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giovedì 02 dicembre 2021
 
 

Albanesi, fine del "sogno" italiano

05/09/2011  Storie di "emigrazione al contrario". Oltre 2.000 ritorni l'anno: dai viaggi clandestini in gommone verso la Puglia ai rientri in Albania. Un Paese che intanto cambia faccia. VIDEO

Lavoratori albanesi nel centro di Scutari (foto: studio Nenshati).
Lavoratori albanesi nel centro di Scutari (foto: studio Nenshati).

“All’inizio è stato difficile, poco lavoro e spesso mal pagato. Quando poi ho trovato un posto regolare, l’ho perso per la crisi economica. A quel punto che potevo fare? Dopo altri tentativi, ho deciso di tornare a casa”. L'esperienza gli pesa ancora addosso come un brutto ricordo, ad Arthur Matija. Anche ora che mancano pochi giorni al suo matrimonio e un lavoro stabile ce l'ha, in un call center della sua Scutari. Come lui sono sempre di più gli albanesi che hanno deciso di tornare sui propri passi. Vivere vicino alla propria famiglia, investire quello che si è riusciti a guadagnare negli anni all'estero, provare a sfruttare le opportunità di un'economia in (timida) ripresa. L'immigrazione “al contrario” ha tante motivazioni. Su tutte aleggia lo spettro di una crisi internazionale che ha sconvolto l'economia dei paesi occidentali. Visto da qua, il “sogno italiano” degli anni Novanta sembra ormai un po' sbiadito.

Uno dei celebri palazzi colorati del centro di Tirana (foto: studio Nenshati).
Uno dei celebri palazzi colorati del centro di Tirana (foto: studio Nenshati).


Immigrati di ritorno

“Sono partito col gommone nel ’91, ho dovuto tentare la traversata quattro volte prima di approdare in Puglia. Ho fatto il gommista e poi il meccanico fino al 2005 quando ho deciso di tornare e aprire un’officina qui, in Albania”. Fransck Suka ha realizzato il suo sogno. Si sente sia albanese che un po' italiano, ora che è riuscito a portare l'attività imparata all'estero a pochi chilometri da Scutari. Senza dimenticare l'altra sponda dell'Adriatico: “Ci torno una volta al mese per comprare i pezzi di ricambio e rivedere mio fratello che vive là”, spiega. Anche Altin Prenga ha riportato indietro qualcosa dal Belpaese. Dopo aver lavorato nella ristorazione in Trentino per oltre dieci anni, ha aperto un agriturismo a “chilometro zero”, forse l'unico di tutto lo stato, a Fishte, piccolo centro rurale nel nord del paese: “In Italia, dovunque ho lavorato ho imparato che tutti valorizzano le proprie tipicità – spiega con una pronuncia italiana impeccabile -. Le nostre radici sono nell’agricoltura, ed è su questo che dobbiamo puntare. Col mio ristorante cerco di stimolare proprio questo processo, promuovendo la filiera locale”.

Veduta dei tre principali edifici religiosi di Scutari: da sinistra, il campanile della chiesa cristiana, la chiesa ortodossa e il minareto della moschea (foto: studio Nenshati).
Veduta dei tre principali edifici religiosi di Scutari: da sinistra, il campanile della chiesa cristiana, la chiesa ortodossa e il minareto della moschea (foto: studio Nenshati).


Oltre 2000 ritorni all'anno

Storie come queste non sono più una rarità. E basta dare un'occhiata ai dati per capirlo. Nel 2007 l’Istituto nazionale di statistica ha registrato poco più di 600 albanesi cancellati dall’anagrafe per la scadenza del permesso di soggiorno, due anni più tardi erano quasi 1100. “La quasi totalità di loro sono tornati al paese di origine. A questi se ne possono aggiungere circa altrettanti che conducono una vita divisa tra i due paesi per mantenere il permesso di soggiorno. Spesso creando attività in patria che siano però collegate al Belpaese”, spiega Pino Gulia, responsabile immigrazione delle Acli, molto attive nel paese balcanico. Gli fa eco il suo omologo in Albania, Mauro Platè: “Abbiamo aperto uno sportello nel 2006 per l’orientamento delle persone che volevano andare in Italia, ma studiando il territorio abbiamo scoperto che c’era un fetta di persone che piano piano tornavano. Solo nel 2010, per il nostro ufficio sono passati circa 300 albanesi di ritorno definitivo dalla Penisola per avere un aiuto ad aprire un’attività o cercare un lavoro”. Facendo due calcoli, si capisce che per 22mila nuovi albanesi residenti in Italia nel 2009, circa il dieci per cento di loro è invece tornato in patria. E negli ultimi tempi il fenomeno si sta accentuando.

Il centro della città di Scutari (foto: studio Nenshati).
Il centro della città di Scutari (foto: studio Nenshati).


Un paese in fermento

L’Albania intanto cresce e cambia faccia. Lo scorso anno il Pil è salito di oltre il 3 per cento e metà delle popolazione è ormai uscita dalla soglia di povertà. Nelle strade asfaltate di recente, soprattutto delle città più grandi, crescono a vista d'occhio nuovi palazzi con uffici, locali e attività commerciali. Lo stile di vita, soprattutto dei giovani, cambia in fretta. Il retaggio patriarcale si scontra con le abitudini di chi ha vissuto e assimilato i modelli importati da occidente. Gli albanesi corrono velocemente verso la modernità, dopo aver vissuto per quasi mezzo secolo nel buio del regime di Enver Hoxha. “Negli ultimi anni sono aumentati molto gli investimenti esteri, questo è un segnale che la gente sta tornando e il paese si sviluppa con nuove professionalità specializzate”, spiega Eva Dore, una ragazza rientrata dalla Grecia che ora lavora nel settore investimenti di Intesa San Paolo a Tirana. Solo nel 2010 l’ambasciata italiana ha registrato un incremento degli investimenti di oltre il 20 per cento. A cui si somma la pioggia di fondi europei che, nonostante il periodo difficile, lastrica il lungo cammino del paese balcanico verso l’adesione al “club” Ue.

Pastori nelle campagne del nord dell'Albania (foto: studio Nenshati).
Pastori nelle campagne del nord dell'Albania (foto: studio Nenshati).


La fine dell’immigrazione clandestina

Più denaro, più ritorni; meno partenze illegali. “Quando sono arrivato qui, ormai quindici anni fa, l’unico desiderio di ogni albanese era di trovare un gommone. Per scappare, ovviamente”. Quello dell'immigrazione “al contrario” è un tema che sottolineano molti che conoscono l’Albania, come Don Antonio Giovannini, prete di frontiera che ha deciso di dare il suo contributo per migliorare la vita degli abitanti raccolti nei più sperduti villaggi rurali del nord del paese. “Negli ultimi anni – aggiunge - si vede un’inversione di tendenza, diverse persone che tornano per creare un’attività economica e stare con la propria famiglia”. Se è difficile capire quanti sono quelli che tornano è chiaro invece che partire clandestinamente è una scommessa che non attira più, come spiega il viceministro degli interni, Iva Zajmi: “Dallo scorso dicembre, data in cui sono stati liberalizzati i visti in Albania, non ci sono stati casi di persone che abbiano chiesto asilo o cercato lavoro nei paesi in cui sono andati”. Gli albanesi usciti dal paese, comunica il responsabile nazionale dei confini, Genc Merepeza, “sono stati 258 mila, oltre il 99,9% di loro è regolarmente rientrato”. Siamo ben lontani dal ricordo degli assalti ai traghetti nei primi anni Novanta. Anche dall'altra sponda dell'Adriatico, lo stereotipo dell'“albanese” si è ormai un po' sbiadito.

 
 
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