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Cannes, il nostro applauso ad Alice Rohrwacher

21/05/2014  Il suo film "Le meraviglie", presentato al festival e ora in uscita nelle sale, è una fiaba arcaica ricca di valori e di autenticità: molto meglio di certe opere artefatte e noiose fin qui viste.

Alice e Alba Rohrwacher a Cannes. In alto: Alice.
Alice e Alba Rohrwacher a Cannes. In alto: Alice.

Stavolta Cenerentola ha davvero corso il rischio di non ritrovare la scarpetta. In questo 67° Festival di Cannes, la parte di Cenerentola spetta senz'altro alla nostra Alice Rohrwacher chiamata, a soli 33 anni, a difendere da sola i colori dell'Italia nella corsa alla Palma d'oro col suo secondo lungometraggio: Le meraviglie. I sudditi dispettosi che hanno cercato di appiedarla dopo la mitica Montée des marches sono i critici transalpini, che non sono stati certo teneri dopo l'anteprima per la stampa. A dar retta ai commenti di Le film français, che raccoglie gli autorevoli giudizi degli otto maggiori critici d'oltralpe, Le meraviglie sarebbe la peggiore delusione assieme al film di apertura, Grace di Monaco: per tutti, una oppure due stelline su un massimo di quattro.

Sconcerto per chi, come il sottoscritto, ha invece apprezzato l'originale film della Rohrwacher. Svista patriottica? Per carità, nel giudizio sui film tutto è opinabile. Però, logica e senso della misura s'imporrebbero. Poi è uscito Screen international, che colleziona i giudizi di dieci tra le maggiori testate mondiali: di lingua inglese ma anche tedesca, danese, brasiliana. E qui Le meraviglie figura tra i film più apprezzati. Alla pari con The Homesman, il western femminista di Tommy Lee Jones; Timbuktu, il film contro l'integralismo islamico firmato da Sissako e Foxcatcher dell'americano Bennett Miller. Appena un gradino sotto Mr. Turner, splendida biografia ottoncesca firmata da Mike Leigh e Winter sleep, introspettiva pellicola del turco Nuri Bilge Ceylan.

A questo punto ci si è allargato il cuore, perché Le meraviglie è davvero una pellicola insolita e di arcaica bellezza. Ricca di valori, come subito potrete verificare essendo in uscita proprio in questi giorni nelle sale. Certamente genuina rispetto a certi film artefatti visti quest'anno sulla Croisette come Saint Laurent, biografia del noto stilista che stupisce solo per le prime due ore di noia e di peni a penzoloni sullo schermo (tanto per rammentare allo spettatore che il mitico Yves era in fondo il tipico gay autodistruttivo) o Maps to the stars di David Cronenberg, la cui sulfurea ispirazione si esaurisce nel proporre una macchiettistica storia sulle idiosincrasie di chi vive e muore a Hollywood (scena più originale quella in cui Julianne Moore, seduta sul water, detta le cose da fare alla giovane assistente salvo poi innorridire lei stessa per la puzza).

Una scena di "Le meraviglie", unico film italiano in concorso a Cannes.
Una scena di "Le meraviglie", unico film italiano in concorso a Cannes.

Insomma, di fronte a così ardite banalità, viva la dolce asprezza di Le meraviglie. Un film che cattura pian piano e, alla fine, dà da pensare. In una selezione punteggiata da storie astrusamente violente o ispirate alla dolorose cronache di guerra dei nostri giorni, la pellicola di Alice Rohrwacher ha colpito per l'atmosfera agreste, quasi naif. Per il distacco di chi vuol dire qualcosa sulla realtà ricorrendo alla fiaba.

Eppure, questa vicenda di una famiglia anomala, che negli anni del primo boom della tv commeciale vive in un casale di campagna, tra Umbria e Toscana, alleva api e confeziona vasi di miele cercando di tener lontane le assurdità delle mode e del mondo, ha qualcosa da dirci.
Tutto ruota attorno al padre, capofamiglia di origini tedesche (il ballerino belga Sam Louwych) che parla tante lingue, ma finisce sempre per sentirsi fuori posto, a disagio. Un apicultore pieno di rudezze e di slanci amorevoli sia per la moglie (interpretata da Alba Rohrvacher, sorella della regista) sia per le quattro figlie, a cominciare dalla dodicenne Gelsomina (l'esordiente Maria Alexandra Lungu, di origini rumene).

L'atavico equilibrio del nucleo s'incrina d'estate quando nel casale arriva Martin, ragazzo ombroso in un programma di recupero e rieducazione, di cui Gelsomina s'invaghisce. E poi per l'irrompere nella zona de Il paese delle meraviglie, uno dei primi giochi televisivi a premi condotto da una stanca fata bianca (l'autoironica Monica Bellucci). Cosa c'è di male, pensa Gelsomina, a provare a vincere un po' di soldi per il bene della famiglia? E poi, chi mai può frenare le pulsioni dell'adolescenza? E soprattutto, si può per amore segregare la famiglia pur di proteggerla da un mondo “che sta per finire”?

Il bellissimo casale, sconsolatamente vuoto e abbandonato agli strali del vento, che si vede nella scena finale, suggerisce la risposta. “Le meraviglie sono le piccole grandi cose della vita”, dice Alice Rohrwacher, “quelle di cui ci accorgiamo quando non le abbiamo più”.

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