala, terremoti) sia per i volontari delle associazioni assistenziali territoriali (Protezione civile, Pubbliche Assistenze, Misericordie) è emersa la necessità e l'utilità di una formazione alla psicologia dell'emergenza. Il Centro Nazionale del Volontariato, organizzatore del Festival, ha proposto all'interno del programma un incontro con tre specialisti della psicologia dell'emergenza, provenienti da tre fronti operativi diversi tra loro.

Marco Monteleone, dirigente della Divisione anticrimine della Polizia di Stato, ha evidenziato le “diversità” che caratterizzano un'emergenza: «Affrontare un'emergenza criminale o terroristica», ha spiegato, «è completamente diverso da qualsiasi altro evento. Hai una controparte avversa che reagisce a ogni tua mossa. È una partita a scacchi velocissima». Il fattore psicologico è importantissimo perché condiziona fortemente la capacità di analisi  e la successiva risposta: «È importante fornire delle risposte di alta qualità, più che delle risposte di quantità. Verso il crimine e il terrorismo il fattore “tempo” è determinante, avendone spesso poco a disposizione è necessario curare la qualità, l'incisività della risposta, più della corposità della stessa».

Renzo Lupi, psicologo della Croce Rossa Militare (Foto Giorgetti).
Renzo Lupi, psicologo della Croce Rossa Militare (Foto Giorgetti).

Anche Renzo Lupi, psicologo della Croce Rossa Militare, sottolinea l'importanza di un approccio all'emergenza che tenga conto della propria condizione psicofisica: «In scenari internazionali di grandi tragedie», dice, «molto spesso siamo chiamati a gestire due variabili: la paura e la collera. Tutte e due devono essere gestite, altrimenti portano l'individuo alla irrazionalità e il tutto può degenerare sfociando anche in situazioni di pericolo per la persona che ne è vittima e per chi le sta attorno. Un operatore vittima anche di una sola fobia, può mettere in crisi tutto il gruppo ed il lavoro che si sta facendo».

Procedendo nei vari aspetti della psicologia dell'emergenza emerge come oggi più di ieri niente può essere lasciato al caso, come sia finito il tempo dei ”dilettanti allo sbaraglio”, gente di buone intenzioni e volontà, che operavano sorretti solo da un grande spirito samaritano. «Oggi, per approcciarsi a una esperienza di soccorso», continua Lupi, «sia su scala internazionale che su territorio italiano è assolutamente necessaria una buona conoscenza della propria psiche, oltre che una formazione tecnica specifica e adeguata. È necessario e utile fare almeno un corso di Psicologia dell'Emergenza, per saper gestire al meglio il proprio stato emotivo soprattutto quando ci si trova in situazioni estreme».

Renato Bertolucci, del gruppo psicologi dell'Emergenza Croce Verde (Foto Giorgetti).
Renato Bertolucci, del gruppo psicologi dell'Emergenza Croce Verde (Foto Giorgetti).

Ma proprio in quelle situazioni estreme, dove purtroppo si verificano anche dei decessi, come si può comunicare la morte di un congiunto a dei familiari? Renato Bertolucci, del gruppo psicologi dell'Emergenza Croce Verde, traccia dei punti di riferimento maturati dopo anni di esperienza professionale: «Quando si arriva su un evento mortale, l'immagine dell'accaduto, inizialmente, ruba tutta l'attenzione. Ma non è questo che s'impadronirà di noi, l'immagine lentamente si annebbierà nella nostra memoria, fino a sbiadire i propri colori e tratti. La cosa che ci rimarrà per sempre e che avrà anche il potere di ridare i colori e la nitidezza a quell'immagine nella nostra mente, sarà l'odore della scena cruenta. L'odore non lo dimenticheremo mai».

E anche la comunicazione della morte diventa una scienza che non tralascia nessun particolare: «Bisogna fare la massima attenzione a ogni dettaglio. È fondamentale utilizzare il poco tempo necessario per entrare il più possibile in empatia con i familiari di una vittima (di guerra o a causa di incidente), bisogna scegliere accuratamente anche il luogo dove si comunica ai familiari la tragica notizia, c'è un percorso prestabilito che non lascia niente al caso. Successivamente un altro percorso molto accurato, supporterà i familiari verso l'incontro con il proprio congiunto deceduto».

Si riesce sempre ad attenuare il dolore dei familiari? Sembra, dagli attestati di ringraziamento ricevuti nel tempo, che questo modo di comunicare la morte abbia una forte efficacia
: «L'importante», conclude Bertolucci, «è non utilizzare mai quelle bruttissime frasi fatte o di circostanza che non forniscono alcun tipo di sollievo, anzi... Se poi posso dare un suggerimento, voglio ricordarvi una frase di san Francesco che mi ha sempre ispirato: “Cominciate col fare il necessario, poi ciò che é possibile e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”».

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