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Albania, la Chiesa dei martiri

20/09/2014  A Scutari, del nord del Paese dove andrà Francesco il 21 settembre, c’è un memoriale dei cristiani torturati e uccisi all’epoca della dittatura comunista.

Un'immagine storica di martiri cristiani albanesi deportati.
Un'immagine storica di martiri cristiani albanesi deportati.

Papa Francesco, nell’annunciare che il 21 settembre sarà a Tirana, ha detto: «Con questo breve viaggio desidero confermare nella fede la Chiesa in Albania e testimoniare il mio incoraggiamento a un Paese che ha sofferto a lungo in conseguenza delle ideologie del passato».

A Scutari, nord dell’Albania e centro cattolico di un Paese a maggioranza musulmana, c’è un memoriale della persecuzione contro i cattolici, insieme a ortodossi e islamici, durante il regime comunista di Enver Hoxha, arrivato – unico caso in Europa – a proclamare l’ateismo di Stato nel 1967. È la palazzina della Sigurimi, la spietata polizia segreta, che dopo la caduta del regime tornò ai vecchi proprietari, i Francescani. Dal 2005, è stato affidato alle Sorelle Povere di Santa Chiara (Clarisse), che hanno fondato un monastero e ora sono sia albanesi che italiane.

Racconta suor Sonia, arrivata dal monastero fondante di Otranto: «All’inizio, era un luogo abbandonato, coperto da due metri di macerie, senza porte e con i muri abbattuti. Abbiamo provato a far rifiorire il deserto per custodire uno dei pochi luoghi di testimonianza e di martirio visitabili in Albania. Cerchiamo di essere un monastero nella città degli uomini, coniugando la vita contemplativa e di preghiera con l’incontro continuo».

Una croce all'interno dell'ex carcere di Scutari.
Una croce all'interno dell'ex carcere di Scutari.

Da poco, finanziato dallo Stato, è stato eseguito il restauro dell’ex carcere. Ci sono ancora gli strumenti di tortura e, sui muri delle celle, i segni incisi dai prigionieri delle differenti fedi: croci accanto a sure del Corano. «Questo pavimento», spiega suor Sonia, «è bagnato dal sangue dei martiri; lì era la cella di Maria Tuci, una dei 40 martiri albanesi per cui è stato avviato il processo di beatificazione. Non c’era né luce, né acqua; quando pioveva, l’acqua raggiungeva i materassi».

Aspirante delle Stimmatine arrestata nel 1949, quando si oppose allo stupro, un carnefice le disse: «Ti ridurrò in uno stato tale che neppure i tuoi familiari potranno riconoscerti». Continua la suora: «Un uomo, che conosceva la ragazza e fu incarcerato nello stesso periodo, ci ha raccontato di averla incrociata senza riconoscerla. Nel vedere questa diciottenne – talmente era sfigurata dalle torture – pensò: “Si accaniscono anche contro le vecchie”».

La storia di Maria, morta l’anno dopo, è una di quelle ricordate nella Via Crucis che si svolge nel cortile dell’ex carcere durante la Quaresima. La tredicesima stazione è dedicata al francescano Serafin Koda: «Lo torturarono immergendolo in un bidone. Gli affondarono le unghie nella gola fino a spezzargli la trachea».

Gjovalin Zezaj, ex deportato e carcerato, oggi 86 anni.
Gjovalin Zezaj, ex deportato e carcerato, oggi 86 anni.

Anche Gjovalin Zezaj, ottantaseienne che oggi vive con la moglie Cesarina a pochi metri dalle Clarisse, conosce bene quel luogo: è stato arrestato due volte – «la seconda nel 1959, proprio nel giorno della visita di Kruscev in Albania» – e ha trascorso 11 anni tra il carcere e i campi di prigionia. Con lui bisogna parlare a voce molto alta: «Mi mettevano i fili nelle orecchie e la corrente mi scuoteva tutto il corpo. Mi hanno preso l’udito, non il cuore». Quando non sente, ci pensa Cesarina – anche lei ha avuto dei parenti licenziati e imprigionati perché cristiani – a ripetere la domanda.


«La prima volta fui arrestato a 17 anni perché facevo parte dell’Unione Albanese, un gruppo anticomunista guidato dal seminarista Mark Çuni, fucilato nel 1946». Ricorda «notti che non passavano mai» e il conforto della fede: «Ero solo in camera, pregavo tutto il giorno, specialmente perché non succedesse nulla ai miei parenti. Avevo fatto un Rosario di carta e lo recitavo cinque volte al giorno». Gjovalin mi mostra un dizionario di francese e una grammatica italiana scritti durante la carcerazione e mi spiega il trucco del tappo: «Avevo trovato un rasoio con il quale tagliavo il tappo della bottiglia del latte che mi faceva avere la mia famiglia; nella fessura infilavo la corrispondenza, scritta con caratteri piccolissimi sulla carta delle sigarette». Per la Pasqua, invece, padre Leon Kabashi riuscì a farsi mandare dalla sorella un corporale con 50 ostie, nascosto nelle babbucce.

Tra i corridoi delle celle, Gjovalin vide molti cristiani, come il suo professore e rettore del seminario, il padre gesuita Danjel Dajani, «che passava con la sottana coperta di sangue», o la diciottenne Ana Daja, condannata a 4 anni perché si era rifiutata di togliere dal petto il distintivo dell’Azione cattolica. «Tra i carcerieri», racconta, «conoscemmo Fadil, un soldato buono, che ci lasciava conversare con i compagni o riposare quando ci condannavano a stare 48 ore in piedi. Un giorno mi avvertì che, andando in bagno, avrei potuto incontrare un prete italiano. Nel gabinetto fetido, trovai il padre gesuita Giovanni Fausti, molto noto all’epoca». Gjovalin si commuove nel ricordare che gli offrì due arance, ma le rifiutò dicendo: «Tienile per te che sei giovane». Aggiungendo: «Anche Gesù ha sofferto per noi, dobbiamo seguire la sua strada».


Nel frattempo, tutti i luoghi di culto venivano chiusi e trasformati in cinema o palestre, il santuario della Madonna del Buon Consiglio venne raso al suolo e il greto del fiume Kir era diventato un poligono di tiro e un luogo di fosse comuni. «Eppure», continua Gjovalin, «anche sotto il piombo della dittatura, questi religiosi non abiuravano e perdonavano i loro assassini». Padre Dajani, prima di essere fucilato, disse: «Perdono quelli che mi hanno fatto del male». Fausti, ucciso insieme a lui: «Sono lieto che la morte mi arrivi mentre sto facendo il mio dovere».

Gjovalin fu inizialmente condannato a 30 anni, poi ridotti, e fu deportato nel campo di concentramento di Bedeni, nel sud, circondato di filo spinato e da guardie armate: «In 2 mila dovevamo prosciugare una palude. Il campo era senz’acqua, andava un carro a prenderla con due bidoni di benzina: la scarsa razione giornaliera era calda e sapeva di petrolio». In questi lager, agli inizi degli anni ’80, c’erano 40 mila persone, l’1,5% della popolazione.

Monsignor Frano Ilia, ordinato vescovo di Scutari da Giovanni Paolo II durante la visita in Albania del 1993, ha detto del periodo nel campo: «Mi ricordo dei momenti in cui celebravo la Messa, a memoria e in segreto. Per farlo mi dovevo procurare del pane e del vino, pigiando dell’uva. Ogni minuto è stato difficile, ma Dio ci ha donato la grazia di restare fedeli, nonostante le sevizie». Del resto, su 6 vescovi e 156 preti di prima della dittatura, ben 65 sono morti per esecuzione o tortura e 64 sono morti dopo essere stati in prigione o nei campi. Alla caduta del regime, sopravvivevano una trentina di preti che avevano tutti conosciuto la detenzione.

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