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Alessandro D'Avenia: "La relazione prima di tutto"

24/04/2014  Il professor Alessandro D'Avenia intervenendo su Famiglia Oggi ribadisce l'importanza della relazione nel percorso scolastico e di formazione dei ragazzi. La vita stessa a scuola trova il suo senso autentico nel legame.

«Non c'è scuola senza relazioni tra gli attori della stessa. Una relazione esiste quando produce effetti reali, e li produce quando ciascuno dà all'altro ciò di cui l'altro ha bisogno. Cosa possono dare i genitori ad un figlio e ad un insegnante? Un insegnante ai genitori e ad uno studente? E lo studente ai genitori e all'insegnante? L'uomo è persona: essere relazionale. Senza relazioni si riduce a individuo chiuso e autoreferenziale. La scuola non esiste se non esteriormente se è fatta di individui e non da persone». Non hai dubbi Alessandro D’Avenia in ciò che scrive su Famiglia Oggi n.2 di marzo e aprile 2014. La relazione prima di tutto.

Il tempio come scuola
«“Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.” (Lc 2,46-47). Gesù adolescente non si è perso, ma è andato a scuola. La Scuola del suo tempo è il Tempio, dove Gesù non si limita ad ascoltare: egli interroga. Questa è la Scuola, almeno la sua essenza in base al fine: un luogo in cui si cerca insieme (maestri e allievi) la verità, ascoltando e ponendo domande. La Scuola è comunità di ricerca e non addestramento a pratiche d'esame né compimento di programmi ministeriali. Le materie sono lo spazio comune in cui studente e maestro si muovono in cerca di qualcosa che li trascende e ne struttura la relazione: la verità. Insegnare non è indottrinare, ma mettere in condizione di imparare (ascoltare e interrogare). Che cosa? Il vero, il buono, il bello, distinguendoli dal falso, dal cattivo, dal brutto o discernendo gradazioni e differenza. Troppo spesso però la scuola è invece solo addestramento: io spiego, tu ascolti e poi ripeterai ciò che ho detto».

I pranzi del futuro
«Quando ho una classe di maturità organizzo i “pranzi di futuro”. Alla fine delle lezioni mi fermo a pranzare al bar della scuola: lascio che gli studenti, che vogliono, a turno, mi facciano compagnia nel mangiare un panino e mi raccontino che scelte stanno maturando o hanno maturato sul dopo maturità. Li ascolto e faccio loro da specchio, aiutandoli a diradare incertezze, paure e pressioni familiari o culturali. Molti di loro sono più preoccupati di fallire che pieni di entusiasmo per l'inizio di qualcosa di nuovo. Tali sono le pressioni dell'ideologia stritolante del successo come riconoscimento della folla, che la paura finisce con l'offuscare la chiarezza della loro vocazione professionale che si è mostrata almeno parzialmente nel corso di 13 anni di scuola, dei quali ho assistito agli ultimi, i più importanti in questo senso. Devo sempre ricordare loro che il successo non è negli occhi degli altri, ma nell'essere e conoscere se stessi».

Il rapporto con i colleghi
«Tutto questo è impossibile se a scuola non funzionano le relazioni tra colleghi. Se un figlio è a immagine della relazione dei genitori, la qualità di una scuola e quindi la crescita dei ragazzi è a immagine delle relazioni tra docenti della stessa classe. Spesso i docenti perdono l'amore originario per il loro mestiere a causa delle condizioni del sistema. Burocrazia. Famiglie assenti o aggressive. Ragazzi più o meno annoiati. Stipendio. Questi sono i demoni che infestano la nostra professione e sembrano trasformare un docente in un in-docente (neologismo da prendere alla lettera: colui che non riesce più a trasmettere). Che cosa è ciò che la docente chiama “il senso della scuola”? Mettendo a confronto le due situazioni risulta chiaro: le relazioni tra docenti. Posso essere il più esperto della materia, ma se non amo più comunicarla, non amo più le persone a cui devo comunicarla, non amo più le persone con cui devo comunicarla, non passa niente di quello che conosco. Il sistema scuola è costituito da relazioni: con gli altri docenti, con i ragazzi, con i genitori. In un mondo ormai basato sulla rete di persone e di saperi, la scuola è ancora fondata sul “broadcasting”: la “cattedra” emette messaggi indifferenziati ad un pubblico passivo. Per un cervello del 2014, che ha un modo di ascoltare e apprendere reticolare e partecipativo, e sempre meno analogico e frontale, è come essere sintonizzati su frequenze diverse. La scuola deve passare dall'età della radio-tv a quella della rete».

 
 
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