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lunedì 06 dicembre 2021
 
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Noi scout e il patto con le madri: combattiamo la mafia con l'educazione

02/03/2020  Giulio Campo, responsabile Agesci Sicilia: «Chiediamo alle madri delle famiglie mafiose di mandarci i loro figli: i gruppi scout sono aperti a tutti»

«“Noi arrestiamo i padri, voi educate i figli”. Fu il giudice Paolo Borsellino a indicarci la strada per contribuire alla lotta alla mafia. Ce lo disse durante la fiaccolata del 22 giugno 1992, che organizzammo un mese dopo l’uccisione di Giovanni Falcone. È stato come un testamento ed è quello che noi oggi cerchiamo di fare, tutti i giorni». Giulio Campo, 62 anni, è il responsabile di Agesci Sicilia. Con lui facciamo il punto dopo le devastazioni alle sedi scout di Marsala (ottobre 2019), Mineo (novembre 2019), Belpasso e Ramacca (gennaio 2020).

Giulio Campo, come state e come avete reagito davanti a questi episodi?
«Inizialmente nei gruppi scout c’è stato un po’ di scoramento. Poi abbiamo ricevuto solidarietà, a partire dai vertici nazionali dell’associazione fino ai gruppi sparsi in tutta Italia. Ma anche tante altre realtà e associazioni ci sono state vicine: non ci sentiamo soli, ed effettivamente non lo siamo».

Che idea vi siete fatti a proposito degli attacchi subiti?
«Lo scorso novembre, durante l’assemblea regionale dell’Agesci a Catania, abbiamo invitato i capi ad aprire i gruppi scout a tutti i ragazzi del territorio, compresi i figli dei mafiosi. Forse non è un caso che dopo questo appello si siano intensificati i sabotaggi. Le sedi scout e i beni confiscati che gestiamo, una decina in tutta la Regione, sono “case aperte” dove imparare a crescere. E questo a qualcuno dà fastidio. La criminalità organizzata locale ci vede come un ostacolo, perché il nostro impegno educativo è alternativo ai modelli tipici di Cosa Nostra».

Cosa fate, nello specifico, voi scout?
«Educhiamo alla fraternità, alla cura del bene comune, alla responsabilità. Da tempo siamo impegnati con i ragazzi in tante attività sociali, anche con altre associazioni. I nostri gruppi accolgono tutti e integrano i ragazzi in un gioco in cui loro stessi sono protagonisti. Mostriamo ai più piccoli che una vita diversa, più libera e felice, è possibile. Vorremmo che fossero anche le madri a sostenere questo percorso: loro stesse non vogliono avere figli mafiosi! I ragazzi possono crescere liberi e responsabili di scegliere per sé e la propria vita».

Un appello coraggioso…
«Non siamo eroi, ma quando ti apri alla speranza, vedi la felicità! Uno degli articoli della nostra Legge recita: “La Guida e lo Scout pongono il loro onore nel meritare fiducia”: per noi onore è impegno a rispettare tutta la legge, appunto, non è certo l’onore mafioso che ti fa chiudere come in una setta».

Gli attacchi alle sedi scout in Sicilia non sono una novità, è così?
«Purtroppo non sono una novità fin da quando, nel 1999, ad Agesci venne assegnato il primo bene confiscato alla mafia, la villa di Altarello di Badia, nel terreno noto come Fondo Micciulla, nel centro di Palermo. Lì inizialmente l’ostilità è stata tanta. Si trattava di un luogo molto significativo per la mafia. E anche lo scorso gennaio si è verificato un furto: attrezzatura da giardinaggio rubata per un ammontare di 5 mila euro».

Grazie ad Agesci la villa di Altarello di Baida, dove ci fu l’incontro fra Giulio Andreotti e il boss Stefano Bontate, oggi è rinata a vita nuova.
«A sequestrare il bene fu Giovanni Falcone, allora giudice istruttore del Tribunale di Palermo. Noi scout l’abbiamo completamente risistemata e attrezzata per le attività con i giovani. Pian piano la gente ha capito che poteva diventare un posto per tutti e l’aria è cambiata: oggi la base scout accoglie tanti ragazzi che crescono nel segno della fratellanza».

Cosa farete adesso?
«Agesci ha lanciato la raccolta fondi #piùbellediprima per sostenere la sistemazione delle sedi colpite. Dal canto nostro, lo diciamo con forza, continueremo il nostro normale e quotidiano impegno. Noi facciamo del nostro meglio alla maniera di padre Pino Puglisi e don Peppe Diana e, dopo tanto clamore, vogliamo tornare alla nostra silenziosa operosità».


Foto Giusy Pelleriti

 
 
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