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giovedì 20 gennaio 2022
 
 

Colombo: «Alla notizia l'America piombò nel silenzio»

22/11/2013  Il 22 novembre 1963 fu emergenza e mistero. Uno di quei giorni in cui chiunque ricorda cosa stava facendo.

Il silenzio totale e improvviso. Strano e inquietante. «Fu quel silenzio a darmi il senso di ciò che stava accadendo ». Furio Colombo ricorda così il momento in cui, il 22 novembre 1963, John Kennedy fu ucciso. Giornalista, parlamentare, scrittore, profondo conoscitore degli Stati Uniti, dove ha trascorso molti anni, in quel momento Colombo si trovava a New York, nella sede dell’Olivetti, dove allora lavorava. «Accesi la radio che tenevo in ufficio e da quel momento, per molti giorni, non la spensi più. Come del resto fecero quasi tutti gli abitanti di Manhattan che incontravo. Ecco la sensazione di quel giorno: più silenzio, più folla in strada e un senso di emergenza, il più alto che abbia vissuto nella mia vita. Gli americani che c’erano allora dicono che non hanno mai dimenticato cosa stavano facendo quel giorno e in quel preciso momento». Come nessun americano oggi dimentica cosa stava facendo nel momento in cui, l’11 settembre 2001, ci fu l’attacco alle Torri gemelle. «La tragedia dell’11 settembre è diversa: ha aggiunto un enorme elemento di panico e di reazione fisica », osserva Colombo. «Nel 2001 la sensazione fu quella del terrore della guerra. Il 22 novembre 1963 fu pervaso da un sentimento di emergenza misteriosa».

Furio Colombo è stato testimone dell’epoca kennedyana. Nel 1964 pubblicò a caldo il diario L’America di Kennedy. Conobbe John e Robert ed è stato legato da una profonda amicizia con Ted, il fratello minore, fino alla sua morte. Al presidente fu presentato dal direttore della rivista The New Republic con cui collaborava. «In seguito tornai alla Casa Bianca grazie all’amicizia con due persone molto importanti nella cerchia kennedyana, Ted Sorensen e Arthur Schlesinger Jr. Nella Casa Bianca di John Kennedy vigeva un grande formalismo, tanto che anche i fratelli, in presenza di altri, lo chiamavano Mister President, mai per nome. Questo rispetto per l’etichetta presidenziale era molto vivo». Con Robert il rapporto nacque dopo l’assassinio di John, «man mano che Bob acquisiva un ruolo crescente nel movimento americano contro la guerra in Vietnam, essendo dotato di grande carisma. Come ministro della Giustizia, Bob era la controparte di Martin Luther King e io a quel tempo andavo alle marce contro la discriminazione razziale, gravitavo nell’ambito del mondo dei diritti civili».

La storia politica di John Kennedy è stata interrotta a metà. Eppure, per Colombo, nei suoi anni di presidenza JFK ha avuto modo di dimostrare la sua straordinaria levatura: «Ad esempio per come affrontò la crisi cubana dopo l’invio dei missili sovietici sull’isola: assistito soltanto dal fratello Bob, Kennedy impedì ai suoi generali di puntare le testate atomiche. Fu uno degli eventi più bruschi nella vita politica americana: ma il presidente scelse di evitare la guerra». Ecco la grande forza di John Kennedy: «Usare la potenza americana in modo positivo e mai distruttivo. Usarla per la cultura, l’istruzione, le scuole, per rafforzare le alleanze, mai in termini di aggressione. Sempre con una visione di pace»

 
 
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