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sabato 28 maggio 2022
 
 

Alonso e il Cavallino da domare

26/03/2012  La vittoria di Alonso sotto la bufera malese ha dimostrato che il pilota può ancora essere decisivo. Le prospettive della Ferrari in un campionato che...

Fernando Alonso è sotto contratto con la Ferrari sino al 2016, quando avrà 35 anni. Lo spagnolo ha firmato alla fine di un 2011 in cui la scuderia italiana aveva, con lui, vinto un solo Gran Premio, in Inghilterra. Ha collaudato nei mesi morti quella che doveva essere la nuova competitiva vettura per il 2012, la risposta Ferrari allo strapotere della Red Bull del tedesco Sebastian Vettel, 25 anni e già due titoli mondiali.

Ha dovuto accettare che, a pochi giorni dal via della stagione (cominciata il 18 marzo con il Gran Premio d’Australia), la nuova “rossa” di Maranello venisse quasi rinnegata, in nome poi di novità vaghe. Ha gareggiato in condizioni di inferiorità a Melbourne, finendo quinto nella gara vinta da Button su Vettel, Hamilton e Webber (alternate in testa all’ordine d’arrivo McLaren e Red Bull). Ha detto che per vincere nella seconda gara, quella disputata domenica a Sepang, Malesia, avrebbe dovuto eseguire un triplo salto mortale. Lo ha eseguito ed ha vinto, contro logica pronostico attesa, sul messicano Sergio Perez, anni 23, se si vuole indirettamente suo allievo nell’Accademia del Cavallino, iniziativa maranelliana nata per cercare e creare piloti di e soprattutto da Ferrari.

Perez, che per ora guida una Sauber motorizzata Ferrari ed è sponsorizzato dal suo connazionale Carlos Slim, per alcuni esperti l’uomo più ricco del mondo, potrebbe presto sostituire Felipe Massa, in crisi grossa, come numero 2 della scuderia italiana La Formula 1, più convinta nel 2010 e 2011 dalla Red Bull che da Vettel, era pronta in Malesia a festeggiare ancora, sette giorni dopo Melbourne, il ritorno della vecchia grande McLaren, e persino ad applaudire l’impresa, annunciata dalle prove, di Michael Schumacher, 43 anni, con la Mercedes. Ma ha dovuto accettare che Alonso sia il vero campione, il più forte dei sei iridati in gara quest’anno nel circus (un record: lui, Vettel, Schumacher, Hamilton, Button e il redivivo – dai rallies - Raikkonen).

Lo spagnolo ha vinto un Gran Premio sconvolto dalla bufera monsonica d’acqua, bloccato da una lunga sosta. Si è trovato in testa, dopo la ripresa della competizione, alla fine di un convulso balletto ai box per cambiare gomme e adattarle alla pioggia meno invasiva. I rivali più titolati indietro, per collisioni (Button), sfortune “cercate”(Vettel, foratura) e poca concentrazione. Perez subito in scia, smanioso e ruspante e arrembante, e però anche lui soggetto allo sbagliare (fuoripista).

E così il mondo dell’automobilismo ha dovuto accettare che se piove, se la strada è infame, la guida è difficile, le auto tecnologicamente avanzatissime, con i loro congegni nati da scienze anche diaboliche, diventano meglio schiave del guidatore semplicemente bravo. Come Alonso, appunto il più bravo. E che bel caso è il viaggio in Oriente di Mario Monti, a cercare fiducia per l’Italia che rinasce, subito dopo il successo della Ferrari in Malesia…

Alonso adesso non promette nulla, intanto che garantisce tutto quello che ha: cioè il massimo impegno del suo gran talento su una vettura ritoccata e, si spera, migliorata. E’ una persona seria e si esprime in perfetto italiano: da credergli in toto. C’è adesso uno stop delle gare sino al 15 aprile, Gran Premio di Cina a Shangai. Poi ancora Oriente, il 22 aprile nel Bahrain con minacce terroristiche. In Europa dal 13 maggio, a Barcellona, poi il 27 a Montecarlo. Venti gare in tutto, sino al 25 novembre in Brasile, c’è tempo per il ripristino del dominio Red Bull, del ritorno McLaren, ma anche di altri miracoli Ferrari firmati da Alonso.

 
 
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