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venerdì 19 agosto 2022
 
ROMA
 

Alemanno, Mafia Capitale e la Patagonia

16/04/2015  Nella sua lunga audizione davanti alla Comissione antimafia, l'ex sindaco di Roma smentisce ogni coinvolgimento e minimizza i fatti contestati, compresi i rapporti con il re delle cooperative Buzzi. E a proposito del suo viaggio in Argentina: non era per trasferire fondi ma per una semplice vacanza.

Se l'Alemanno in commissione di ieri fosse un libro, forse sarebbe Alice nel paese delle meraviglie. Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma  condisce la sua lunga audizione alla Commissione antimafia di tanti «non sapevo», «non mi ero accorto», «non conoscevo». La scoperta che sì, qualcosa di non proprio pulito poteva annidarsi anche in Campidoglio, arriva solo nel 2012 con un articolo del giornalista dell'Espresso Lirio Abbate. Che però, secondo Alemanno, pesantemente coinvolto con la sua giunta nell’inchiesta Mafia Capitale, giudica «tutto incentrato sul controllo dello spaccio della droga e l’unico accenno che viene fatto a rapporti con uomini della nostra amministrazione è in questa frase quanto mai generica, scritta riferendosi a Massimo Carminati: “…chi trent’anni fa ha condiviso la militanza nell’estremismo neofascista sa di non potergli dire di no. Per questo la sua influenza si è moltiplicata dopo l’arrivo al Campidoglio di Gianni Alemanno, che ha insediato nelle municipalizzate come manager o consulenti molti ex di quella stagione di piombo».

E pazienza se le intercettazioni, come gli contesta la commissione antimafia, dicano di un Buzzi scontento della vittoria di Ignazio Marino, perché «tra tutti quelli che ci danno una mano il migliore è Alemanno» ed è meglio «al ballottaggio se votiamo Alemanno che ci conviene». Pazienza se, per le elezioni europee all’ex sindaco viene promesso un pacchetto di voti «degli amici del Sud», cioè della ‘ndrangheta calabrese, «perché io non potevo sapere che fossero voti mafiosi, i calabresi non sono tutti mafiosi»; pazienza anche che il presidente della Lega delle cooperative prolifera sì con tutte le amministrazioni, ma in particolare sotto la giunta Alemanno. Per l’ex sindaco è una mera coincidenza, «perché ci sono state le emergenze a partire da quella di Mare Nostrum, ma io ho fatto di tutto per arginare il potere di Buzzi». Buzzi, incaricato dal Comune di Roma di affrontare anche la situazione dei campi nomadi e quella degli immigrati, a detta dello stesso sindaco si presentava «come un punto di riferimento imprescindibile, quasi monopolista, nei diversi campi in cui poteva operare la cooperazione sociale».  

«Difficile credere che il passaggio dai 26 milioni del 2012 ai 50 milioni versati alle cooperative di Buzzi nel 2013 sono frutto della sua volontà di ridimensionarlo», contesta ad Alemanno Rosy Bindi, presidente della Commissione antimafia. Sull’accusa di aver portato solidi in Argentina l’ex sindaco precisa che, in Argentina è andato davvero, all’indomani di un furto in casa, ma soltanto «per vedere i ghiacciai della Patagonia». Niente valigie piene di soldi dunque, ma solo una serie di circostanze, che «ha provocato ricostruzioni giornalistiche prive di qualunque fondamento. E per l’ex sindaco sono briciole anche i soldi arrivati per le sue campagne elettorali. «Il finanziamento delle campagne elettorali ha riguardato tutte le realtà politiche. Volevo poi dare un dato: il finanziamento sulla campagna comunale dato da Buzzi si aggira intorno ai 30 mila euro, su una campagna costata 1 milione 964 mila euro». Milioni arrivati al termine di un braccio di ferro sulla programmazione capitolina, conclusosi a favore di Buzzi proprio i giorno prima il versamento in favore della campagna elettorale. «Ma non c’è nessun collegamento», si affretta a dire Alemanno. Che, per tutte le due ore di audizione continua a smentire di aver conosciuto Carminati, boss della Magliana in affari con Buzzi, neppure quando i due erano reclusi nello stesso periodo – correva l’anno 1982 – a Rebibbia.

E pazienza anche se il mondo del volontariato, Caritas in prima fila, continuavano a denunciare «le politiche sbagliate verso i rom e i rifugiati, senza sforzi per l’integrazione e improntate soprattutto all’emergenza, frutto di istituzioni che non collaborano, di cooperative senza scrupoli che poco hanno a cuore la sorte delle persone che le sono affidate, di territori dimenticati dalla istituzioni, in cui sono parimenti vittime italiani e immigrati». Per Alemanno è tutto un grande fraintendimento, un equivoco, un tirare conclusioni affrettate. Lui, davvero non sapeva niente: «Non c'era nessun segnale di infiltrazioni mafiose in Campidoglio e non c'era nessuna idea, neanche lontana, di un simile rischio all'interno del Campidoglio». Infine, ha spiegato con grande disinvoltura l’ex sindaco Alemanno: «Non spetta al sindaco combattere la mafia».

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